Farnesina AssociatiDalla Siria alla Turchia, Di Maio dialoga con l’asse del male

I Med Dialogues a Roma e l’intervista al Corriere in cui dice che bisogna parlare con Assad. Sulla Libia concorda con i russi sulla necessità di un cessate il fuoco, ma i mercenari di Putin aiutano Haftar. In diplomazia si discute con tutti, ma senza una posizione seria sono guai per tutti

Filippo MONTEFORTE / AFP

Da Sergej Lavrov, braccio destro di Vladimir Putin e plenipotenziario della politica estera russa, al ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, al Med Dialogues di Roma sfilano tutti i rappresentanti delle dittature che si affacciano sul Mediterraneo, compreso l’Egitto di Al Sisi e l’Arabia Saudita di Mohamed bin Salman, che hanno entrambi inviato i propri ministri degli Esteri. Nelle relazioni internazionali si parla con tutti, poco importa il tipo di regime, ma per farlo con credibilità bisogna avere un’agenda chiara e la forza di trattare in modo duro. Due cose che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non ha coltivato in questi primi mesi alla Farnesina, anche se i nostri diplomatici lo hanno ormai ben istruito a non fare gaffes in occasione delle dichiarazioni formali. Di questo c’è da rallegrarsene, dopo il guaio combinato con la «non ingerenza» negli affari interni di Hong Kong.

Ricordate le dichiarazioni fuoco e fiamme sull’offensiva turca nel nord della Siria, la richiesta di embargo sulle armi e le condanne accorate del ministro Di Maio? Tutto dimenticato, Di Maio ha incontrato Çavuşoğlu per «uno scambio di vedute sulle principali crisi regionali, in particolare su Siria e Libia». D’altronde, da Stato canaglia da condannare, la Turchia è diventata un «partner fondamentale per affrontare sfide strategiche».

Questo perché la fascinazione per i regimi dispotici a tratti prende il sopravvento, come dimostra l’intervista concessa venerdì al Corriere della Sera: bisogna riprendere il dialogo con Bashar al Assad, dice Di Maio, che si rende protagonista di un’apertura di credito verso il presidente siriano. Assad, che grazie all’aiuto fondamentale di Russia e Iran ha ormai vinto la guerra civile, sarà stato felice, visto che sta cercando di ritornare un interlocutore credibile in Occidente, come dimostrano le interviste concesse a media italiani, francesi e britannici negli ultimi 10 giorni. Peccato che mercoledì pomeriggio, in conferenza stampa alla Farnesina dopo l’incontro con l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Geir Pedersen, Di Maio aveva assicurato che l’Italia non farà «fughe in avanti» nel processo di pace siriano, e si atterrà alla road map decisa dalle Nazioni Unite. Dal punto di vista sostanziale ciò vuol dire che l’Italia non riaprirà l’ambasciata a Damasco a meno di iniziative congiunte con gli altri partner europei.

Sarebbe interessante sapere cosa pensa Di Maio delle centinaia di mercenari russi inviati dall’agenzia Wagner, d’intesa con il Cremlino, a dare manforte al generale Haftar

Una doppia posizione che serve da un lato a tranquillizzare l’ala assadista del Movimento 5 Stelle, capitanata da Alessandro Di Battista, che spiegava di non considerare il presidente siriano un dittatore: «Questo lo decideranno i cittadini siriani». Dall’altro ad attenersi alla linea ufficiale del ministero degli Esteri: «Non esiste al momento un piano per riaprire l’ambasciata», ci spiega una fonte diplomatica.

Venerdì pomeriggio Luigi Di Maio e Sergej Lavrov hanno avuto un lungo confronto bilaterale, per poi spiegare ai giornalisti di condividere l’analisi sulla crisi libica: è necessario uno sforzo per il cessate il fuoco, e non devono esserci interferenze da parte di potenze straniere. Il ministro degli Esteri russo ha chiarito che: «La situazione in Libia è estremamente complessa perché ci sono troppi giocatori e si sollevano troppe domande su chi è legittimo e chi più legittimo». Sarebbe interessante sapere cosa pensa Di Maio delle centinaia di mercenari russi inviati dall’agenzia Wagner, d’intesa con il Cremlino, a dare manforte al generale Haftar. O forse quelle russe non sono considerate interferenze, visto anche l’atteggiamento simile nei confronti della stampa: le agenzie riportano che ai giornalisti presenti erano state concesse sei domande (tutte concordate), e che alla seconda i due ministri hanno interrotto la conferenza stampa per impegni sopravvenuti. Lavrov si sarà sentito a casa.

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