Assurdi giuridiciParliamo tanto di Bibbiano: il vero problema è che la cultura italiana è geneticamente forcaiola

Sulla vicenda non c’è nessun contrasto tra Cassazione e procura. Nel nostro modo di pensare si confondono misure cautelari ed eventuali esiti dei processi, che in questo caso non ci sono ancora. Anche perché siamo abituati a cercare (e trovare) mostri e nemici ovunque

Foto da Twitter

Le motivazioni con cui la Cassazione ha annullato l’obbligo di dimora per il sindaco di Bibbiano, e la contemporanea chiusura delle indagini della procura di Reggio Emilia con l’imminente richiesta del suo rinvio a giudizio, hanno creato un ingorgo politico giudiziario sulla vicenda.

Con l’occasione, la Procura di Reggio Emilia ha reso pubblici i dati dell’inchiesta: 26 indagati, 107 capi di imputazione, di cui 66 a carico di una sola indagata, contenuti in 80 pagine, e ha sottolineato come le indagini successive agli arresti di giugno abbiano aggravato la posizione degli accusati. Una prassi insolita, ma negli ultimi tempi non è sfuggito agli osservatori di cose giudiziarie che anche i provvedimenti con cui vengono diminuite o revocate le misure cautelari contengono valutazioni durissime sulla validità del quadro probatorio. Come se si volesse sottolineare che l’inchiesta non si sta sgonfiando.

Se suesto è il quadro, è significativa la posizione di Oliviero Mazza, difensore della principale imputata Federica Aghinolfi (per inciso, Mazza è tra i migliori processualisti italiani), che vuole il trasferimento del processo in un’altra sede. Specificando che «non è irrilevante che la fine delle indagini arrivi a pochi giorni dalle elezioni in Emilia». Sullo sfondo il pizzino delle istruzioni elettorali lasciate da Salvini ai candidati: «parlate di Bibbiano».

La confusione rischia di creare danni gravissimi, ne è un eloquente esempio un titolo di Repubblica che parla addirittura di «Braccio di ferro Cassazione e procura». Il caos, come si vede, è dovuto all’abissale ignoranza dei codici manifestata da buona parte della stampa.

Meglio precisare: il sindaco Carletti e tutti gli indagati di questa orrenda storia sono ad oggi presunti innocenti a prescindere dal fatto che siano o meno destinatari di un provvedimento giudiziario. Una verità elementare, tipica della cultura garantista, che passa in secondo piano rispetto all’ esplosione di tifo irrazionale, o strumentale, sulla vicenda. Anzi sembra impossibile, sulla vicenda di Bibbiano, farsi un’idea oggettiva. Proviamoci lo stesso, partendo dalla decisione della Cassazione.

Come si legge nella sentenza, l’annullamento riguarda solo ed esclusivamente la mancanza di pericolo di inquinamento delle prove. Qui serve qualche precisazione (perché nulla della scienza giuridica si può dare per scontato con la stampa italiana) su quelle che vengono definite “misure cautelari” ed abbracciano una vasta gamma di possibilità, dal carcere ai domiciliari (che sono le più limitanti) fino a quelle meno invasive come l’allontanamento dal posto di lavoro o da quello di abituale residenza.

L’applicazione di tutte queste limitazioni ha un comune presupposto: che esistano “gravi indizi di colpevolezza” (articolo 272 del codice penale). Senza di essi non si può in alcun modo limitare, anche con il minimo fastidio, le libertà dell’individuo.

A sua volta, quando il giudice che emette il provvedimento dietro richiesta del pubblico ministero riconosce che l’accusa sia consistente e suffragata da seri elementi di prova, deve decidere se sia necessario applicare una delle misure che il codice prevede. Stupirà qualcuno sapere che tranne che per i reati più gravi come quelli di mafia, l’esistenza di una seria e grave accusa non genera automaticamente alcun obbligo di restringere la libertà dell’indagato. Perché ciò avvenga ci deve essere almeno una di tre ragioni che la legge indica nell’articolo 274 del codice di procedura penale. In sintesi: il pericolo che l’interessato possa commettere altri reati o il pericolo che possa darsi alla fuga ed infine che possa senza limitazioni inquinare le prove, ad esempio avvicinando ed istruendo possibili testimoni.

