La sinistra e una certa idea del dirittoLo scambio di doni tra l’Associazione Nazionale Magistrati e Bonafede inguaierà la giustizia italiana

La riforma della prescrizione è la ragione di vita del ministro, l’Anm deve superare lo scandalo Palamara. E così politici e giudici sono tornati a strizzarsi l’occhio a vicenda. A perderci sono i concetti giuridici fondamentali della Costituzione

Alfonso Bonafede linkiesta
Filippo MONTEFORTE / AFP

Il problema della prescrizione è nuovamente all’ordine del giorno, nella lunga crisi di un governo con poco domani. Di Maio, con rinnovata baldanza, sfida alla crisi il Pd, che sul punto ha tenuto un comportamento ondivago, entro il quale è facile leggere le forti contraddizioni che squassano la sinistra alle prese con il populismo dominante.

La provocazione del ministro scaturisce con ogni probabilità da ciò che è successo al 34° congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati, tenutosi nel fine settimana a Genova, dove si è consumato una sorta di matrimonio d’interessi tra il ministro Bonafede (sempre più in prima fila nell’universo a 5 stelle) e l’Anm, un compromesso assai simile all’unione forzata che ha originato la coalizione di governo.

Con una straordinaria simmetria i problemi della sinistra nel Conte-bis riflettono la crisi delle correnti riformiste della magistratura nel Poniz-uno: vederci dentro può aiutare a capire. Sullo sfondo, una solitaria piccola tenda piantata dagli avvocati penalisti italiani a Piazza Cavour a Roma, davanti al Palazzaccio, la stazione di arrivo di tutti i processi, dentro la quale per sei giorni un migliaio di militanti dell’Unione Camere Penali si sono alternati per dare testimonianza delle loro ragioni contro la legge che dal primo gennaio del prossimo anno abrogherà la prescrizione una volta emessa la sentenza di primo grado. Si badi bene, qualcuno forse lo ha dimenticato, che vale anche per quei cittadini assolti la cui sentenza venisse impugnata, ad insindacabile scelta del pm già bocciato in primo grado e magari con motivi pretestuosi. Imputato a vita, fine processo mai. Complice il maltempo che si è rovesciato su Roma, a tratti la tenda richiamava quella analoga di colore rosso dei superstiti del dirigibile Italia, dispersi sul pack un secolo prima.

Se Bonafede ha fatto della “sua” riforma della prescrizione l’unica ragione della propria esistenza politica, l’ANM ha come scopo principale in questo momento quello di passare indenne nel fuoco di polemiche dello scandalo Palamara

Nulla di più stridente con l’immagine di fasto ed opulenza istituzionale del congresso dell’Associazione Magistrati, in un maestoso centro (con parecchi vuoti nel pubblico a dire il vero) onorato dalla presenza delle più alte cariche dello Stato in concentrato ascolto della articolata relazione introduttiva del presidente Luca Poniz.

Se Bonafede ha fatto della “sua” riforma della prescrizione l’unica ragione della propria esistenza politica, l’Anm ha come scopo principale in questo momento quello di passare indenne nel fuoco di polemiche dello scandalo Palamara, l’inchiesta che la scorsa estate ha rivelato al mondo il miserevole spettacolo delle trattativa sottobanco tra magistratura e politica per la scelta degli incarichi direttivi delle sedi giudiziarie. In particolare a Roma, dove bisogna da molti mesi trovare il successore di Giuseppe Pignatone, posto a cui ambisce, tra gli altri, l’attuale procuratore capo di Firenze Creazzo, promotore dell’indagine sulla fondazione Open.

Il Guardasigilli ha portato in dono ogni possibile richiesta avanzata dalle toghe, dal rigetto della detestata separazione delle carriere, all’ipotesi del sorteggio per la scelta dei membri del CSM, a quelle assistenziali come l’irrobustimento delle indennità di malattia, al ripristino del concorso di primo livello con diretto accesso dei neo-laureati alla carriera, pur sorvolando su come e quando finalmente i 251 vincitori della selezione in magistratura del 2017 riusciranno a prendere servizio. Roba non di poco conto per una categoria abbisognevole come dell’ossigeno di nuovi organici. Di fronte alla messe dei doni nessuno è stato così indelicato da richiedere al Bonafede come fosse stato possibile aver trascurato l’inserimento in bilancio della relativa voce di spesa. E per non essere a sua volta tacciato di avarizia in finale di congresso, l’Anm a sua volta ha rilasciato un documento in cui ha cristallizzato una spettacolare inversione a U sulla riforma del ministro sulla prescrizione. Nell’arco di un battito di ciglia la posizione del sindacato massimo dei magistrati è passata così da «La sospensione della prescrizione rischia di produrre squilibri complessivi» (l’ex presidente Minisci un anno fa) a «non avremo ripensamenti sulla richiesta di bloccare la prescrizione che abbiamo sempre chiesto» (Poniz sabato).

