Divisione dei poteri vs pieni poteriLa Consulta non è il Papeete. Ora però sta a Pd e M5s evitare che lo diventi (auguri)

Sulla richiesta di referendum, la democrazia italiana ha mostrato per la seconda volta di avere istituzioni capaci di difendere le proprie prerogative. Sarebbe saggio metterle in sicurezza prima del terzo tentativo

MIGUEL MEDINA / AFP

Dopo la crisi del Papeete, che avrebbe dovuto portare al voto anticipato e al plebiscito per Matteo Salvini, anche il secondo tentativo di spallata, via referendum elettorale, è andato a vuoto. La democrazia italiana ha mostrato ancora una volta di avere istituzioni sufficientemente solide – Quirinale e Parlamento nel primo caso, Corte costituzionale nel secondo – capaci di difendere le rispettive prerogative, e di conseguenza la divisione dei poteri, dal tentativo leghista di fare cappotto. Sarebbe saggio fare il possibile per metterle in sicurezza prima del terzo tentativo.

Non c’è bisogno di addentrarsi troppo nei consueti e infausti paralleli con la crisi di Weimar o con il suicidio della classe dirigente liberale nel primo dopoguerra (suicidio in grande misura determinato, diciamocelo tra parentesi, dal voto a favore della riforma elettorale maggioritaria, meglio nota come legge Acerbo). È evidente a tutti che quello di Salvini è un gioco in cui basta vincere una volta sola.

È bene dunque dirsi con franchezza, prima di procedere oltre, che stavolta ce la siamo vista brutta davvero. Se il leader della Lega avesse avuto in mano l’arma del referendum maggioritario, con la connessa retorica sul diritto del popolo a scegliersi direttamente il governo, è facile immaginare che i plebisciti sarebbero stati non uno, ma due: quello referendario prima e quello elettorale poi. Come dimostra, a contrario, la sua reazione al verdetto sfavorevole, bollato ovviamente come «furto di democrazia» e rifiuto di «far decidere il popolo», come una reazione del «vecchio sistema che prova a tornare indietro di trent’anni con leggi proporzionali che aiutano i partitini ma danneggiano il Paese».

Se non vogliamo risvegliarci, presto o tardi, in un sistema in cui il vincitore delle elezioni può fare tutto quel che vuole e nessun potere, nessuna autorità, nessuna legge può limitarne l’arbitrio – che è esattamente quello che Salvini ha rivendicato nel caso Diciotti e continua a rivendicare nel caso Gregoretti – dobbiamo augurarci che democratici e cinquestelle si sbrighino a varare la sacrosanta legge elettorale proporzionale su cui si sono accordati. E inseriscano in Costituzione il principio secondo cui la legge elettorale può essere cambiata solo in Parlamento, e con maggioranza qualificata. Così, oltre a mettere in sicurezza le istituzioni e la divisione dei poteri, metteranno anche fine alla quasi trentennale abitudine di riscrivere le regole del gioco a colpi di maggioranza, dopo ogni tornata elettorale (andazzo ancora più discutibile dal momento in cui quelle maggioranze sono tali in virtù del sistema di voto, ma comunque riprovevole).

In tal modo, oltre a garantire l’equilibrio e la divisione dei poteri, si libererà anche un sacco di spazio per occuparsi d’altro. Il fatto che nell’ultimo quarto di secolo le forze politiche abbiano passato più tempo a discutere di leggi elettorali e regole del gioco di quanto ne abbiano passato a discutere di qualsiasi altro argomento, infatti, non è forse l’ultima delle ragioni per cui stiamo messi come stiamo messi.

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