La mosca e il toroCinque anni fa, la strage islamista di Charlie Hebdo

Alle 11,30 del 7 gennaio 2015, a Parigi, due uomini mascherati e armati di Kalashnikov fanno irruzione nella sede del giornale satirico e uccidono 12 persone. Da quel momento l’Europa non sarà più la stessa

DENIS CHARLET / AFP

A Parigi esattamente 5 anni fa, alle 11,30 del 7 gennaio 2015 due uomini mascherati e armati di Kalashnikov fanno irruzione nella sede di Charlie Hebdo, il settimanale satirico dallo spirito particolarmente caustico già finito nel mirino degli integralisti islamici. Il 9 febbraio del 2006, in particolare, aveva ripubblicato quella serie di caricature di Maometto che uscite sul danese Jyllands-Posten avevano scatenato moltitudinarie e violente proteste di piazza in tutto il mondo musulmano. La notte tra il primo e il 2 novembre del 2011 la redazione del settimanale era stata distrutta a colpi di bombe Molotov e il sito Internet era stato anche bersaglio di un attacco informatico, subito prima dell’uscita di un numero che commentava la vittoria del partito islamista alle elezioni in Tunisia con una vignetta che sovrapponeva al titolo quello di Charia Hebdo e mostrava un Maometto che ammoniva: «100 frustate se non muori dalle risate».

DA quel momento la polizia francese ha messo la sede sotto sorveglianza, ma ciò non ha impedito ai due fratelli Saïd e Chérif Kouachi di condurre l’attacco. Nati a Parigi nel 1980 e 1982 da una famiglia di origine algerina con cinque figli, entrambi i loro genitori sono morti quando erano piccoli. La madre era arrivata a prostituirsi per mantenerli, e si suicidò quando era incinta di un sesto figlio. Cresciuti in orfanotrofio, Saïd studia all’alberghiero e Chérif da elettrotecnico, prima di provare a fare il rapper e a mettersi a consegnare pizze. Tipici esempi di una seconda generazione d’immigrati che si sentono vittime di emarginazione, dopo il 2000 hanno iniziato a frequentare un gruppo di salafiti, e nel gennaio del 2005 Chérif è stato bloccato all’aeroporto mentre stava per prendere un volo per Damasco, finendo in carcere fino all’ottobre del 2006. Sposato il primo marzo 2008 con una donna cui fa indossare il niqab e lasciare un lavoro da animatrice, ha un figlio. Anche Saïd si è sposato nel 2012, ma l’anno prima era andato a ricevere addestramento militare nello Yemen. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, un video di al-Qaida dirà che è stato pagato 20 mila dollari per tornare in patria in attesa di ricevere l’ordine di agire contro il settimanale.

Insomma, i Servizi francesi li conoscono, e anche quelli americani. Ma ciò non impedisce loro di armarsi fino ai denti, e appunto di iniziare col sequestrare la vignettista Corinne Rey, in arte Coco, non appena tornata dall’asilo nido in cui aveva lasciato la figlia. Sotto minaccia dei Kalashnikov, la costringono a immettere il codice numerico per aprire la porta dell’edificio, e poi la portano con loro al secondo piano, dove è in corso la riunione di redazione. «Allāhu Akbar!» gridano, e sparano. Dieci sono le vittime. Stéphane Charbonnier in arte Charb: direttore e disegnatore. Jean Cabut in arte Cabu, Georges Wolinski, Bernard Verlhac in arte Tignous, e Philippe Honoré: vignettisti. Mustapha Ourrad: curatore editoriale, a sua volta di origine algerina e rimasto orfano da piccolo esattamente come i suoi assassini. Elsa Cayat: psicanalista e giornalista. Bernard Maris: economista professore all’Università di Parigi. Michel Renaud: fondatore del festival Rendez-vous du Carnet de voyage. Frederic Boisseau: addetto alla manutenzione. I giornalisti Philippe Lançon e Fabrice Nicolino sono invece feriti, come il vignettista Laurent Sourisseau in arte Riss e il webmaster Simon Fieschi. Restano illesi tre redattori e un addetto alla manutenzione. Alla avvocatessa e scrittrice Sigolène Vinson puntano un’arma alla tempia dicendole: «Non ti uccidiamo perché non uccidiamo le donne, ma tu leggerai il Corano». In realtà Elsa Cayam, come ricordato, è stata uccisa.