Orbene la Cassazione ha ritenuto «l’inesistenza di concreti comportamenti», ammessa anche dai giudici di merito, di inquinamento delle prove e la mancanza di «elementi concreti» di reiterazione dei reati.

Dunque gli “ermellini“ (termine orribile che la stampa dovrebbe abbandonare) non hanno proprio toccato le presunte colpe di Carletti, che peraltro la difesa (il professor Vittorio Manes e l’avvocato Tarquini di Reggio) non ha neanche messo in discussione nel ricorso, ma si sono limitati a valutare la misura cautelare (la dimora fuori Bibbiano) in relazione al fine che il giudice intendeva raggiungere: evitare il possibile inquinamento delle prove. Da qui a desumere, come pure alcuni scrivono, che non esistano «gravi indizi di colpevolezza» a carico di Carletti ce ne corre. Il che non significa, naturalmente, che il sindaco sarà senz’altro condannato.

Ecco perché la decisione della Cassazione non è affatto in contrasto con la decisione della Procura di Reggio di procedere contro il sindaco di Bibbiano, accusato falso e abuso d’ufficio.

Uno dei più sensibili commentatori, Mattia Feltri, su La Stampa ha duramente criticato l’ordinanza con cui il Gip di Bibbiano, nel disporre la revoca degli arresti domiciliari a carico di due dei principali indagati (accusati quali assistenti sociali, e titolari di strutture di affidamento, di aver emesso false attestazioni sulle condizioni dei minori, in modo da indurre il Tribunale ad allontanarli dalle loro famiglie), ha motivato con il discredito sociale che ormai li ha investiti, una sorta di virtuale “ lettera scarlatta” che ne sterilizza la pericolosità.

Ha ragione: in uno Stato di diritto non dovrebbe succedere che l’ombra del dubbio investa chiunque sia senza una condanna “oltre ogni ragionevole dubbio” e dopo “un giusto processo” in un “termine ragionevole”. Ma succede purtroppo in un paese come l’Italia, che da un pezzo ha dimenticato cosa sia il diritto per abbracciare un‘idea tribale della giustizia.

Ma vi è nella vicenda del sindaco Carletti un nervo scoperto, che oltre la vicenda giudiziaria tocca un aspetto politico: il nodo irrisolto della cultura giustizialista del Partito democratico.

La furia tifosa con cui la sinistra si è avventata sulla scarcerazione di Carletti non è frutto di una resipiscenza garantista bensì l’effetto della visione giustizialista che la porta ad esasperare il significato dell’applicazione di una misura cautelare che non può essere, nel bene e nel male, un giudizio.

Del resto Carletti ha una colpa ancorché non sia reato: aver dato credito ad una scuola di pensiero, quella di Claudio Foti, il guru di Moncalieri, che col suo fiuto si vanta di annusare abusi con la stessa perizia di un cane da tartufi, sconfessata da almeno dieci anni dalla comunità scientifica.

A lui il sindaco aveva concesso, secondo l’accusa (beninteso, da provare) una convenzione, con soldi pubblici, senza una regolare procedura pubblica. In più causando un falso nel bilancio del Comune, per consentire il rimborso delle famiglie affidatarie favorite dai metodi illeciti di cui sono accusati Aghinolfi e co.

E, attenzione, non è un caso che Carletti si sia fidato di chi, come gli adepti di Hansel & Gretel, predica un mondo pieno di pedofili e di famiglie deviate, semplicemente è la medesima visione tetra e colpevolista assimilabile a quella chi immagina che gli indagati e gli imputati siano presunti colpevoli che cercano di farla franca.

Nella visione paranoica dei giustizialisti di ogni colore, il mondo è popolato di pericolosi nemici: essi hanno varie sembianze, sono i migranti clandestini, sono gli imputati prescritti, sono le schiere di padri e sacerdoti pedofili, sono i mafiosi del terzo e quarto livello. Un’umanità debordante di mostri, per cui le regole del diritto sono solo un pericoloso cavillo.

E ancora una volta è il sonno della ragione che genera mostri, un sonno da cui prima o poi, con orrore, dovremo svegliarci.

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