Scelte sbagliate“Troppo inglese nei dialoghi”: le regole insensate con cui agli Oscar vengono esclusi i film

L’Academy esclude dalla corsa per la miglior pellicola internazionale “Joy”, presentato dall’Austria, e “Lionheart”, della Nigeria. Secondo le regole, dovrebbero utilizzare una lingua straniera, ma in questo caso il ragionamento non tiene. E risulta ottuso

frame dal trailer

Fuori Austria e Nigeria. L’Academy per gli Oscar, che sta passando in rassegna i 93 candidati per il premio al miglior film internazionale ha già cominciato con le prime eslcusioni. Joy, la pellicola girata da Sudabeh Mortezai e presentata dall’Austria, è stata squalificata perché ha tre quarti dei dialoghi in inglese. Secondo il regolamento del riconoscimento, il film candidato «deve essere lungo almeno 40 minuti, prodotto fuori dagli Stati Uniti d’America e con una prevalenza di dialoghi non in lingua inglese». Lo stesso problema è stato riscontrato per Lionheart, la pellicola nigeriana di Genevieve Nnaji, alla prima partecipazione del Paese alla gara.

Una decisione che solleva diverse perplessità. Prima di tutto, a livello formale: nonostante abbiano trasformato la denominazione del premio per il “miglior film in lingua straniera” in “miglior film internazionale”, la sostanza e soprattutto il regolamento sono rimasti gli stessi. «Abbiamo notato che il riferimento a “straniero” è, nella comunità globale dei filmmaker, ormai datato», avevano dichiarato Larry Karaszewski e Diane Weyermann, entrambi nella commissione della giuria. Il problema è che datate sono anche le regole.

Joy, il film austriaco, ha fatto il suo debutto nel settembre 2018, è stato presentato al festival di Venezia nello stesso anno, è arrivato nei cinema a gennaio 2019 e a maggio è finito su Netflix. L’abbondanza d dialoghi in inglese si spiega con il semplice fatto che al centro della storia ci sia la vita difficile di una prostituta nigeriana a Vienna, divisa dalla necessità di autare la figlia e occuparsi delle altre donne schiavizzate come lei. Poco tedesco, insomma e molto inglese, che in Nigeria è considerato lingua nazionale.

Lo stesso discorso vale per Lionheart: è un film nigeriano, ambientato in Nigeria, racconta la storia di riscatto di una imprenditrice donna e ha soltanto 11 minuti di dialogo in igbo. Il resto è tutto in inglese, ottima ragione secondo i giudici dell’Academy, per escluderlo dalla corsa.

La regista ha reagito con dispetto: «Il film rappresenta il modo in cui parliamo noi in Nigeria. L’inglese agisce come ponte tra 500 lingue e dialetti usati in tutto il Paese». E aggiunge: «Non è diverso da come il francese colleghi le comunità nelle ex colonie francesi. Non abbiamo scelto noi da chi farci colonizzare». A sostegno della regista è arrivata anche Ava DuVernay, tra le nomination del 2017 con il suo documentario 13th, che ribadisce: «Avete squalificato la Nigeria, che partecipa per la prima volta al Best International Feature perché è in inglese. Ma l’inglese è la lingua ufficiale della Nigeria. Le impedite di partecipare a un Oscar nella sua lingua ufficiale?».

Da qui è scaturita una serie di reazioni indignate, proteste stupite e, soprattutto, riflessioni preoccupate. La verità, sembrano indicare da più parti, è che non è solo una questione di regole da aggiornare, anche se cambiare dicitura e scegliere “film internazionale” senza modificare nient’altro è troppo poco e troppo comodo. Da tempo – ed è questo il problema – gli Oscar non riescono, nemmeno nello spirito, a tenere il passo del mondo che cambia. Discutere sulle lingue utilizzate, in un contesto in cui, anche negli Stati Uniti la varietà è sempre più ampia e c’è un crescente utilizzo dello spagnolo, appare irreale. A ciò si accompagna il fatto che negli ambienti dell’Academy si coglie una crescente ostilità nei confronti di Netflix e degli altri provider che rendono più accessibili, e con mezzi nuovi, i film a spettatori di tutto il mondo. Proprio come a Hollywood.

Di conseguenza, la radiografia che deriva da un semplice incidente come questo, in cui il formalismo prevale sul buonsenso, è quella di un’istituzione che non si cura di riconoscere la qualità dei film, ma di affermare la validità dei propri requisiti. È un segno di decadenza e forse lo sanno anche loro.

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