Ma la strage continua. Dopo aver ucciso Franck Brinsolaro, un poliziotto responsabile della sicurezza del giornale, i due fratelli fuggono a bordo di una Citroën C3 di colore nero, da cui attaccano un veicolo della Polizia. Ferito a terra, è ucciso con un colpo alla testa il brigadiere Ahmed Merabet: un quarantaduenne musulmano, sposato e padre di due figli. Rubano poi una Renault Clio grigia un veicolo a un civile, dicendogli di essere due terroristi della cellula yemenita di Al Qaeda. Alle 9 dell’8 gennaio si fermano a una stazione di servizio a Vauciennes per fare il pieno alla loro e rapinare scorte di cibo. Oltre ai due Kalashnikov, al gestore mostrano anche un lanciarazzi M80 Zolja. Alle 8,10 del 9 gennaio i due fuggiaschi rubano una Peugeot 206 a Montagny-Sainte-Félicité. Infine i due sono circondati dalla Polizia nei pressi di una tipografia. Attorno alle 10 un giornalista di Bfm tv riesce ad entrare in contatto con loro, per farsi raccontare la loro storia. Alle 17,05 i due cercano di rompere l’assedio sparando, e sono uccisi.

Ma nel frattempo un altro bagno di sangue è stato fatto da Amedy Coulibaly: un 32enne di origini maliane, unico maschio in una famiglia con nove femmine. Una delle sorelle è diventata una insegnante di danza-fitness abbastanza famosa, invitata anche in tv. Ma lui già a 17 anni ha iniziato a entrare e uscire dal carcere: cinque condanne per rapina e una per traffico di droga. Condannato a sei anni per rapina nel 2004, in carcere ha fatto amicizia con Chérif Kouachi, che lo ha convertito al jihadismo. Rilasciato nel 2009 si è subito sposato, ma nel 2010 è stato arrestato di nuovo per possesso di armi e documenti falsi, e nel dicembre 2013 è stato condannato a cinque anni di carcere per aver cercato di far evadere di prigione Smain Ait Ali Belkacem. È il terrorista che aveva progettato i bombardamenti alla metropolitana di Parigi nel 1995, e nel piano erano coinvolti presumibilmente i fratelli Kouachi. Ma è rilasciato nel marzo del 2014, e non ha avuto problemi a ricevere da una banca francese il finanziamento con cui in Belgio ha fatto incetta di armi al mercato nero: un mitragliatore Scorpio per sé e i kalashnikov per i fratelli Kouchi a meno di cinquemila euro. Pare che ad armare Coulibaly abbia dato una mano anche Claude Hernant, un ex dirigente del Fronte Nazionale di Le Pen, già parà e mercenario, poi riciclatosi in contrabbandiere di armi.

La mattina dell’8 gennaio, mentre è in corso la caccia ai fratelli Kouachi, Coulibaly ha aperto il fuoco contro la polizia, chiamata per un incidente stradale. È uccisa la ventisettenne Clarissa Jean-Philippe, è ferito un altro agente. Coulibaly fugge, e alle 13 del 9 gennaio fa irruzione nel supermercato kosher Hypercacher di Porte de Vincennes, uccide tre persone, ne prende in ostaggio altre diciassette e si barrica dentro, chiedendo per il loro rilascio la liberazione dei due attentatori dello Charlie Hebdo. Anche lui è ucciso, in una irruzione delle forze di Polizia. Ma tra gli ostaggi in tutto si conteranno alla fine quattro morti e quattro feriti gravi.

In precedenza conosciuto solo in Francia e dagli specialisti, Charlie Hebdo diventa famoso in tutto il mondo. Je suis Charlie è uno slogan che verrà rilanciato in Italia perfino su Topolino. L’11 gennaio 2 milioni di persone a Parigi e 3 milioni e mezzo di persone in tutta la Francia scendono in piazza per condannare l’attentato. Ci sono i dirigenti delle principali nazioni europee, altri leader come Benjamin Netanyahu e Abu Mazen, l’ambasciatore Usa, il ministro degli Esteri russo. Ma alla manifestazione non partecipa nessun rappresentante del governo marocchino, per via di manifestanti con immagini ritenute irrispettose della morale islamica. E Papa Francesco interpellato in aereo condanna sì la violenza, ma dice anche che non si deve offendere. «Perché è vero che non si può reagire violentemente. Ma se il dottor Gasbarri (responsabile dell’organizzazione dei viaggi del Papa) che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma gli aspetta un pugno. È normale».

