Tutto è per sempreSperanza e Di Maio confermano che nella politica italiana è sempre il giorno dell’articolo 18

Siamo il paese dove nessun risultato è mai acquisito, tutto deve sempre tornare in discussione a ogni cambio di maggioranza, persino congressuale. Una prassi che dovrebbe allarmare chi ha a cuore la democrazia rappresentativa

JOHN THYS / AFP e Filippo MONTEFORTE / AFP

Con la proposta di reintrodurre l’articolo 18 Luigi Di Maio e Roberto Speranza confermano la legge fondamentale della politica italiana nella Seconda Repubblica: tutto è per sempre. Nessuna battaglia ha mai fine, nessun risultato è mai acquisito una volta per tutte, nessun problema è mai definitivamente risolto. Non importa per quanto tempo se ne sia discusso, dopo quali e quante votazioni, vittorie e sconfitte: non c’è dentifricio che non possa essere rimesso nel tubetto. Se necessario, anche usato. In quel famoso film con Bill Murray era sempre il giorno della Marmotta, da noi è sempre il giorno dell’articolo 18.

Viene da domandarsi se esista un nesso, in questi trent’anni, tra stagnazione economica e stagnazione politica. Ad ogni modo, e comunque la si pensi sul merito delle singole scelte, il fatto che nessun risultato possa mai essere considerato acquisito, e tutto debba sempre tornare in discussione a ogni cambio di maggioranza, persino congressuale, non può non allarmare chi abbia a cuore le sorti della democrazia rappresentativa e la sua legittimazione (non a caso piuttosto bassina, in questi ultimi decenni).

Quando, intorno ai quindici anni, cominciai a leggere i giornali e a interessarmi di politica, ricordo che i grandi temi al centro del dibattito, a proposito dell’improrogabile esigenza di modernizzazione del paese, erano la riforma del sistema maggioritario avviata con i referendum (del ’93, ma lo stesso argomento sarebbe stato alla base della campagna referendaria del ’99), la riforma delle pensioni (Dini, ’95) e l’articolo 18 (la prima volta di cui ho memoria è nel ’97, dopo un famoso discorso di Massimo D’Alema che apriva a una sua revisione, ma ovviamente se ne parlava già da anni). E poi, vivendo a Roma, sempre a proposito di modernizzazione, il miraggio della terza linea metropolitana: la leggendaria Metro C.

Oggi, a ventisette anni di distanza dai referendum del ’93, al centro del dibattito abbiamo la pronuncia della Consulta sull’ammissibilità del referendum maggioritario presentato dalla Lega (attesa per la settimana prossima), il dibattito sull’opportunità o meno di cancellare quota cento, che a sua volta ha cancellato una parte degli effetti della riforma Fornero, come del resto a suo tempo il centrosinistra prodiano aveva cancellato gli effetti del famoso scalone Maroni (la riforma delle pensioni, a pensarci bene, è uno dei campi in cui la schizofrenia legislativa ha raggiunto punte di più marcato sadismo, paragonabili forse solo alla raffica di riforme inflitte ai sistemi elettorali e istituzionali, con la linea dell’età pensionabile buttata avanti e indietro come una pallina da tennis). E naturalmente l’articolo 18, radicalmente rivisto dal Jobs Act renziano nel 2014, dopo essere stato già parzialmente modificato dal governo Monti nel 2012, sottoposto a referendum (per estenderlo a tutti) senza raggiungere il quorum nel 2003 e oggetto di furiosa battaglia politica, in particolare, tra 2001 e 2002, quando la Cgil di Sergio Cofferati riempì il Circo Massimo contro i progetti di riforma del governo Berlusconi.

Quanto alla Metro C, dopo una manciata di fermate aperte qui e là, è del 20 dicembre la notizia del finanziamento del Cipe che dovrebbe assicurare la ripresa dei lavori anche per la stazione di Piazza Venezia (secondo Virginia Raggi, «se tutto va bene sarà aperta nel 2024»). Non sembra esserci pace, dunque, nemmeno per Filippa e Shira, le talpe meccaniche impegnate nei lavori, di cui appena tre mesi fa il Comune aveva annunciato la mesta sepoltura, abbandonandole sotto terra, all’altezza dei Fori Imperiali, perché non c’erano più i soldi nemmeno per tirarle fuori. Al momento, e chissà poi ancora per quanto, le vecchie talpe riposano ai piedi del Campidoglio, come antichi imperatori incompresi, in attesa di essere riscoperte dai volenterosi messi del Cipe, o più probabilmente dagli archeologi di domani, giusto accanto alle vestigia di una civiltà che duemila anni prima era stata capace di collegare Roma a ogni angolo del mondo allora conosciuto, e duemila anni dopo non riusciva a collegare San Giovanni a piazza Venezia.