Diplomazia a tavolaMongolia e Giappone litigano: il motivo? Un piatto chiamato “Gengis Khan”

È molto diffuso nell’Hokkaido e consiste in strisce di montone su un letto di germogli e cipolle. I mongoli, spiega un professore residente in Giappone, hanno molto a cuore la figura del condottiero. E non accettano che venga utilizzata per cose così triviali

da Twitter

Ci sono guerre che sono iniziate per molto meno. In Giappone è ormai uso consolidato, soprattutto nell’isola dell’Hokkaido, quello di chiamare “Gengis Khan” un piatto di carne di montone sopra un letto di germogli di fagioli e cipolle a fette. E questo non è piaciuto per niente a un professore di lettere della Shuzuoka University, Haiying Yang. Il quale, come è semplice immaginare, è di origini mongole. “Per noi mongoli Gengis Khan occupa lo stesso posto dell’imperatore del Giappone per i giapponesi”, dice. È una “figura sacra”, il cui nome “non può certo essere utilizzato per un piatto di carne”, spiega con disprezzo a Newsweek. E lancia la pietra.

Del resto i giapponesi sono i primi a prendersela quando qualche straniero fa un uso bizzarro delle loro parole e tradizioni. Basti pensare allo scontro con la povera Kim Kardashian, che aveva deciso di chiamare “kimono” la sua nuova linea di intimo. Una scelta discutibile, ma tutto sommato trascurabile. E invece no. Le si sono scagliati addosso perfino i sindaci di alcune importanti città, accusandola di “ignoranza”, di “mancanza di rispetto” e di “appropriazione culturale”. La star americana, anche viste le prospettive di mercato, ha deciso di fingere di accettare la lezione, cambiando il nome alla usa linea.

Con il caso del piatto “Gengis Khan” , adesso, sarebbero i giapponesi dalla parte del torto. Anche perché, ricorda il professore, questo tema è stato causa di sofferenze per i mongoli residenti in Giappone tra gli anni ’50 e ’60.

Del resto, nonostante le delicatissime sensibilità orientali, chiamare “Gengis Khan” un piatto di montone non sembra nemmeno così assurdo, dal momento che proprio il montone è uno dei cibi chiave della cucina mongola. In più, stando ad alcune ricerche, la colpa del fattaccio, poi, sarebbe da ricondurre a un vecchio giornalista nipponico che, nel 1883 a Pechino, decise di battezzare in questo modo il piatto insieme a un suo amico, un po’ per celia e un po’per ricordare i tempi passati in Mongolia. Da quel momento la moda prese piede anche tra gli altri giapponesi residenti a Pechino e poi si diffonde in tutta la madrepatria.

Cose che succedono, insomma, e che bisogna imparare ad accettare. Nessuno se la prende per la Caesar Salad, per esempio. O per il Carpaccio (che prende il nome proprio dal pittore veneziano), per la bistezza Esterhazy, per le palle di Mozart, per i biscotti Garibaldi, per il soufflè Rothschild, e a ben pensarci, nemmeno per la pizza Margherita.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta