Ultimi gli italianiI sovranisti perdono tempo con Nutella e Mes, mentre arriva la seconda guerra fredda tra America e Cina

Secondo il Financial Times, il governo cinese ha ordinato di rimuovere entro tre anni tutti i pc e i software stranieri dagli uffici dei dipendenti pubblici. Intanto Washington minaccia nuovi dazi contro l’Italia se approverà la web tax

NICOLAS ASFOURI / AFP

Lo scontro sui dazi tra Stati Uniti è Cina è diventata una guerra fredda tecnologica senza che ce ne accorgessimo. Secondo il Financial Times, il partito comunista cinese avrebbe ordinato di rimuovere entro tre anni tutti i Pc e i software stranieri dagli uffici dei dipendenti pubblici. Parliamo di una cifra imponente tra i 20 e i 30 milioni di componenti hardware che saranno sostituiti nel 2020 (la metà del totale), 2021 (il 30%) e 2022 (20%). Un colpo micidiale da 150 miliardi di dollari per i fatturati delle statunitensi Microsoft, Dell e Hp. L’ordine da Pechino è arrivato a inizio anno ed è la risposta mossa di Donald Trump di mettere al bando la cinese Huawei dal mercato Usa per ragioni di sicurezza nazionale. Per il governo cinese il compito non sarà facile perché hard drive e microprocessori dei computer usati dai dipendenti statali sono tutte Made in Usa e i principali fornitori di software sviluppano prodotti per sistemi operativi di Windows e macOS, delle statunitensi Microsoft e Apple. Un compito difficile che il governo cinese vuole raggiungere. In palio in questa corsa alla Luna “digitale” non c’è solo l’autarchia tecnologica ma la supremazia sul 5G nei prossimi vent’anni.

Secondo l’economista americano Nouriel Roubini questa seconda guerra fredda sarà «l’inizio della de-globalizzazione e balcanizzazione dell’economia globale». L’ultima volta aveva predetto prima di tutti la crisi economica del 2008. Potrebbe avere azzeccato di nuovo. Come trent’anni fa, si formeranno due blocchi contrapposti in cui ognuno offrirà la propria tecnologia al mondo. Succede già per i motori di ricerca (Google contro Baidu), le aziende di ecommerce (Amazon contro Alibaba), e i social network (Facebook, Instagram e Whatsapp contro WeChat). Ora è il momento di infrastruttura 5G e microprocessori.

In ogni guerra fredda che si rispetti il campo di battaglia in cui contendersi la supremazia è l’Europa, rimasta indietro nella competizione tecnologica. Per seguire il mito della concorrenza tra piccoli a tutti i costi, l’Unione europea è stata incapace di supportare grandi colossi nel mercato digitale e alta tecnologia. Si possono definire davvero dei giganti la finalndese Nokia e la svedese Ericcson A meno che non vogliamo considerare tali Nokia ed Erikkson che faticano a soddisfare la domanda di infrastrutture 5G e a togliere fette di mercato a Huawei. Secondo le ultime proiezioni nel 2023 l’azienda cinese dovrebbe coprire oltre un quarto delle infrastrutture per la tecnologia di quinta generazione nel mondo.

Invece di dilaniarsi per la Nutella italiane con nocciole turche o di stracciarsi le vesti per la riforma del Mes che non hanno neanche capito, perché i sovranisti di casa nostra non ci spiegano da che parte stanno?

Da mesi Trump è in cerca di alleati in Europa. A fine ottobre il presidente Usa aveva lanciato un appello ai Paesi che «condividono la nostra mentalità e i nostri principi» per combattere contro «coloro che vorrebbero utilizzare il 5G come strumento per espandere il controllo sui propri cittadini e per seminare discordia tra Nazioni». Parole d’ordine da guerra fredda, ma non tutti gli Stati Ue sono disposti a escludere compagnie cinesi dai bandi per sviluppare la rete di quinta generazione. Né la Germania, né il Regno Unito sembrano volersi allineare a Washington. «La vera sfida all’Europa arriva dalla Cina, capace non solo di copiare i brevetti, ma di crearne dei migliori» ha ricordato il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, ospite a novembre del Festival de Linkiesta, Nel suo ultimo libro “Assedio all’Occidente” (La nave di Teseo) spiega che solo l’alleanza atlantica può proteggere l’Europa dagli attacchi di Cina e Russia ma in questo momento gli Stati europei sono preoccupati dall’atteggiamento dell’amministrazione Trump perché i suoi dazi hanno colpito anche le macchine tedesche, i vini francesi, i formaggi italiani e l’olio d’oliva spagnolo. Nella seconda guerra fredda non è più scontato che esista un unico blocco occidentale coeso.

Soprattutto dopo che una settimana fa il segretario al Commercio Robert Lighthizer ha minacciato di imporre tariffe fino al 100 percento su prodotti francesi del valore di 2,4 miliardi di dollari per aver introdotto a luglio una web tax sulle multinazionali digitali. Lo stesso destino che potrebbe capitare a Italia, Austria e Turchia, osservati speciali del governo Usa che potrebbero subire lo stesso destino dei prodotti francesi. Nella legge di Bilancio il governo giallorosso ha previsto una tassa del 3% sui ricavi delle aziende digitali che hanno un fatturato di Almeno 750 milioni di euro. «Non c’è alcuna minaccia dagli Stati Uniti per la digital tax» ha rassicurato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a margine del Consiglio Ue Affari Esteri a Bruxelles. Ma la posizione italiana rimane ancora equivoca dopo il memorandum firmato con Pechino dal governo gialloverde. Nella seconda guerra fredda l’Italia da che parte starà? Con la Cina, con gli Stati Uniti, con l’Europa o da sola? Ecco, invece di dilaniarsi per la Nutella italiane con nocciole turche o di stracciarsi le vesti per la riforma del Mes che non hanno neanche capito, perché i sovranisti di casa nostra non ci spiegano da che parte stanno? Perché prima o poi Lega e Fratelli d’Italia andranno al governo e non saranno solo i giornali a pretendere una risposta.

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Linkiesta Paper Estate 2020