Dan Chaon: “Siamo disillusi e creduloni: ecco perché tutto sta andando a rotoli”

Il pluripremiato scrittore statunitense presenta il suo ultimo giallo “La volontà del male” in cui racconta un'America che si è risvegliata incattivita: “Quello che credevamo vero si sta rivelando una farsa. Con questo libro voglio meditare sulla credulità e l’autoinganno delle persone”

Dan Chaon è nato e cresciuto in un paese di venti abitanti. Fuori da Sidney, Nebraska. E in effetti, dalla fisionomia sembrerebbe proprio quel genere di persona che si è formato in mezzo a distese immense, aride, spesso violentate da fortissimi tornado. Un ritmo, un senso di inquietudine e spaesamento che riempiono i personaggi e le atmosfere delle sue storie. Prima autore di racconti, poi approdato al romanzo – giallo è il colore del suo genere prediletto -, è sempre arrivato tra i primi: “Among the Missing” è stato finalista al National Book Award, mentre “You Remind Me of Me” può vantare lo Story Prize e l’Academy Award in Literature. Oggi vive a Cleveland Heights, Ohio, dove ha insegnato Creative Writing and Literature all’Oberlin College. In Italia in occasione del festival letterario Marina Café Noir ha presentato a Cagliari il suo thriller psicologico “La volontà del male” (NN Editore) che il Washington Post ha definito il romanzo più spaventoso dell’anno.

Per il suo ultimo romanzo ha scelto un titolo piuttosto caldo: “La volontà del male”. Cosa intende?
Sì ho scritto questo libro proprio per cercare di riflettere su questo concetto. È una delle cose, tra le altre, che sono finite nelle atmosfere del libro, stavo cercando di dare un senso a quello che mi stava succedendo. L’ho scritto poco dopo la morte di mia moglie, quando ho iniziato ad avere la sensazione che il mondo avesse una sorta di aura di malevolenza che veniva da fuori e non riuscivo esattamente a identificare. Come se ci fosse uno spirito, una volontà del male nel mondo. Stavo cercando di capire se provenisse da me o se fosse invece là fuori.

In generale si può dire che i suoi romanzi e racconti lasciano spesso un senso di inquietudine rispetto alla realtà che circonda i protagonisti. Dove ritrova questa condizione nella sua quotidianità?
Credo che derivi un po’ dalla mia personalità. Ma credo anche di avere una sorta di attrazione verso questa inquietudine, questa oscurità, che rappresenta per me il dramma. Ci sono scrittori che vedono il dramma nei romanzi d’amore, altri nei romanzi d’azione. Io invece lo vedo nelle persone che sono “spezzate” e disturbate.

Lei è nato e cresciuto in Nebraska, tra grandi distese aride spesso colpite da violenti tornado. Un po’ come i colpi di scena che tutt’a un tratto investono i suoi racconti. È un modo per dirci di evitare il Nebraska o può esser letto anche come un report dell’America oggi?
Potremmo dire entrambi. Sicuramente potreste avere una piacevole vacanza in Nebraska, ma non vi suggerisco di trasferirvici! Tra l’altro, proprio nel posto in cui sono cresciuto c’era un campo di internamento per soldati italiani degli anni ’40, quindi quando si sono arresi son stati trasferiti in Nebraska, il che sembra essere davvero una punizione terribile.

Donald Trump, a modo suo, è stato un vero e proprio tornado. Se fosse un personaggio di un suo romanzo, che ruolo avrebbe?
Mm lo vedrei bene nel ruolo di Aqil, un poliziotto ormai in pensione che si ritrova nello studio di uno psicologo a parlare del più e del meno. Senza saper bene che fare, dove andare a parare. È quello che legge di teorie cospirazioniste su internet e se la prende con l’ultima uscita di Kanye West. Quel genere di persona lì.

Ci sono scrittori che vedono il dramma nei romanzi d’amore, altri nei romanzi d’azione. Io invece lo vedo nelle persone che sono “spezzate” e disturbate

Le sue storie, tra noir e thriller, oltre ad aver ricevuto numerosi riconoscimenti da parte della critica letteraria statunitense, sono anche best seller molto apprezzati dal grande pubblico. Pensa che oggi, il genere che predilige possa ancora avere un ruolo di evasione dalla realtà oppure, visto come stanno andando le cose, ha assunto più un ruolo di immedesimazione per il lettore?
Credo che una cosa non escluda l’altra. I thriller possono essere puro intrattenimento ma avere anche una certa profondità dei personaggi, dei sentimenti. Gli scrittori che mi ispirano maggiormente – Julio Cortazar e Marguerite Yourcenar su tutti – in effetti combinano questi due elementi. Se pensiamo al cinema, anche Hitchcock ha fatto la stessa cosa: film di evasione con una certa profondità.

Torniamo all’ultimo romanzo. Il protagonista è Dustin Tillman, psicologo, vive una vita apparentemente tranquilla finché non scopre che l’assassino dei suoi genitori e figlio adottivo, Rusty, è stato scarcerato dopo trent’anni. Questo cambia le carte in tavola e spinge il lettore a confrontarsi col senso di vendetta, un sentimento umano comune, che spesso sfocia nella volontà di farsi giustizia da sé. Quanto è labile, oggi, questo confine? È vero che la gente è più incattivita e perché?
Non ho una risposta. È sempre successo che le persone se la prendessero con il mondo, o con se stesse. È una questione di generazioni probabilmente. Credo però che oggi stiamo raggiungendo un nuovo picco di disillusione: quello che noi credevamo vero si sta rivelando una farsa. Diciamo che le cose si ripetono in continuazione perché, banalmente, siamo dei creduloni. Con questo libro voglio meditare sulla credulità, anche ingenua, e l’autoinganno delle persone.

Altra cosa è la malvagità, quella di Rusty che si scopre avere dei legami coi culti satanici. Che ruolo ha entro il romanzo, prima, e nella società, dopo?
Sì Rusty può essere considerato cattivo per certi aspetti. D’altra parte se si guarda attentamente al personaggio, vediamo un bambino confuso, che è stato abusato e che faceva finta, si dava un tono. Ma non era un assassino. Allo stesso modo, possiamo dire che anche Dustin mostra un proprio lato malvagio, facendolo mettere in galera. Ci sono delle sfumature nel modo in cui si può guardare il male e alcune forse sono più chiare di altre. E questo lo trovo piuttosto interessante, mi affascina.

La narrazione mediatica dominante che ci divide in “buoni” e “cattivi” sembra perdere il proprio valore entro questa trama. Che ruolo possono avere gli scrittori che indagano più profondamente sui caratteri dei personaggi, è possibile proporre una contro narrazione e in che modo?
Sì spero di sì! Credo che sia facile dimenticarsi l’umanità degli altri ed eliminare la naturale compassione che si prova quando si è più piccoli, quindi smaliziati. E questo è quello che si vede regolarmente nella politica americana, ad esempio nel modo in cui Trump svilisce gli immigrati – e in generale tutti coloro che non seguono la sua linea – e li rappresenta come delle “macchiette”, eliminandone la profondità. Non esattemente il massimo per il Presidente degli Stati Uniti.

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