Nessun radicale ripensamento sembra aver suscitato la tempesta di giugno della vicenda CSM, sui valori e sugli umori di fondo che oggi percorrono la categoria

Un reciproco scambio di doni dunque: con la sola eccezione di Giuseppe Cascini (consigliere del Csm e presidente della V commissione sugli incarichi direttivi) e di Maria Rosaria Guglielmi segretaria di Magistratura Democratica) nessuna autocritica approfondita è stata avanzata sullo scandalo dell’estate scorsa, mentre l’ineffabile ministro in tono con l’atmosfera pre-natalizia ha sottolineato che la spiacevole vicenda non riguarda il complesso della magistratura. A sua volta Bonafede ha avuto il via libera dalle toghe per la sua riforma.

La Anm di Ponitz, coerentemente all’omaggio reso nella sua relazione all’illustre genovese Montale, sembra avere chiaro «ciò che non è e ciò che non vuole». La magistratura non è cioè lo scandalo passato, ha rivelato, e non vuole molti cambiamenti nei suoi assetti futuri. Nessun radicale ripensamento sembra aver suscitato la tempesta di giugno della vicenda Csm, sui valori e sugli umori di fondo che oggi percorrono la categoria.

Come nel discorso introduttivo del suo presidente, si cercano di tenere insieme esigenze inconciliabili, realizzando così l’incongruenza di un sostanziale via libera alla nefandezza del blocco della prescrizione con la ribadita fedeltà al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena e della discrezionalità dei tribunali di sorveglianza. Si ha l’impressione che, come per il governo a Palazzo Chigi, anche per l’Anm sia sempre più affannosa e difficile una sintesi politica tra settori diversi, tra moderati e populisti che esistono anche nell’associazione, come gli scroscianti applausi a Bonafede fanno capire.

E infatti come si può, ad esempio, conciliare la smisurata durata di un processo e la risocializzazione di un reo?

Manca la consapevolezza che la prescrizione non sia un semplice istituto, ma si porti appresso una certa idea del processo in chiave riformista che la sinistra dovrebbe far sua

Manca la consapevolezza, che almeno l’ala riformista e di sinistra della magistratura dovrebbe avere nel suo bagaglio, che la prescrizione non sia un semplice istituto, ma si porti appresso una certa idea del processo in chiave riformista che la sinistra dovrebbe far sua, e che fu sua in tempi non lontani ( il codice accusatorio oggi in vigore fu voluto da un ministro socialista come Giuliano Vassalli).

La ragionevole durata di un processo è il presupposto di una esecuzione della pena coerente con le sue finalità costituzionali, laddove la pena differita e ineluttabile ne costituisce il definitivo affossamento.

James Ford, l’omicida che sul London Bridge salva la vita di coloro che sarebbero altrimenti caduti vittima di un terrorista, è un esempio meraviglioso per un paese dove lui sarebbe stato lasciato “marcire” in galera. E mentre la sinistra tradizionale, inseguendo il populismo politico, definisce, con una infelice uscita di Zingaretti, «stravagante» una civile sentenza della Consulta in tema di ergastolo nell’illusione di salvare se stessa, così la magistratura garantista rischia di svendere inutilmente le sue idee, con lo stesso magro risultato.

Se è concesso ad un avvocato di sinistra un non richiesto consiglio al presidente dell’Anm, sommessamente ricordiamo un altro illustre genovese da lui amato ed evocato nel suo discorso, secondo cui «se c’è una cosa amara, desolante è quella di capire all’ultimo momento che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta». Lui che è un appassionato di De Andrè mi auguro apprezzerà. Anche se lui, Fabrizio, sarebbe stato non tra i velluti e gli stucchi genovesi ma nel fango cogli avvocati, in direzione ostinata e contraria all’aria del tempo.

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