La profezia di CasalinoIl governo Conte prova ad affondare il Foglio, con l’imbarazzante complicità del Pd

Il Dipartimento per l’Editoria di Palazzo Chigi, guidato dal Dem Martella, toglie il piccolo finanziamento pubblico all’unico quotidiano antipopulista del paese e minaccia di chiedere la restituzione dei soldi versati negli anni precedenti

ALBERTO PIZZOLI / AFP

Questa è una storia emblematica dello stato del nostro paese, dei pericoli che corre, della nocività di ogni forma di appeasement nei confronti delle forze sovversive e della complicità del Partito democratico. Eccola. Da Palazzo Chigi, ove risiedono il segnaposto scelto dalla Casaleggio Associati Giuseppe Conte e l’handler Rocco Casalino, fanno sapere che il governo ha tolto qualche centinaia di migliaia di euro di finanziamento pubblico residuo che spettava per legge alla cooperativa giornalistica che edita il Foglio.

Non solo, secondo la ricostruzione del Foglio che cita un’istruttoria preparata da un tipo sveglio come Vito Crimi, responsabile del Dipartimento per l’editoria durante il Conte 1 e del relativo tentato omicidio di Radio Radicale, pare che il governo pretenderà anche la restituzione di qualche milione di euro versati dallo Stato negli anni scorsi al quotidiano fondato da Giuliano Ferrara (dove ho lavorato per 14 anni) per un qualche inciampo burocratico che altro non è se non la volontà precisa, peraltro dichiarata pubblicamente da Casalino ai tempi del Conte 1, di far chiudere l’unico giornale italiano di carta che denuncia il carattere eversivo del progetto di Casaleggio e Grillo.

Negli ultimi anni, in particolare con Luciano Capone, il Foglio ha continuato a insistere pressoché solitario sull’anomalia antidemocratica dei casaleggesi ricevendo nel luglio del 2018 la sopracitata minaccia di Casalino ora pronta a concretizzarsi e anche, un mese prima, una grottesca lettera dell’attuale proprietario della testata Valter Mainetti, un uomo di relazioni romane non lontane dalle relazioni romane di Conte, che invitava i giornalisti del Foglio a trattare meglio il governo perché «il presidente Conte merita fiducia», come la Galbani, convinto nientedimeno che il premier avrebbe potuto «disboscare il sottobosco burocratico». Come no.

Il Foglio ha pubblicato la lettera in prima pagina sotto il titolo autoironico «La voce del padrone», ma la minaccia di Casalino e l’invito dell’editore hanno ulteriormente spinto il giornale a non-fare-sconti, come dicono quelli sempre pronti a farci sapere di avere la schiena dritta, aggiungendo all’opposizione di merito sull’azione di governo anche una forma di resistenza antropologica.

Con il Conte due e la prospettiva di tenere Salvini lontano dai pieni poteri si è aperto un nuovo capitolo politico e il Foglio è diventato contiano di ferro, un poco per ridere e un poco sul serio. Non è mai mancato il debunking quotidiano di Luciano Capone sulle sòle made in Casaleggio, ma il Foglio ha ospitato in prima pagina, e senza che gli scappasse da ridere, un surreale manifesto per far ripartire l’Italia scritto da Conte (o da Casalino) e spesso ha sottolineato la capacità di leadership-non-leadership del premier. Di recente un importante ministro grillino è stato ospite alla festa dell’ottimismo di Firenze e a un certo punto sulle austere pagine del quotidiano è comparso anche un elogio di Casalino, dello stesso Casalino che aveva minacciato di far chiudere il Foglio evidentemente sapendo di che cosa stava parlando. E infatti la decisione del Dipartimento di Palazzo Chigi è arrivata.

L’altra metafora di questa storia è la complicità del Partito democratico nella decisione di togliere i finanziamenti alla cooperativa giornalistica del Foglio, e solo a quella del Foglio, perché il grillino Crimi non è più il responsabile del Dipartimento dell’Editoria di Palazzo Chigi, ora è andato a fare danni allo sport, ma è stato sostituito da Andrea Martella, deputato del Partito democratico. Con questa scelta, voluta o no, e se non è voluta è anche peggio, Martella aggiunge un altro elemento di imbarazzo all’ormai nutrito bottino del suo partito, ormai «oggettivamente un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze populiste» per semicitare Nicola Zingaretti.

Che cosa altro è il Pd, infatti, se non un facilitatore e un navigator del populismo, ora che fa prendere la mira contro l’unico giornale di carta apertamente antipopulista e dopo aver accettato i decreti sicurezza e dignità, la legge spazzacorrotti, la fine della prescrizione, il decreto sulle intercettazioni, la riduzione dei parlamentari, il reddito di cittadinanza, quota cento e dopo non essersi ancora opposto formalmente alla candidatura del propalatore dei Protocolli dei Savi di Sion, l’Elio Lannutti che in passato si è augurato anche lui che tagliassero i fondi al Foglio in modo da farlo chiudere? Altro che alleanza strategica, il Pd è diventato il volenteroso carnefice di Grillo. Il suo ruolo, invece, assieme a quello di Matteo Renzi, Carlo Calenda, Emma Bonino, Mara Carfagna e di tutte le persone ragionevoli, dovrebbe essere quello di difendere la Repubblica dai progetti sovversivi di un gruppo di mentecatti.

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