Fine processo maiAbolendo la prescrizione, i grillini trasformano gli italiani in ostaggi a tempo indeterminato dei pm

Con la complicità prima di Salvini e ora del Conte 2, i Cinque stelle ci regalano la giustizia infinita. L’abolizione dei termini è un pericolo soprattutto per gli ordinari utenti del sistema giudiziario, i quali si vedranno togliere una garanzia temporale imprescindibile e non avranno mai giustizia

L’Italia manettara esulterà per l’applicazione dal primo gennaio 2020 della draconiana riforma che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio ed è immaginabile che si associ ai festeggiamenti anche una parte dei milioni di italiani che sono coinvolti in processi penali o civili in attesa di sentenza. La politica si è dimenticata di spiegare a questi ingenui cittadini che il blocco, lungi dal garantirgli prospettive di giustizia migliori, li trasformerà in prigionieri a tempo indeterminato del sistema giudiziario. Chi ha denunciato qualcuno aspetterà ad libitum l’udienza che gli potrebbe dare soddisfazione; chi è stato denunciato – magari per un reato bagatellare, magari da innocente – passerà la vita a inseguire i suoi avvocati chiedendo: «Ma quando la finiamo?».

Fra il penale e il civile i processi aperti in Italia ammontano a cinque milioni e centomila e si può, con un po’ di fantasia, raffigurarsi quante persone, energie, spese, angosce, ruoti intorno a questo incredibile numero. Nella narrazione pubblica la questione della prescrizione è stata indicata come il grimaldello per inchiodare ai loro delitti i politici ladri, gli imbroglioni, i tangentari, che nel vecchio regime brigavano per allungare i tempi delle udienze e arrivare così alla fatidica soglia della decadenza del procedimento. E tuttavia, come è ovvio dai numeri, non ci sono solo questi nemici del popolo in coda a passo di lumaca davanti agli uffici giudiziari italiani. Esistono, e sono di sicuro la maggioranza, anche i cittadini normali. Per tutti loro l’indicazione di una data certa entro la quale il processo “doveva” essere fatto, pena la sua evaporazione, rappresentava una garanzia minima ma efficace, oltre che un incentivo ai tribunali per accelerare i tempi ed evitare l’affondamento di inchieste costate tempo e fatica.

Il Consiglio d’Europa, l’organizzazione internazionale che si occupa di diritti umani, pubblica annualmente un rapporto sull’efficienza e la qualità dei sistemi giudiziari dell’Unione. L’ultima edizione disponibile è dell’ottobre 2018 e ci racconta che in Italia la durata media di un processo civile è di otto anni, quella di un processo amministrativo è di cinque anni abbondanti e quella di un processo penale di tre anni e nove mesi (319 giorni in primo grado, 976 in Appello e 191 in Cassazione). Siamo tra i peggiori nella Ue, dove la media è circa la metà (il primo grado nel penale si esaurisce addirittura in 138 giorni, poco più di quattro mesi). E il peggio del peggio lo facciamo proprio in sede di Appello: penultimi in classifica, appena sopra Malta, che però ha due soli gradi di giudizio. La domanda che dovrebbe porsi il cittadino medio è semplice: senza un limite prefissato, senza la “tagliola” della prescrizione, le performance dei nostri Tribunali miglioreranno o peggioreranno? Scommettere sulla seconda ipotesi non sembra sbagliato.

Peraltro lo sguardo sui possibili colpevoli – il solo che la politica manettara proponga, raccontandoci che saranno incatenati ai loro crimini – è davvero un punto di vista parziale e insufficiente a capire la portata del provvedimento. Bisognerebbe guardare anche le sicure vittime, i denuncianti, quelli che vanno in tribunale perché rovinati da un mancato pagamento o da una truffa, feriti da un’aggressione o danneggiati da un furto. La loro aspettativa è una sentenza rapida, non certo un procedimento che possa estendersi oltre ogni limite di tempo: persino il riconoscimento dei propri diritti ha un cattivo sapore quando arriva troppo tardi, dopo troppe angosce e frustrazioni.

E tuttavia, si brinda. Nel Paese al contrario che siamo diventati si festeggia la consacrazione della giustizia slow, lenta, anzi infinita, come fosse un approdo di civiltà e non il suo contrario, una conquista dello Stato di diritto e non la demolizione del principio stabilito dall’articolo 111 della Costituzione sul dovere di assicurare al processo “una ragionevole durata”. Poi, fra un anno, quando le conseguenze della norma diventeranno numeri nei report del Consiglio d’Europa o delle relazioni sull’anno giudiziario, scopriremo il vero impatto dell’abolizione della prescrizione. Ovviamente sarà troppo tardi, ovviamente nessuno si caricherà le responsabilità di un fallimento quasi certo.

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