Longa manus stataleIl sovranismo energetico e la corsa privilegiata di F2i per accaparrarsi Sorgenia

Il fondo infrastrutturale ha fatto un passo indietro, ma in realtà è una mossa da poker. Anzi, ha anche presentato una richiesta di esclusiva, poi rifiutata. Ma tra gli operatori nasce il sospetto che sia le banche sia la società potrebbero favorirlo, anche per lasciare le centrali in mani pubbliche

Foto da Facebook

È ormai cominciato il countdown nella corsa per l’acquisizione di Sorgenia, la società energetica fondata dalla Cir del gruppo De Benedetti e poi finita in mano alle banche, con un debito che ancora oggi tocca quota 800 milioni di euro. Entro il 16 dicembre sono attese le offerte vincolanti per la spa guidata dall’ad Gianfilippo Mancini e dal presidente Chicco Testa. In lizza ci sono A2A, che concorre insieme al gruppo energetico Eph, Iren, Acea, i tedeschi di Rwe ed E.on, e il fondo F2i. E negli ultimi metri della corsa, si gioca di tattica. E a farlo è soprattutto F2i, il fondo di proprietà – tra gli altri – di Cdp, Unicredit e Intesa, della cui partecipazione alla gara si è venuti a conoscenza in ritardo, ma che da subito è sembrato il concorrente favorito per acquisire la società. Salvo poi, a meno di un mese dalla scadenza, far trapelare ai giornali – il Messaggero – di volersi ritirare dalla corsa. Un passo indietro che, secondo gli addetti del settore, sarebbe in realtà un bluff giocato dal fondo per far rilassare gli altri compratori, rendere la gara meno competitiva, e poi tagliare a sorpresa il nastro al fotofinish.

E in effetti nei mesi scorsi F2i è sembrata tutt’altro che disinteressata all’acquisizione di Sorgenia. Anzi, per il fondo infrastrutturale assistito da Mediobanca, in alcuni ambienti si parlava già di «deal fatto» con l’obiettivo di far rimanere la società in mani pubbliche, forse anche per scoraggiare gli altri compratori e portarli a gettare la spugna. Su Sorgenia, oggi controllata dai principali gruppi bancari italiani – Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi e Banco Popolare – si gioca in effetti una partita più complessa. I quattro impianti a gas del gruppo sono tra i più moderni in Europa e saranno tra gli asset chiave nella transizione energetica italiana, tanto da non volerli farli finire in mani private, preferendo così la longa manus statale (che tanto va di moda in questo periodo) rispetto a un possibile investitore, italiano o straniero.

Senza dimenticare che le stesse banche azioniste di Sorgenia finanziano anche il fondo F2i, partecipato per il 14% da Cdp, per il 20% da Intesa e Unicredit e per il 25% dalle fondazioni bancarie (il resto è diviso tra fondi sovrani e casse di previdenza). Tanto da far sorgere il sospetto di una possibile asimmetria nell’operazione, considerato che le stesse banche proprietarie di F2i potrebbero offrire condizioni di finanziamento migliori al fondo infrastrutturale, mantenendo così di fatto il controllo su Sorgenia.

F2i, dicevano i più informati, sarebbe anche il compratore privilegiato per la stessa Sorgenia perché – essendo un fondo – lascerebbe al management piena autonomia decisionale. Al contrario delle altre società private in lizza, che potrebbero non avere bisogno del management di Sorgenia per gestirla.

Sorge il sospetto di una possibile asimmetria nell’operazione, considerato che le stesse banche proprietarie di F2i potrebbero offrire condizioni di finanziamento migliori al fondo infrastrutturale, mantenendo così di fatto il controllo su Sorgenia

E chi conosce bene l’ad di F2i, Renato Ravanelli, tra l’altro, racconta che sin da quando era dirigente in A2A nutrisse l’ambizione di creare la sua utility. Tant’è che il fondo qualche mese fa ha presentato la sua offerta a Sorgenia chiedendo l’esclusiva sulla gara. E dopo qualche tensione tra le banche che controllano l’operatore energetico, la risposta però è stata negativa. A mettersi di traverso, soprattutto Mps, principale banca creditrice, che avendo come socio di maggioranza il Tesoro, avrebbe avuto maggiori difficoltà a giustificare uno sbilanciamento su F2i senza prima verificare le altre offerte.

Ecco che allora potrebbe essere spiegata la diffusione della notizia del passo indietro di F2i nella corsa per l’acquisizione. Ma gli esperti del settore assicurano che il fondo non sarebbe per niente fuori dai giochi e che entro il 16 dicembre alla fine presenterà la sua offerta.

Il problema, ora, sono i soldi. Il valore del deal non dovrebbe scendere sotto il miliardo di euro, ha calcolato Milano Finanza. Nei mesi scorsi, F2i si è mossa sotto traccia per cercare i finanziamenti per portare a termine l’operazione. I 3,6 miliardi del terzo fondo lanciato nel 2017 sono quasi esauriti e un’eventuale quarta raccolta richiederebbe alcuni mesi. Tanto che alcuni sospettano che l’allungamento dei tempi e i ritardi dell’operazione Sorgenia siano dovuto anche a questo. Intanto, probabilmente accanto a F2i sarebbe sceso in campo il fondo spagnolo Asterion, che potrebbe avere una quota di minoranza nel veicolo con cui entrare in Sorgenia. Asterion fornirebbe il contante, mentre F2i potrebbe mettere sul tavolo due gruppi di asset rinnovabili del secondo fondo: gli impianti eolici rilevati da Veronagest e le centrali a biomasse legnose comprate da Enel. In questo modo, F2i conquisterebbe la maggioranza di Sorgenia, mentre i capitali freschi di Asterion consentirebbero di liquidare almeno in parte le banche.

Il tutto in un piano di sistema per lasciare gli impianti energetici in mani pubbliche. Certo, fanno notare alcuni osservatori, la mission infrastrutturale di F2i potrebbe non essere in linea con l’investimento in un produttore di energia elettrica, per giunta con risultati volatili: Sorgenia aveva un Ebitda di circa 115 milioni nel 2014 contro i circa 120 di oggi, ma nel mezzo ha toccato quota 50 nel 2015 e 160 nel 2017. E soprattutto, in un momento in cui si sbandiera ai quattro venti il Green New Deal, per il fondo di sistema l’investimento in centrali a gas potrebbe non essere del tutto coerente. Anzi.

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