Erario amaroLa sugar tax fa male ai poveri (e comunque non aiuta a consumare meno zuccheri)

Le statistiche mostrano come chi è più povero, in particolare se vive al Sud, pur avendo meno denaro in tasca tende a non rinunciare a spese in realtà dannose, come bibite gassate o sigarette, e piuttosto risparmia sulla frutta. Un trend che renderebbe la nuova tassa controproducente

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Negli Stati Uniti è da anni una certezza. I più poveri consumano in modo meno ecologico e sostenibile e soprattutto mangiano peggio, più grassi, più zuccheri, e sono a maggior rischio obesità e diabete. Nelle contee in cui il tasso di povertà supera il 35% (in media è circa del 15%), normalmente nel Sud del Paese, i tassi di obesità sono del 145% superiori a quelli delle contee più ricche, dice l’ADA (American Diabetes Association).

Le varie sugar tax che sono state introdotte nel mondo miravano anche a questo, a scoraggiare l’acquisto di prodotti dannosi per la salute, bevande gassate, dolci, colpendo i loro maggiori consumatori, i poveri, laddove più faceva loro male, il portafoglio. Ora di sugar tax, come di plastic tax, si parla anche in Italia.

Nel nostro Paese d’altronde la situazione non appare molto diversa da quella americana. La regione con più obesi, il 14,6% del totale, è la Campania, seguita da Sicilia, Calabria e Puglia, ovvero le più povere in Italia.

E non ci si stupisce se si osserva come si distribuiscono i consumi, a livello di sostenibilità, quantità di zuccheri e grassi, in queste aree del Paese.

Nel 2018 la spesa per bevande analcoliche, che vanno dall’acqua minerale, sotto accusa per eccesso di consumo di plastica, alle bibite gassate, era del 18,3% superiore alla media nelle Isole, e del 3,4% maggiore al Sud. Aree in cui, va sottolineato, i consumi alimentari non sono invece normalmente inferiori a quelli del Centro-Nord.

Al contrario si spende meno nel Nord Est e soprattutto nei centro città, da anni sempre più ricchi rispetto al resto del Paese. Il gap in questo caso è addirittura del 13%.

Si tratta di un trend che esiste da anni e che anzi recentemente si è accentuato, per esempio al Sud, dove in precedenza questo tipo di consumi era inferiore alla media nazionale.

Parziali conferme vengono dai dati su altri consumi, come per esempio i tabacchi. Per i quali al Sud la spesa è addirittura del 19,5% maggiore della media, e nelle Isole del 13,8%.

Al contrario nel Mezzogiorno si compra meno frutta, rispettivamente il 15,4% in meno nelle Isole, il 4,5% in meno al Sud.

Dati più consoni con le aspettative invece per quanto riguarda alcool e dolci, che sono molto più consumati al Nord.

Non però quanto ci si potrebbe attendere a guardare il gap nei consumi generali, che nel Mezzogiorno sono quasi del 20% più bassi che nel resto del Paese.

In particolare al Sud si spende comunque di più in cibo e anche laddove c’è il segno negativo, come nei dolci, la differenza è meno accentuata di quello che ci si potrebbe prefigurare in base ai divari nei redditi.

I più poveri insomma tendono a non diminuire la propria spesa per prodotti dannosi o non sostenibili seguendo la propria minore disponibilità di denaro. È evidente anche dai dati sui consumi in base ai quintili di reddito.

Certo, chi è più ricco spende di più, chi è povero di meno, ma mentre il 20% più povero in generale consuma il 53% in meno della media (il 36,3% se parliamo di alimentari), nel caso delle bevande analcoliche la differenza scende al 31,3%, in quello dei tabacchi al 32,8%, mentre in quello frutta tende ad aumentare, al 41,06%.


Questo vuol dire che chi è più povero, in particolare se vive al Sud, ritrovandosi con meno soldi tende a non rinunciare a spese in realtà dannose, come bibite gassate o sigarette, e piuttosto risparmia sulla frutta, che negli ultimi anni al Sud ha vissuto un crollo se il suo consumo è paragonato a quello del resto del Paese.

Ed è invece aumentato in generale tra i più ricchi.

La strada è quindi quella della sugar tax ed equivalenti? Le evidenze laddove già esistono non sono univoche.

In alcuni casi, come a Oakland, in California, second Food Dive i distributori hanno internalizzato la tassa non facendola quasi pagare al consumatore, realizzando un vantaggio per l’erario, ma mancando l’effetto dissuasione.

L’opposto di quanto accaduto nel Regno Unito, in cui molte aziende, tra cui Britvic, Ribena, Lucozade, hanno tagliato in modo drastico la quantità di zucchero nelle loro bevande, anche del 50%, per non pagare imposte.

Invece nella progressista e ricca Berkeley, sempre in California, secondo una ricerca dell’American Journal of Public Health la tassa è stata applicata e in tre anni il consumo di bevande zuccherate è sceso del 52%. Nella più popolare Philadelphia il calo è stato del 30%, ma solo presso gli adulti, mentre non è cambiato nulla per quanto riguarda i bambini.

Quest’ultimo particolare conferma quanto riscontrato da una sociologa di Stanford, Priya Fielding-Singh, che ha trovato che sì, è vero, le famiglie più povere acquistavano più junk food, ma il divario non era enorme, non quanto quello che c’era nel comportamento verso i figli. Nel 96% delle famiglie ad alto reddito alle richieste di cibi grassi o zuccherati si rispondeva di no in modo regolare. Mentre lo stesso veniva fatto solo nel 13% delle famiglie a reddito minore.

Ancora una volta, accanto al fattore economico emerge quello culturale.

Se non c’è di mezzo una dipendenza, come è nel caso dei tabacchi, forse il maggior costo può aiutare nel diminuire la spesa in prodotti dannosi, ma al fine di una vera sostituzione di consumi, si pensi al caso della frutta, non si potrà prescindere dall’educazione dei più piccoli, a scuola e in famiglia.

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