Prima gli italiotiEcco perché in Italia non potremo mai avere una destra decente

Si arriva anche a protestare contro le sardine, tacciandole di non essere democratiche. Ma la realtà è che persino il linguaggio di Almirante era meno regressivo di quello della Bestia di Salvini. Tant’è che ormai pare impossibile avere uno schieramento senza «tanfo di fureria», direbbe Pasolini

“Piove, opposizione ladra!”. Gli uomini e le donne cui è caro Matteo Salvini, cominciando dai cronisti di fiducia, gli inviati, le matrone degne di un Satyricon populista, i Capezzone, lo scrittore opinionista che racconta di padre Pio che riteneva fosse peccato non votare “la fiamma”, i già insediati d’ufficio nei talk televisivi, come si nota dalle battute ricorrenti e tra loro sempre collimanti, hanno trovato un modo certo per affermare insistentemente l’assenza di un vero sentimento democratico da parte di una presunta piazza di governo, meglio, “pro governo”, travestita da barricata tra grunge e hipster, cominciando dal profilo attitudinale, dunque antropologico, delle cosiddette sardine.

Da parte del solerte minculpop sovranista si afferma infatti che si sarebbe mai vista una massa così pronta a innalzare cartelli di protesta rivolti ingiustamente a chi si trovi fuori dal Palazzo, per sporchi giochi di potere cui si sarebbero prestati anche gli ex alleati grillini, cioè l’opposizione, perculata sistematicamente, non senza, appunto, picchi di volgarità e addirittura violenza, manco fosse l’esecutivo. Proprio come si diceva prima: piove, opposizione ladra!

Nel sostenere così, Salvini e alleati sembrano affermare l’esistenza comprovata – una possibile regia di Romano Prodi, sempre aspirante al Quirinale, nel caso della scintilla iniziale nella bolognese piazza Maggiore – di un blocco unico compatto, soggetto a un disegno preordinato, tutte cose in cui la sinistra sarebbe da sempre provetta; per farla breve, le sardine come massa di manovra informale, se non agli ordini, comunque organica ai desiderata del Partito democratico di Zingaretti, un’operazione di ingegneria militante orchestrata, come già i girotondi, il popolo viola, sorta di “orfanelli di Ceausescu”, all’incirca prossimi a chi durante la rivolta in Romania di trent’anni esatti fa stettero fino all’ultimo al fianco dell’infame “Conducator”, per bloccare l’atteso e auspicato cambiamento in senso populista.

Ora, nessuno di noi giunge a negare che nella macrostoria della sinistra vi siano stati fiancheggiatori entusiastici perfino dei carri armati sovietici di Budapest e di Praga e addirittura d’Afghanistan, in questo caso tuttavia, oltre il quadro storico mutato, la situazione è decisamente differente, negarlo può risultare risibile.

Al netto dell’espediente propagandistico, chiarito che in termini di agit-prop fa sempre colpo sentirsi dire che l’altro vuole più bene ai “poteri forti”, alla “casta” che non al singolo cittadino inchiodato sotto il solito “torchietto”, il dispositivo messo in atto dalla falange salviniana custodisce una tara culturale propria delle destre, incapaci di comprendere che il dato della questione possa essere innanzitutto culturale, individuale, pulsionale, prim’ancora che strettamente politico, cioè bloccato sull’agenda spicciola. L’irruzione di una Lega depurata dal localismo e dalle barbe vichinghe, più di quella di Bossi, per linguaggio, attitudine, narrazione al limite dell’orgia del potere sudamericana, lì a pompare consensi anche attraverso l’acido della subcultura razzista, non ha infatti precedenti nella storia d’Italia già repubblicana, un po’ come immaginare fantapoliticamente i neofascisti del MSI, insediati al governo con le loro intatte parole d’ordine oscillanti tra ordine e gerarchia, nazione e autarchia, posto che, a nostra memoria, perfino il linguaggio di Almirante, per assurdo, era addirittura assai meno regressivo di ciò che pronuncia Salvini attraverso i giovani galoppini mediatici della sua “Bestia” social.

Fuori dalla comprensione di un simile dato regressivo, risulterà impossibile intuire la reazione carsica, il flusso, la rivolta, il sentimento proprio degli autoconvocati in atto al momento, come risposta sia difensiva sia oppositiva rispetto al consenso crescente e plebiscitario delle destre arrembanti.

Matteo Salvini, certo, ma anche, la Meloni e i suoi Fratelli d’Italia, che per linguaggio, parole d’ordine, per frasario essenziale – «… io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana» – si costituisce come ulteriore elemento di precipizio culturale ancora prima che politico.

Nel manifestare questa percezione, diventa davvero inevitabile riflettere sull’esistenza di due distinte Italie che storicamente si fronteggiano in nome delle proprie predilezioni, si fa per dire, etiche. Al momento, rinunciando a intuire quale possa essere maggioritaria, resta la certezza dell’esistenza di chi nel Paese vorrebbe tornare indietro, in termini di conquiste e diritti civili primari, tra razzismo, sessuofobia e intolleranza etnica, cui va aggiunta il riferimento ai migranti come virus criminogeno sia in potenza sia in atto, un lessico segnato, almeno ai nostri occhi, da povertà interiore assoluta: poltrone, tasse, presepe, rosario, «prima gli Italiani».

Insomma, il vero presepe della raggelante incompiutezza della destra italiana, mai uscita dalla cella frigorifera del fascismo, ai suoi occhi un caldo bene rifugio mentale, proprio di una subcultura piccolo-borghese, ottusamente certa del proprio primato fondato sul dominio delle paure, dell’insicurezza che fa intuire in un possibile redivivo, metti, Pinochet uno zio necessario.

Intendiamoci, le carenze della destra non potranno essere colmate da altri, tantomeno da una sinistra supplente e edificante che al momento non sembra meno rabberciata e in confusione, chiarita la dissoluzione del centro moderato, spetterà a un terzo incomodo porsi come laboratorio di un fronte conservatore minimamente decoroso, spendibile, di cui non vergognarsi, oltre la linea nera dei Bolsonaro, degli Orban, delle Le Pen, perfino dei Trump, una destra che non sappia, come direbbe Pasolini, di «tanfo di fureria» e di camera di sicurezza, che non assecondi il plauso a chi ha ridotto a carne da obitorio Stefano Cucchi, ma trovi il proprio racconto quotidiano, se ne ha i mezzi mentali, lontano dall’implicito disprezzo plebeo per le conquiste minime di democrazia e di civiltà, una destra che sappia distinguere tra pulsioni individuali verso un sentire di libertà e spirito gregario che fa ritenere che perfino il più modesto Pd debba essere protetto come il migliore dei danni possibili. Arriveranno mai a comprendere che, nel più dei casi, la coscienza non conosce deleghe, a maggior ragione in bianco? Piove, diluvia…

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