La città che non funziona maiOmicidi, scioperi, caos, a Roma si celebra l’amaro crepuscolo di Suburra Capitale

Di pari passo con il degrado, nella Città Eterna sta crescendo un’arroganza armata, pericolosa, assassina. Ma in questo fantastico laboratorio di biologia criminale ci si perde nell’ennesimo sciopero

Se il corpaccione di questa città, Roma, avesse un minimo di buonsenso e orgoglio; se i 30mila dipendenti delle partecipate che oggi ci costringeranno al coprifuoco avessero uno sguardo più lungo delle loro piccole faccende; se calcoli miserabili non avvolgessero ogni forza cittadina, lo sciopero generale di questo venerdì sarebbe già stato sospeso. Sospeso per lutto, choc, ribellione, dopo l’ultimo insensato assassinio di un ventenne ai Colli Albani, che di dice una cosa molto semplice: di pari passo con il degrado, nella Capitale sta crescendo un’arroganza armata pericolosa e omicida, gente che ammazza per un piccolo sgarbo o per rubare uno zainetto. Potremmo chiamarlo Effetto Suburra. Sta accelerando. È indispensabile che qualcuno se ne accorga, lanci l’allarme, metta un punto a un’escalation autodistruttiva che ovunque avrebbe già suggerito riflessioni straordinarie sul da farsi.

Luca Sacchi, l’ultima vittima, è morto poche ore fa al San Giovanni. Aveva reagito allo scippo della sua fidanzata all’uscita di un pub del quartiere Colli Albani, lo hanno praticamente giustiziato con un colpo alla testa prima di fuggire a bordo di una Smart. È una vicenda che ricorda la tragedia di Manuel Bortuzzo, il nuotatore diciannovenne che a febbraio fu falciato da due bulli ad Axa, davanti a una discoteca, e rimase paralizzato. Ma in questi mesi si è sparato in via Ozanam, Monteverde: madre e figlia in scooter ferite. A Cinecittà, tra la gente in sosta al Petit Bar: due gambizzati. A Garbatella, anche qui di fronte a un bar e in mezzo alle persone. Davanti a un asilo della Magliana all’ora dell’uscita dei bambini. Si è sparato in agguato, tra delinquenti, come è successo al Parco degli Acquedotti con l’esecuzione di Fabrizio Piscitelli detto Diabolik, e si è sparato per futili motivi, vendette di quartiere, casualità. C’è, nelle ultime ore, persino un’esecuzione con la mannaia alle otto di sera, in via Giolitti, centralissima arteria a due passi dal Viminale e dalla Stazione Termini: il morto è un giovane cinese, fa poca notizia, e tuttavia c’è da chiedersi in che città viviamo se andando a prendere il treno può capitare di assistere a uno scannamento.

Criminalità poveraccia, secondo lo stile cittadino, però con l’arroganza cinematografica degli Scarface: mi hai pestato i piedi? Reagisci allo scippo? Rompi le scatole? Ti sparo

Mentre eravamo distratti dalle dietrologie su Mafia Capitale in città è cresciuta una propensione banditesca di basso conio, guappi di quartiere, piccoli potentati dello spaccio e del taglieggio. Criminalità poveraccia, secondo lo stile cittadino, però con l’arroganza cinematografica degli Scarface: mi hai pestato i piedi? Reagisci allo scippo? Rompi le scatole? Ti sparo. I nostri Bronx si sono allargati a quartieri tranquilli, piccolo borghesi: il marciapiede dove hanno falciato il povero Luca Sacchi non è la casbah di via dei Lucani dove lasciarono morire Desiree Mariottini ma una strada piena di negozi e ragazzi che tirano tardi, l’ultimo posto dove ti aspetti di morire fulminato da una pallottola.

La Capitale d’Italia è diventata una gigantesca, surreale dimostrazione della validità della Teoria delle Finestre Rotte resa celebre da un antico sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e cioè della diretta connessione tra il disordine urbano e il diffondersi di comportamenti devianti e criminali. Senza accorgercene, stiamo costruendo un esperimento collettivo di psicologia sociale che parte dalle doppie file, dagli uffici incapaci di rilasciare una carta di identità, dal casino delle bancarelle, dalla giungla urbana delle erbacce che ormai invade persino via Veneto, dai vigili addormentati, dalla spazzatura abbandonata, e arriva agli scippatori in Smart con la pistola, probabilmente imbottiti di cocaina.

Oggi il nostro magnifico laboratorio cittadino ci proporrà la serrata, il black out, insomma lo sciopero generale e assoluto di tutti i dipendenti delle 14 partecipate cittadine – scuola, mense, musei, raccolta rifiuti, trasporti e qualsiasi tipo di servizio metropolitano – in difesa di Roma Metropolitane, la scassata azienda che si occupa di progettazione di linee metro, di recente liquidata, e dei suoi 45 (quarantacinque) dipendenti preoccupati per i loro posti. Ognuno dei disservizi che subiranno tre milioni di romani, ognuna delle maledizioni che lanceranno all’Atac e all’Ama, ognuna delle giornate di lavoro perse per l’impossibilità di raggiungere uffici e negozi, sarà una finestra rotta in più. Magari quella davanti a casa nostra: dovremmo cominciare a pretendere dai poteri cittadini, tutti, compreso i sindacati, un sussulto di responsabilità.

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Linkiesta Paper Estate 2020