Buoni propositiEcco le cinque sfide che Von der Leyen dovrà affrontare nel 2020

Dal negoziato per stabilire le future relazioni commerciali con il Regno Unito alla complicata riforma della zona euro fino al Green new deal, per la neo presidente della Commissione Ue sarà dura mantenere le promesse fatte

FREDERICK FLORIN / AFP

Il buon proposito per il 2020 di Ursula von der Leyen è non sentire la parola che ha segnato gli ultimi cinque anni dell’Unione europea: crisi. Gli attentati terroristici che hanno colpito Parigi, Bruxelles, Londra, Manchester, Strasburgo, Barcellona e Berlino; l’emergenza migranti e la crisi dello stato di diritto in Polonia e Ungheria che hanno approvato leggi contro l’autonomia di stampa e magistratura. Ma anche crisi d’identità: tra chi era appena arrivato (la Croazia) chi ha detto ad alta voce di voler uscire dall’Unione ma non ci è ancora riuscito (il Regno Unito) e chi ci ha pensato ma in una notte dopo il referendum ha cambiato idea: la Grecia. O meglio, Alexis Tsipras. Per ora l’Unione europea è sopravvissuta a tutte le crisi, anche a quella più insidiosa: il sovranismo. Ma per farlo ha perso la sua spinta propulsiva.

Nei prossimi cinque anni la neo presidente della Commissione europea avrà il compito più difficile: riscrivere le regole del progetto europeo, mai stato così anemico.. Dopo le elezioni del 26 maggio vinte da socialisti, cristiano democratici e liberali europei sono iniziati i primi guai. Von Der Leyen è entrata in carica il 1 dicembre con un mese di ritardo rispetto a quanto previsto dai trattati, dopo tre commissari bocciati e molte polemiche per la scelta di chiamare «proteggere il nostro stile di vita europeo» il dicastero che deve coordinare le politiche migratorie e di sicurezza. Una gaffe non si nega a nessuno, ma il prossimo anno Von der Leyen non potrà sbagliare. Perché davanti a sé avrà almeno cinque sfide decisive per ridisegnare il futuro dell’Unione europea.

Primo, la gestione del post Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è cosa fatta. Ora, dopo tre anni e mezzo d’incertezza arriva la parte più difficile: negoziare i futuri rapporti commerciali. Londra e Bruxelles avranno solo 12 mesi per approvare un patto nei minimi dettagli. La prossima scadenza, inderogabile è prevista per il 31 dicembre 2020. Fino a quella data il Regno Unito dovrà rispettare le regole europee. Dopo chissà. «Sono molto preoccupata per il poco tempo a nostra disposizione. Non si tratta solo di negoziare un accordo di libero scambio ma di numerosi altri argomenti», ha detto Von der Leyen pochi giorni fa in un’intervista al quotidiano francese Les Echos. «Dovremmo chiederci seriamente se tutti questi negoziati sono fattibili in così poco tempo. Sarebbe ragionevole fare un bilancio a metà anno e, se necessario, concordare una proroga del periodo di transizione». In effetti se guardiamo ai precedenti, l’Unione europea ci ha messo cinque anni per negoziare l’accordo commerciale con il Canada (il Ceta), sei per l’accordo di partenariato con il Giappone, quasi dieci anni per l’accordo di libero scambio con Singapore.

Secondo, realizzare il Green new deal. «Questo è il momento da “uomo sulla Luna” per l’Europa» ha detto Von der Leyen l’11 dicembre presentando al Parlamento europeo il suo piano di investimenti ambientali. Parliamo di almeno mille miliardi di euro da mobilitare nei prossimi sette anni per raggiungere entro il 2050 la neutralità climatica. L’obiettivo ambizioso da raggiungere c’è, ora mancano solo i dettagli. Non sarà facile armonizzare la transizione verde nei settori di energia, agricoltura, trasporti e industria di 27 Paesi con economie differenti per sviluppo e uso del carbone. A marzo del 2020 la Commissione europea presenterà la prima legge climatica, la normativa per tagliare almeno del 50% le emissioni di CO2 entro il 2030. La prima grana politica per Von der Leyen verrà dai Paesi dell’Est come Polonia, Ungheria e Repubblica ceca la cui industria dipende molto dal carbone. La sensazione è che non basteranno i finanziamenti stanziati per il Just transition fund, il fondo Ue che sarà presentato a gennaio, dedicato ad aiutare le comunità colpite dal carbone a costruire nuove economie forti, resilienti e diversificate.

