Piccole speranzeI sovranisti vincono perché la classe media ha sempre meno speranze

Le elezioni nazionali in Gran Bretagna e le regionali italiane mettono in evidenza trend conosciuti: nelle grandi città vincono i progressisti, in provincia i conservatori. Ma in realtà la situazione ha a che fare con i ceti medi, sempre meno abbienti

DANIEL SORABJI / AFP

Il Regno Unito non è mai sembrato così uguale all’Italia, le contee dell’Inghilterra profonda così simili all’Umbria. Non c’entra la passione britannica per le colline dell’Italia centrale, ma il comportamento degli inglesi alle urne.

I media dopo il voto del 12 dicembre si sono concentrati sul trionfo di Boris Johnson che ha sigillato la Brexit, ma a guardare i numeri, più della crescita dei conservatori e dei brexiter, avanzati solo dell’1,4%, è interessante il cambiamento del profilo politico del Regno Unito in termini socio-economici e geografici, anche perché è un cambiamento che ci ricorda tanto quello in atto anche in Italia, e non solo.

Come nel nostro Paese e non solo, la sinistra e i liberali resistono bene e anzi si rafforzano nelle grandi città, e in particolare a Londra, in controtendenza rispetto al resto del Paese, esattamente come accade a Milano. Mentre arretrano in provincia, e in particolare dove avevano delle roccaforti, nel Galles e nel Nordest in Inghilterra, in Umbria in Italia, come si è visto alle ultime regionali.

Non si tratta delle aree e degli elettori più poveri, in realtà, non c’è un passaggio in massa delle classi popolari a destra, come una certa narrazione afferma. I conservatori continuano a vincere molti di più nei collegi meno poveri e deprivati rispetto a quanto facciano i laburisti. Così come il centrodestra rimane più forte in Lombardia e Veneto in Italia.

Questo anche perché la povertà ha colpito molto di più gli immigrati rispetto agli autoctoni, un po’ ovunque.

È in realtà un cambio di sentiment nel ceto medio o medio-basso bianco e anziano o di mezza età delle aree più periferiche, quelle che nel recente passato avevano vissuto una crescita anche superiore a quella delle città e che però dopo la crisi sono rimaste indietro, con le speranze di maggiore ricchezza deluse.

Nel Nordest dell’Inghilterra e nello Yorkshire, negli ultimi anni la crescita del PIL è stata infatti decisamente inferiore a quella di Londra, mentre negli anni 2000 al contrario era stata addirittura leggermente superiore.

Ancora più del PIL sono indicativi gli stipendi. Il monte salari complessivo nell’East Yorkshire e nel Northern Lincolnshire, nonché nel Northumberland and Tyne and Wear, sempre a Nordest, aree storicamente laburiste e fortemente pro-brexit, era aumentato più di quello della zona più ricca di Londra, quella occidentale, fino al 2010, per poi rimanere indietro nel periodo successivo, in cui la crescita era stata di meno della metà. È una differenza che non si spiega solo con l’andamento demografico, molto più vivace a Londra.

Qualcosa di simile si vede anche in Italia, con il monte salari dell’Umbria, che negli anni 2000 tiene il passo di quello della Lombardia, così come quello della Campania, per poi declinare e rimanere miseramente a livelli più bassi di quello pre-crisi, dopo il 2009.

Anche in Spagna si vedono dinamiche di questo tipo. Andalucia e Castilla la Mancha se l’erano cavata meglio di Madrid durante il boom spagnolo degli anni 2000, ma a differenza della capitale dopo il 2009 non sono riusciti a riprendersi.

Ed è proprio in queste regioni, più che a Madrid e nel Nord, che Vox ha vinto nelle elezioni politiche del 10 novembre scorso.

Viviamo ora le conseguenze di un cambiamento strutturale che ormai è conosciuto e che trova conferme anche nel Regno Unito, e che riguarda il declino delle piccole imprese, delle attività dei servizi o dell’industria a marginalità più bassa, trainata magari da qualche bolla creditizia, come per esempio l’edilizia in Spagna, o il commercio un po’ dappertutto, che anche quando si riprende non tiene il passo dei servizi avanzati, delle multinazionali, della grande impresa che invece gravita quasi esclusivamente nelle grandi città, lasciando a bocca asciutta la provincia.

Questo si vede bene nell’andamento degli investimenti, che sono quelli che generano, dal lato dell’offerta, la crescita di redditi e salari.

Yorkshire, Lincolnshire e dintorni rincorrono invano Londra anche in questo capitolo, esattamente come Marche, Umbria e Campania fanno con la Lombardia, e Andalusia e Murcia (nel Sudest, dove Vox è primo partito) con Madrid in Spagna, dopo la sbornia di una dozzina di anni fa.



A rimanere a bocca asciutta tra l’altro sono soprattutto coloro che già 15-20 anni fa lavoravano, avevano vissuto la crescita, creduto nelle promesse della “new economy” (chi se la ricorda?) rivelatesi cocenti delusioni. In particolare per chi svolgeva un lavoro poco specializzato, in inglese i “blue collars”.

Non a caso i conservatori hanno aumentato di più i propri voti proprio laddove questi lavoratori più numerosi, e in particolare hanno vinto tra chi ha più di 40 anni.


Costoro non sono certo poverissimi; del resto in Italia come altrove le vecchie generazioni se la cavano meglio dei giovani, ed è anche per questo che queste persone non si sono sentite rappresentate dalla visione di Corbyn, il quale si rivolgeva invece soprattutto agli ultimi, a chi non aveva nulla da perdere anche con più tasse.

Questi operai, commercianti, artigiani 50-60enni invece hanno da perdere parecchio, e molto infatti lo hanno già perso, in particolare quel treno verso il benessere che pensavano di vedere arrivare quando erano più giovani. E che invece è stato deviato verso le città, Londra, Milano, e molte altre. E ora presentano il conto.

Ma è un conto quasi impossibile da pagare. Non si vede all’orizzonte una forte ripresa, tantomeno un nuovo boom, men che meno in Inghilterra e in Italia. Il pericolo per i loro nuovi riferimenti politici, che siano Johnson, Salvini o altri, è che tra 10 anni saranno loro il bersaglio della frustrazione di questa parte di elettorato.

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