L’alternativa è controfattualeMilano è un grande modello, ma il Sud deve lavorare su scuola, infrastrutture e lavoro

Fabio Pammolli, professore di Economia e Management del Politecnico, vede nel capoluogo lombardo un vanto per l’intero Paese. Ma il Mezzogiorno può fare la sua parte, a condizione che cambino diverse cose

De Milan ghe n’è doma vun, si dice sotto la luce dorata della Madonnina. Di Milano ce n’è solo uno, per arte ma sopratutto per economia. Il capoluogo lombardo infatti è stato al centro delle recenti polemiche in capo al ministro del Sud Peppe Provenzano proprio per la sua ingordigia negli affari: produce troppo e condivide poco con il resto del Paese. Nello specifico, allarga quel buco nero chiamato gap che divide il Mezzogiorno dal Nord-Est italiano. Espressione discutibile, come commenta Fabio Pammolli, professore di Economia e Management presso Politecnico di Milano, che aggiunge come «fino a quando il Mezzogiorno continuerà a guardare ai residui fiscali del Nord come fonte primaria di finanziamento, credo che non si riuscirà mai a trovare una via di uscita da questa trappola».

Professor Pammolli, si è trovato recentemente a discutere della macro questione del Sud Italia. Ci sono stati dei progressi?
Nel libro Morire di aiuti: I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli) da cui abbiamo preso spunto si affronta il grande tema del sud Italia di Antonio Accetturo e Guido De Blasio ricostruisce in dettaglio una serie di interventi pubblici nel Mezzogiorno, a partire dalla legge 488. Questa ricostruzione ci pone di fronte a due interrogativi: qual è stato l’impatto delle diverse misure? e quale sarebbe stata la crescita che si sarebbe realizzata in quelle zone senza l’intervento pubblico? In molti dei casi studiati, l’impatto positivo di tale intervento non c’è stato.

Quindi?
Questo è ovviamente un elemento molto importante quando ci troviamo a riflettere sulle misure che dovrebbero promuovere la convergenza del Mezzogiorno d’Italia rispetto al resto del Paese. Convergenza che sia in termini di Pil pro capite sia di andamento della produttività non si è realizzata. La questione inoltre riguarda come l’attore pubblico valuta le sue politiche. La mancata valutazione delle politiche pubbliche sembra essere, purtroppo, un tratto distintivo della storia patria.

Faccio fatica a cogliere il controfattuale, ovvero l’alternativa che si prospetterebbe. Quale alternativa possiamo realizzare? Non mi è chiaro perché si concepisca un gioco a somma zero tra una regione italiana che cresce e una zona italiana immobile. Non riesco a capire il nesso, come se ci fosse una deprivazione da una Milano che cresce a danno di un Sud che non lo fa


Fabio Pammolli

Entrando nei temi dell’attualità, la disparità economica è un problema al quale non si può non guardare, come del resto è riduttivo additare Milano per la sua marcia in più…
Osserviamo, non solo tra Milano e il resto del Paese, che la crescita avviene anche attraverso dei processi di formazione o allargamento di cluster attorno a grandi centri urbani. È un fenomeno internazionale, proprio perché in quei cluster si stanno creando le condizioni giuste: con la presenza di capitale umano, di infrastrutture, di servizi avanzati. Questo può essere in parte anche uno dei motivi delle trasformazioni dei tessuti produttivi. Non è colpa di qualcuno: è la crescita economica.

Le asimmetrie sono viste come un debito di alcune città nei confronti del resto del Paese. Perché?
I processi economici sono un primo elemento che provoca asimmetrie. Il secondo elemento riguarda la struttura di crescita di quelle città. Faccio fatica a cogliere il controfattuale, ovvero l’alternativa che si prospetterebbe. Quale alternativa possiamo realizzare? Non mi è chiaro perché si concepisca un gioco a somma zero tra una regione italiana che cresce e una zona italiana immobile. Non riesco a capire il nesso, come se ci fosse una deprivazione da una Milano che cresce a danno di un Sud che non lo fa.

C’è la possibilità di espandere il modello milanese verso realtà meno sane del Paese?
Credo che ci siano alcuni possibili interventi: il primo riguarda tutto il sistema educativo, quindi la necessita’di avere alcuni pochi poli di astrazione universitaria che vengono concepiti come tali, con una funzione di hub a livello locale; un secondo elemento riguarda la flessibilità nella contrattazione nel mercato del lavoro, in quanto principio in grado di tener conto delle asimmetrie nella produttività del lavoro; un terzo elemento è quello delle infrastrutture: da un lato c’è l’esigenza di un rinnovamento delle grandi strutture di trasporto del Mezzogiorno (a cominciare dalla rete ferroviaria), in secondo luogo c’è la necessita di svincolare lo sviluppo infrastrutturale da una logica di tipo assistenziale e dall’idea che gli interventi debbano essere a fondo perduto. Ad esempio, il programma promosso dalla Banca Europea degli Investimenti attraverso il ricorso a una garanzia dell’Ue nel Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (FEIS), in questi 4 anni ha dimostrato la possibilità di fare interventi di tipo strutturale mobilitando capitali grazie anche a investitori istituzionali. L’importante è slegare questo sviluppo, sia esso green o riferito al rafforzamento delle infrastrutture legate ai servizi pubblici, da una logica assistenziale.

Education, infrastrutture e mercato del lavoro, uscendo da gabbie restrittive per agganciare i salari a una crescita della produttività


Fabio Pammolli

Tradotto: c’è bisogno di un’autonomia fiscale…
Fino a quando il Mezzogiorno continuerà a guardare ai residui fiscali del Nord come fonte primaria di finanziamento, credo che non si riuscirà mai a trovare una via di uscita da questa trappola. Education, infrastrutture e mercato del lavoro, uscendo da gabbie restrittive per agganciare i salari a una crescita della produttività.

Come può il governo, costretto a fare i conti con dei limiti economici nazionali, risollevare le sorti del Sud senza frenare l’avanzata del Nord?
C’è da dire menomale che si ha almeno una crescita del Nord e del Nord-est. Milano è quella più visibile come grande aggregazione urbana che sta realizzando condizione di massa critica, ma il mio auspicio è che questa condizione possa distribuirsi sempre più da Verona a Torino, passando dallo snodo Milano. I punti in cui la crescita si sta manifestando vanno curati, partendo proprio dal tessuto istituzionale, dalla semplificazione amministrativa e dal velocizzare i processi decisionali dell’attore pubblico. Prenendendoli inoltre a esempio, sul Mezzogiorno si deve capire quale misura attuare per la ricerca della crescita. Se la scelta ricade nella spesa corrente in deficit, abbiamo visto che non funziona; se invece aiutare il Sud significa far sviluppare il tessuto economico in forme diverse, grazie a fattori differenti e stimolando l’imprenditorialità, allora può essere un’idea più fattibile. Non aggraviamo ancor di poi lo stato di salute della finanza pubblica del Paese. Al contrario, proprio per migliorarlo c’è bisogno di interrompere la sindrome da dipendenza del Sud Italia.

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