Uguale per tuttiSacrosanto colpire la ’ndrangheta ma, attenzione, i processi non sono show

L’ultima maxi-inchiesta di Nicola Gratteri impressiona per numeri (260 arresti) e ambizioni. Ma bisogna ricordare che la procura di Catanzaro ha il più alto numero di indennizzi, e tende a eccedere con la custodia cautelare. La giustizia si vede dai risultati, prima che dai proclami

Mentre il Csm sta lentamente procedendo a riempire le caselle vuote degli incarichi direttivi nelle più importanti procure italiane, le cronache giudiziarie vengono scosse dalle assordanti cifre dell’ultima maxi-inchiesta calabrese istruita dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, dal nome in codice “Rinascita-Scott”. Con apprezzabile modestia, Gratteri l’ha definita «la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo». Cifre imponenti, quelle snocciolate da Gratteri: «416 indagati, 260 arresti, 13.500 pagine di ordinanza cautelare di cui 250 solo per i capi d’imputazione …5 milioni di fotocopie di ordinanze autotrasportate nella notte». Tra gli arrestati avvocati, ex parlamentari, politici di primo piano, ufficiali dei carabinieri. Enorme impiego di risorse: all’operazione hanno preso parte 2.500 carabinieri del Ros e dei comandi provinciali, «supportati da unità del Gis, del Reggimento paracadutisti, degli squadroni eliportati Cacciatori di Calabria».

Nella trionfale conferenza stampa, al cronista attento sono tuttavia venute in mente altre cifre, quelle fornite all’inaugurazione dello scorso anno giudiziario dal Procuratore Generale del distretto, Otello Lupacchini, che aveva lamentato «un dato particolarmente allarmante» riguardante l’eccessivo, ingiustificato ricorso alla custodia cautelare da parte degli uffici giudiziari calabresi, «sicuro sintomo di inadeguata ponderazione delle prove sia da parte di chi propone sia di chi dispone la custodia cautelare…».

I dati forniti da Lupacchini, sia pure relativi anche al periodo precedente la nomina di Gratteri alla procura distrettuale, sono in effetti allarmanti sia sotto il profilo delle ingiuste detenzioni sia sotto quello non meno trascurabile del danno erariale procurato allo Stato dalle cause di risarcimento: Catanzaro, per il sesto anno consecutivo, è in testa alla non edificante classifica del maggior numero di indennizzati con 158 risarciti (nel 2017) davanti a Roma con 137 e Napoli con 113.

Catanzaro e Roma, secondo quanto comunicato da Lupacchini, sono le città dove lo Stato ha speso di più, ma il capoluogo calabro con 8 mln di euro ha “fatturato” risarcimenti in misura più che doppia rispetto a Roma, con un numero di procedimenti «incommensurabilmente minori».

Lupacchini ha individuato la causa di tale criticità nell’ «acritico appiattimento» del giudice che dovrebbe decidere sull‘emissione della misura sulle richieste dei Pubblici ministeri, un‘evidente «cortocircuitazione» che lede l’immagine del giusto processo.

Certamente tutto ciò non è sufficiente a inficiare l’importanza della nuova inchiesta, ma l’elevatissimo numero di arrestati (260!) che, come ha ricordato Gratteri, non ha eguali se non nell’epopea del Maxi processo di Giovanni Falcone (ma all’epoca c’era ancora il codice Rocco di stampo inquisitorio e il Giudice Istruttore riassumeva in sé le funzioni di inquirente e di giudicante) suscita qualche comprensibile perplessità.

Secondo Lupacchini, a Catanzaro si arresta troppo e inutilmente, l’uomo ha indiscussa fama di indipendenza e competenza, fu lui ad occuparsi a Roma di importanti processi di criminalità come quelli alla Banda della Magliana su cui scrisse un libro non dello stesso successo di quello del collega Giancarlo De Cataldo, ma più storicamente attendibile. È anche titolare di un carattere difficile che l’ha portato a uno scontro acceso con Gratteri, terminato con una provvisoria tregua sancita dall’archiviazione della relativa pratica al Csm che aveva aperto un’indagine sulla diatriba. Insomma, il “piccolo” distretto di Catanzaro è rappresentativo di una complessa realtà che è quella tormentata della giustizia italiana.

Di sicuro continua la pessima abitudine da parte delle procure italiane di ricorrere a strumenti di propaganda abilmente dissimulati sotto le vesti della pubblica informazione. Di recente il senatore del PD Stefano Ceccanti ha presentato un’interrogazione traendo spunto dalla vicenda che ha colpito un compagno di partito, il sindaco di Bibbiano, per chiedere al Ministro di Giustizia di porre fine alla pessima abitudine di battezzare con nomi “in codice” le varie inchieste perché ciò sarebbe un indebito modo di influenzare la pubblica opinione e di danneggiare il principio di non colpevolezza. Fosse solo quello. Oggi il procuratore Gratteri ha dichiarato la sconfitta definitiva della ‘ndrangheta vibonese, notizia ottima, ma che senza un processo appare peccare di un certo ottimismo.

Ecco, nessuno può dire se Giancarlo Pittelli e gli altri 259 arrestati, e tutti i 416 indagati, siano colpevoli o innocenti, ma sicuramente il modo con cui sono stati additati alla pubblica opinione è identico a quello deprecabile utilizzato in precedenza nei confronti del sindaco di Bibbiano e prima ancora per centinaia di indagati (e a volte anche per gente che neanche lo era) poi risultati innocenti. Un modo vietato dalla legge italiana oltre che da una direttiva europea. Come finirà non lo sappiamo, l’inizio però non è dei migliori, e va detto anche per imputati che si chiamano “Cosciu d’agneddu” e “U Bimbu”.

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