In effetti dopo aver ottenuto questa notorietà e solidarietà mondiale negli anni successivi Charlie Hebdo non mancherà di suscitare nuove polemiche. In particolare, la stessa Corinne Rey “Coco” che sotto minaccia aveva dato ai terroristi il codice numerico per entrare, il 2 settembre 2016 firmerà una vignetta in cui raffigura due feriti ed una pila di morti sotto le macerie del terremoto di Amatrice come piatti di pasta, e alle proteste risponde con un’altra vignetta: «Italiani… Non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!».

Come ricordato, l’attentato è rivendicato da al-Qaida, nel momento in cui il suo approccio “trotzkysta” di rivoluzione permanente jihadista mondiale sembra eclissato dal più chiassoso tentativo “stalinista” dell’Isis di creare uno Stato jihadista modello. Ma è un po’ un canto del cigno. Nel momento in cui l’Isis perde terreno in Medio Oriente di fronte alle controffensive che gli sono lanciate contro, in Europa cerca di rispondere con una serie di attentati di “lupi solitari” che fanno ormai propri i metodi di al-Qaida. Nella stessa Francia l’Isis firma i 90 morti degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e gli 87 della strage di Nizza del 14 luglio 2016, confermando le lacune dei Servizi francesi già evidenziate dalla vicenda di CharlieHebdo. Ma ci sono anche tra gli eventi più luttuosi i 35 morti degli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016, i 12 dell’attentato di Berlino del 19 dicembre 2016, i 6 dell’attentato di Londra del 22 marzo 2017, i 5 dell’attentato di Stoccolma del 7 aprile 2017, i 23 dell’attentato di Manchester del 22 maggio 2017, gli 11 dell’attentato di Londra del 3 giugno 2017, i 15 dell’attentato di Barcellona del 17 agosto 2017. L’impressione è fortissima, e a Sanremo nel 2018 vince addirittura una canzone che parla della minaccia terrorista. «Al Cairo non lo sanno che ore sono adesso/ Il sole sulla Rambla oggi non è lo stesso/ In Francia c’è un concerto, la gente si diverte/ Qualcuno canta forte, qualcuno grida, ‘a morte’/ A Londra piove sempre ma oggi non fa male/ Il cielo non fa sconti neanche a un funerale/ A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna/ Di gente sull’asfalto e sangue nella fogna».

In realtà già nel 2018 la furia terrorista in Europa si calma. Sei attentati che hanno luogo nel 2018 hanno fatto in tutto 16 morti: compresi 5 terroristi, e con ben 5 vittime concentrate nell’attentato di Strasburgo del 12 dicembre. Nel 2019 c’è stato solo l’episodio di Londra del 29 novembre: 2 morti compreso l’aggressore. È evidente che da un lato Servizi e Polizie devono essere diventati più efficienti; dall’altra anche Isis e al-Qaida hanno perso forza. Tuttavia l’effetto nell’opinione sembra durevole, per il modo in cui sicurezza, immigrazione e paura dell’Islam sono ascesi in testa all’agenda politica. La crescita dell’euroscetticismo e la stessa Brexit sembrano chiaramente collegati a una paura in aumento verso la società multiculturale e le frontiere aperte.

In modo indubbiamente provocatorio, Yuval Harari nelle sue 21 lezioni per il XXI secolo ha ricordato come dopo l’11 settembre 2001 ogni anno i terroristi hanno ucciso in media «circa cinquanta persone nell’Unione Europea, circa dieci negli Stati Uniti, circa sette in Cina, e poco sopra le 25.000 unità in tutto il mondo (la maggior parte delle quali in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria). Mentre ogni anno gli incidenti automobilistici uccidono circa 80.000 europei, 40.000 americani, 270.000 cinesi e 1,25 milioni di individui nel complesso. Il diabete e la glicemia alta mietono fino a 3,5 milioni di vittime all’anno, mentre arrivano a circa 7 milioni i decessi imputabili all’inquinamento atmosferico». Ma «abbiamo più paura del terrorismo che dello zucchero» e «i governi perdono le elezioni a causa di sporadici attacchi di terroristi (e) non a causa del cronico inquinamento dell’aria». Second Harari, dunque, «i terroristi assomigliano a una mosca che cerca di distruggere un negozio di porcellane. La mosca è così debole che non può spostare neppure una singola tazza da tè. E allora come fa una mosca a distruggere un negozio di porcellane? Trova un toro, entra dentro il suo orecchio, e comincia a ronzare. Il toro perde il controllo per la paura e per la rabbia, e distrugge il negozio di porcellane». Harari si riferiva in particolare al «negozio di porcellane medio-orientale». Ma non c’è dubbio che anche quello europeo è oggi pieno di cocci.

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