L’amore ad Auschwitz. Dopo 72 anni, due fidanzati sopravvissuti si ritovano a New York

La storia toccante riproposta dal New York Times racconta le vicissitudini di due persone, dopo essersi innamorate nel Lager, riescono a sopravvivere e a rifarsi una vita. All’appuntamento pianificato a Varsavia lui non si presentò (era nell’esercito Usa) e le loro vite presero strade diverse

JANEK SKARZYNSKI / AFP

Si erano conosciuti ad Auschwitz. Per la precisione, si erano innamorati lì. È la storia di David Wisnia e Helen Spitzer, lui polacco di Varsavia e lei slovacca. Il loro primo incontro, com racconta il New York Times in un paginone memorabile, non fu casuale. Lei, che era sermpre pulita e profumata e «aveva una giacchetta», aveva voluto conoscerlo di persona. Addirittura, grazie ad alcune conoscenze, era riuscita a combinare il tutto.

Lui era incaricato, insieme ad altri, di trasportare i cadaveri dei prigionieri che si suicidavano fino al forno crematorio, anche se da poco la sua splendida voce aveva fatto sì che venisse assoldato come cantante per le feste dei nazisti. Lei, ancora più in alto nelle gerarchie, era una delle grafiche (proprio così) del campo, si occupava di lavoro d’ufficio e aveva ampia libertà di movimento. Non era una kapo, ma una che sfruttava la sua posizione anche per aiutare gli altri deportati.

E così, in questa zona grigia, a metà tra collaborazione e resistenza, nacque l’amore. Lei lo aveva notato durante un concerto. Era riuscita a convocarlo davanti al forno crematorio. Lì si conobbero – lui aveva 17 anni, lei 25 – e si piacquero. Pianificarono di rivedersi ancora. Nel giro di una settimana divennero amanti, trovando una alcova improvvisata tra le baracche. Da quel momento decisero di rivedersi ogni mese.

«Fu lei a scegliermi», racconta Wisnia. Il loro incontro rese meno duro sopportare la vita del Lager, ricorda dalla sua casa di Levittown, Pennsylvania. L’ultima volta che si videro avevno concordato che si sarebbero incontrati di nuovo, fuori dal campo, a Varsavia. Era il 1944: i nazisti si stavano ritirando, eliminando le prove dei loro crimini, distruggendo parte dei Lager e portando via (o uccidendo) i prigionieri.

La guerra stava per finire, sì. Ma non era ancora finita: Wisnia fu preso e portato a Dachau, insieme ad altri. Lì colpì con un badile un guardiano, riuscì a liberarsi e si buttò correndo nella campagna. Il giorno dopo, dal fienile in cui si era nascosto, sentì dei rumori. Soldati tedeschi? Possibile. Ma potevano essere anche russi (sapeva che erano nei paraggi). Si fece coraggio e uscì allo scoperto (se fossero stati tedeschi, lo avrebbero comunque trovato, meditò), tentando la fortuna.

Erano americani.

Da quel giorno tutto per lui cambiò. Entrò, nel limite del possibile per un cittadino polacco, nelle forze armate americane. Lavorò nel servizio postale dell’esercito, si occupò dei rifornimenti. La sua nuova vita lo avrebbe portato a Parigi (per la precisione a Versailles) e poi, nel 1946, in America. E Varsavia? Irraggiungibile, per uno entrato nei ranghi militari.

Lei, invece, ci era andata. Fu una delle ultime a lasciare Auschwitz. Fu portata al campo femminile di Ravensbrück, poi a Malchow e infine obbligata a intraprendere, nel gelo, la marcia della morte. Ma da lì, insieme a una compagna, riuscì a fuggire. Si strapparono le stelle dai vestiti e si nascosero nella folla. Alla fine raggiunse il campo di soli ebrei nella Germania occupata dagli americani. Con lei c’erano quattromila sopravvissuti.

Qui si sposò con il capo della polizia, Erwin Tichauer, cosa che le rese possibile vivere fuori dall’accampamento. La guerra intanto era finita, stavolta davvero, portando con sé dolori, stragi, morti e ingiustizie. E tutto ricominciava

Al di là dell’Atlantico, David Wisnia recupera ilt empo perduto e frequenta con assiduità feste e balli, incontrando alla fine la futura moglie, Hope. Helen Spitzer, ormai Tichauer, rimane in Europa per qualche tempo. Poi vola in America insieme al marito, prima in Texas e poi a New York.

E sul suolo statunitense, in qualche modo, apprendono entrambi dell’esistenza (o sopravvivenza?) dell’altro. Ce l’avevano fatta, quindi.

Ma prima di rivedersi, ancora un’ultima volta, sarebbero passati 72 anni e quattro figli per lui (e sei nipoti). Lei invece non ne avrà neanche uno, rimanendo vedova nel 1996. In più si ammala perdendo la vista e l’udito.

È in questo suo ultimo stato che, nell’autunno del 2016, incontra di nuovo Wisnia. L’uomo, dopo aver raccontato la sua storia ai parenti, decide / chiede il permesso di incontrarla di nuovo. La ritrova a letto, affaticata e inferma. Lei, anche se ormai senza vista, lo riconosce. «Sono sicuro che se sono ancora vivo», ha detto lui, «è stato anche grazie a te». Lei alza la mano: «Cinque volte. Ti ho salvato cinque volte dal forno», risponde. Dopo la marcia della morte era andata a Varsavia e lo aveva aspettato. Aveva seguito il piano, ma lui non era mai arrivato.

E così le loro vite si erano separate. Ma qualcosa a unirli era rimasto. «Ti amavo», dice lui. «Anche io», risponde. E prima che l’uomo se ne vada gli chiede di cantargli qualcosa. Aveva ancora una bella voce, con cui intona una vecchia canzone imparata nel Lager, con parole ungheresi. «Volevo farle sapere che non avevo dimenticato».