Terzo, la riforma dell’eurozona. L’integrazione dell’unione economica e monetaria sarà il compito principale del commissario all’Economia Paolo Gentiloni. Von der Leyen ha assegnato in una lettera di incarico all’ex presidente del Consiglio italiano il compito di proporre nuove riforme. L’obiettivo è rendere l’eurozona resiliente agli shock economici e sostenere consumi e investimenti nei momenti di bassa crescita. In un’intervista alla Süddeutsche Zeitung Gentiloni ha fatto capire che nella seconda metà del 2020 la Commissione europea presenterà delle proposte per semplificare le procedure del Patto di Stabilità. Intanto dopo le polemiche in Italia sul Mes, il 13 dicembre i leader dei 19 Stati con l’euro hanno deciso di posticipare la riforma dell’eurozona a giugno per approvare o meno il pacchetto che comprende l’unione bancaria, la riforma del meccanismo europeo di stabilità e il budget dell’eurozona.

Quarto, un accordo condiviso per la politica di sicurezza, asilo e migrazione. Von der Leyen deve riuscire dove ha fallito il suo predecessore Jean Claude Juncker. Ungheria, Polonia e Repubblica ceca non hanno rispettato il meccanismo temporaneo per la ricollocazione obbligatoria dei richiedenti protezione internazionale voluto dal lussemburghese nel 2015. Per questo a dicembre del 2017 la Commissione europea ha avviato per questi tre Paesi un procedimento di infrazione alla Corte di Giustizia Ue. Ma la giurisprudenza non può costringere la politica. Soprattutto all’Italia serve un accordo condiviso da tutti gli Stati per superare il regolamento di Dublino che impone ai Paesi Ue dove approdano per la prima volta i richiedenti asilo di gestire tutto il processo burocratico della loro domanda. Un regolamento che ha ingolfato Grecia, Spagna e Italia, lasciate spesso sole a gestire l’emergenza. Nei primi sei mesi del 2020 la Commissione europea dovrebbe presentare una nuova normativa per superare il regolamento di Dublino, controllare le frontiere esterne, rafforzare i rimpatri per i migranti non in regola e creando canali di immigrazione legale verso l’Unione europea. «Dobbiamo diventare un modello di come la migrazione può essere gestita in modo sostenibile e con un approccio umano ed efficace». Non sarà facile.

Quinto, la battaglia dell’Antitrust. La commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager ha già annunciato di voler aggiornare le leggi che regolano l’Antitrust europeo per adeguarsi al mercato globale e digitalizzato. Dal 2020 partirà una consultazione generale con gli esperti del settore per capire come rivedere la definizione del mercato e ridefinire le linee guida nei casi di antitrust e di fusione in diversi settori. Sarà un modo per rimettere in discussione la gestione di Vestager che per cinque anni è stata il guardiano ortodosso della concorrenza europea e ha impedito acquisizioni che potessero creare grandi monopoli nel mercato unico. Come a febbraio del 2019 quando ha proibito la fusione delle due più grandi aziende europee nel settore ferroviari, la francese Alstom e la tedesca Siemens perché avrebbe aumentato i prezzi nel mercato dei treni ad alta velocità e nei sistemi di segnalazione. Nel 2020 la Commissione europea sarà davanti a un bivio: tutelare a tuttii costi la concorrenza o permettere ad alcune aziende più importanti europee di raggiungere le dimensioni di cui hanno bisogno per diventare leader mondiali. E quindi competere con i colossi di Stati Uniti e Cina. Inoltre Vestager ha fatto capire anche che se entro il 2020 non si sarà trovato un accordo mondiale per tassare le multinazionali, l’Unione europea penserà a una propria digital tax.

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