Salvini & co.Sovranismi azzoppati, l’Europa che dice no all’ascesa degli intolleranti

Marginalizzati alle elezioni europee, i demagoghi affrontano un periodo nero, dall’Italia di Salvini alla Francia di Marine Le Pen, da Trump a Bolsonaro. Ma sono davvero sconfitti?

Mentre Matteo Salvini si morde le dita e sbraita contro l’ “inciucio” giallorosso che lo ha trafitto, la politica e l’opinione pubblica italiana s’interrogano sul domani prossimo, con domande ansiogene del tipo “quanto durerà il Contebis?”, “Quando cominceranno dispetti e litigi?” “Come la politica estera potrà essere DiMaio compatibile?” “Tornerà Salvini, più forte di prima?”.

E così via, ripiegati sui noi stessi e distraendo lo sguardo da qualche cosa di straordinario che è avvenuto mentre eravamo impegnati a sorridere o a piangere sul Papeete beach. Un sintetico memorandum ci dice che il mondo è intanto cambiato, che populisti, sovranisti e demagoghi di ogni tendenza sono ovunque perdenti o sconfitti, che il bisogno di democrazia liberale e riformista non è affatto spento, ma anzi si esprime in massa contro le oligarchie autoritarie della Russia e della Cina.

Il populismo è stato marginalizzato alle elezioni europee, nonostante i significativi successi in singoli Paesi e l’avanzata dell’estrema destra, sopratutto in Germania, Italia, Francia, Ungheria e Austria. L’Europa nel suo complesso è guidata da una compagine che ha fatto barriera contro i populismi sovranisti e che ha nei cromosomi e nel progetto ideale una relazione stretta fra le tradizioni popolari, socialdemocratiche, ecologiste, riformiste. Gli equilibri nella Commissione e alla Banca Centrale sono un messaggio chiaro di svolta nelle politiche sociali e di investimenti. In questo quadro, lo stesso leader sovranista Viktor Orban ha corretto il tiro per non rischiare l’isolamento. Soltanto Salvini non ha percepito i messaggi in corso, confermando fra l’altro una caratteristica costante dei demagoghi, quella di non percepire la realtà e di immaginarla a colpi di caricature e menzogne.

Populismo e demagogia stanno trascinando la Gran Bretagna nel baratro economico e sull’orlo dell’implosione del Regno Unito, con rischi evidenti di scissioni e violenze. E i sudditi di Sua Maestà, sopratutto scozzesi e irlandesi, se ne stanno accorgendo.

Populismo e demagogia stanno trascinando la Gran Bretagna nel baratro economico e sull’orlo dell’implosione del Regno Unito, con rischi evidenti di scissioni e violenze. E i sudditi di Sua Maestà, sopratutto scozzesi e irlandesi, se ne stanno accorgendo. Quel che resta delle forze politiche più responsabili dovranno convincere un’opinione pubblica attonita a medicare i guasti compiuti da un Parlamento allo sbando e da un leader che ha fatto del populismo l’arma letale, ma ormai isolato e disconnesso dal Paese.

Questo il quadro europeo. Ma il tramonto del sovranismo populista e demagogico sembra cominciato anche fuori dai confini continentali. Se osserviamo il populismo nella versione autoritaria di Erdogan in Turchia e nella versione demagogica di Bolsonaro in Brasile, i risultati politici ed economici sono tutti con il segno meno : recessione, isolamento internazionale, sconfitte elettorali, contestazione sociale, inflazione, impoverimento. La Turchia si è allontanata da una prospettiva di integrazione europea, ma la Turchia secolarizzata e democratica si sta ribellando all’involuzione nazionalistica-religiosa del sultano. E l’opinione pubblica brasiliana, dopo i primi scandali e il disastro in Amazzonia, comincia a temere il ripetersi di involuzioni autoritarie ricorrenti nelle società latino americane.

Negli Stati Uniti, Donald Trump comincia ad avvertire gli effetti negativi di una politica che ha rinnegato il multilateralismo per un sovranismo che rischia di avere pesanti ripercussioni economiche e di aprire profonde ferite nella società americana.

The Donald sembra avere compreso che il favorire spinte sovraniste anche in Europa non giova a nessuno e casomai si rivela un favore alla Russia. Intanto ha fatto cadere le teste dei suoi consiglieri più estremisti.

Si fermerà in tempo Trump? The Donald sembra avere compreso che il favorire spinte sovraniste anche in Europa non giova a nessuno e casomai si rivela un favore alla Russia. Intanto ha fatto cadere le teste dei suoi consiglieri più estremisti. Dell’Italia e di Salvini si è detto. Come è avvenuto nella sua storia, il Paese è laboratorio anticipatore di processi politici e di soluzioni fantasiose, talvolta tragicamente imitate, talvolta ispiratrici di progresso, talvolta di incerto avvenire come questa fase appena cominciata. Il fascismo, il compromesso storico, il berlusconismo, il salvinismo localista e poi xenofobo e in questo incredibile autunno l’inedito rapporto fra il grillismo (il fritto misto di correnti e fermenti che attraversano tutta l’Europa, in bilico fra antisistema e riassorbimento nel gioco parlamentare) e il partito-sistema, forse l’ultimo rimasto, il Pd che, per quanto etichettato a sinistra con i residui di correnti e scissioni, di fatto garantisce e rappresenta i ceti produttivi e l’establishment nazionale ed europeo.

Concindenza vuole che tutto questo avvenga all’inizio degli anni Venti, un secolo dopo i tragici anni Venti della discesa all’inferno dell’Europa e del mondo libero.

Ci siamo fermati in tempo? Il populismo è davvero sconfitto? È presto per dirlo. Ciò che sembra provata ovunque è la constatazione che populisti e demagoghi possono essere passeggeri, ma i loro disastri sono di lunga durata e difficile rimedio.

E nessuno sa dire se la democrazia parlamentare, cui guardano con passione e speranza i popoli oppressi, godrà ancora buona salute nel mondo libero.

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