Il flop dei demagoghiSessantamila occupati in meno in tre mesi: il decreto dignità è fallito

Il provvedimento grillino compie il primo anno. Proprio quando l’Istat certifica a settembre un calo dell’occupazione, con una diminuzione dei contratti a tempo indeterminato e il record di oltre 3,1 milioni di quelli a termine. E pensare che Di Maio aveva detto che avrebbe “abolito la precarietà”

Sessantamila posti di lavoro persi in soli tre mesi, da luglio a settembre. Con un calo dei contratti a tempo indeterminato e il boom di quelli a termine, che superano ormai i 3,1 milioni. Il numero più alto di sempre. Il decreto dignità compie il suo primo anno. E i dati Istat (riferiti al mese di settembre) confermano il fallimento del provvedimento voluto dai Cinque Stelle, che proprio 12 mesi fa terminava il suo periodo transitorio ed entrava a pieno regime. Con la stretta sulla durata e il rinnovo dei contratti a tempo determinato che, nelle intenzioni di Luigi Di Maio allora ministro del Lavoro avrebbero dovuto «abolire la precarietà». Tradotto: favorire l’occupazione stabile e ridurre la disoccupazione. Ma guardare i dati forniti dall’Istat, incrociati con quelli dell’Inps, nessuna delle previsioni grilline si è avverata.

Da giugno in poi, gli occupati hanno cominciato a calare. E solo a settembre, rispetto al mese precedente, se ne contano 32mila in meno. Con il tasso di occupazione che resta stabile al 59,1%, tra i più bassi d’Europa. E il tasso di disoccupazione generale che risale al 9,9% e quella giovanile al 28,7 per cento.

In questo quadro, a settembre si sono registrati 30mila contratti a termine in più, mentre quelli stabili sono scesi di 18mila unità. Con l’aggiunta di 44mila autonomi in meno. L’effetto del decreto dignità, che inizialmente aveva portato a un aumento dei contratti permanenti e delle trasformazioni, ma senza un aumento complessivo del lavoro, sembra essersi esaurito. Cosa che viene confermata anche dalle serie dei dati Inps. Ad agosto 2019 le assunzioni a tempo indeterminato sono state quasi 12mila in meno rispetto all’anno prima. E le trasformazioni da lavoro a termine a lavoro stabile sono state circa 3mila in meno. Con un calo dell’11% in sei mesi dell’uso degli incentivi triennali per assunzioni stabili dei più giovani.

In compenso, i contratti a termine dopo una preoccupante riduzione iniziale, da marzo scorso hanno ricominciato a crescere (con un dimezzamento, però, di quelli in somministrazione). E in un anno, da quando il decreto dignità è diventato effettivo per tutti, se ne contano oltre 60mila in più. Raggiungendo la cifra record di oltre 3 milioni 108mila.

Il tasso di occupazione resta stabile al 59,1%, tra i più bassi d’Europa. Mentre il tasso di disoccupazione generale risale al 9,9% e quella giovanile al 28,7 per cento

In compenso, tra settembre e ottobre, l’Istat ha registrato 73mila disoccupati in più. Con un forte aumento (+26mila) nella fascia dei più giovani e tra gli over 35 (+52mila). Seguiti da una diminuzione di 77mila unità tra gli inattivi, cioè quelli che il lavoro non lo cercano neanche.

Un effetto, questo, che potrebbe anche essere dovuto alla cosiddetta fase 2 del reddito di cittadinanza partita proprio a inizio settembre, con le convocazioni nei centri per l’impiego per la firma del patto per il lavoro, pena la perdita del sussidio. Questo meccanismo, unito al calo dell’occupazione, potrebbe aver contribuito a far crescere il numero delle persone in cerca di lavoro. Anche se, quello che si sa è che solo uno su dieci degli oltre 700mila beneficiari considerati “occupabili” ad oggi ha sottoscritto il patto. Con molti percettori che, soprattutto nelle regioni del Sud, non sono ancora stati neanche convocati dai centri per l’impiego. E i posti di lavoro trovati a chi già da sei mesi percepisce il reddito sono pari a zero.

D’altronde, mancano ancora il portale Anpal per l’incrocio della domanda e offerta di lavoro. E l’Inps non ha ancora pubblicato il modulo per consentire ai datori di lavoro di accedere all’incentivo fiscale che spetta per le assunzioni di beneficiari del reddito. Ma senza infrastruttura informatica, oggi i potenziali datori di lavoro non sono in grado di sapere quali dei curriculum riguardano i percettori del reddito, per i quali sono previsti gli incentivi, e quali i semplici disoccupati che si sono rivolti ai centri per l’impiego. E in attesa degli sgravi, qui non assume nessuno.

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Linkiesta Paper Estate 2020