Fatti chiariCorruzione, tra “spazzacorrotti” e promesse sul conflitto di interessi l’Italia resta a metà classifica

Nel rapporto 2019 di Transparency International, l’Italia segna una «brusca frenata» attestandosi al 51esimo posto al mondo su 100. Critiche alla legge di bilancio che ha abolito l’obbligo di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici

Gli annunci di fantomatiche leggi sui conflitti di interessi e i nomi di battaglia come “spazzacorrotti” affibbiati alle norme non bastano. Nel rapporto 2019 di Transparency International, l’Italia segna una «brusca frenata» nella riduzione dell’indice di percezione della corruzione nel settore pubblico, attestandosi al 51esimo posto al mondo su 100, solo una posizione in meno rispetto all’anno precedente. Ci fermiamo insomma a metà classifica, guardando dal basso i primi della classe, che anche quest’anno si confermano Danimarca e Nuova Zelanda.

La sufficienza per l’Italia è ancora lontana, come spiegano dall’organizzazione. Perché molti problemi strutturali restano «irrisolti», dicono. «Siamo lieti di vedere un ulteriore miglioramento», spiega Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia, «ma sinceramente speravamo in qualcosa di più. Il rallentamento è dovuto a diversi problemi che il nostro Paese si trascina da sempre senza riuscire a risolverli».

Per calcolare l’indicatore, vengono rielaborati diversi dati e ricerche, dalle interviste sulla percezione vera e propria della corruzione tra i cittadini alle denunce per corruzione, dalla presenza di leggi sul conflitto di interessi alle tutele per i whistleblower. Più l’indicatore è alto, meno il Paese è corrotto.

L’Italia, dopo aver guadagnato ben 12 punti dal 2012 a oggi, cioè dopo l’approvazione della legge Severino e la nascita dell’Autorità nazionale anticorruzione (diventata poi pienamente operativa nel 2014), nel 2019 segna una frenata rispetto agli anni precedenti. Questo nonostante l’approvazione, a inizio anno, di una norma come la “legge spazzacorrotti”, vessillo del Movimento Cinque Stelle, annunciato come panacea contro la corruzione nella pubblica amministrazione. «La “spazzacorrotti” è una buona legge», dice Carnevali. «Ma la gente più che buone leggi vuole vedere fatti concreti. L’evoluzione si avrà veramente quando avremo pene certe e processi veloci. Noi oggi abbiamo delle strutture legislative anticorruzione tra le migliori in Europa, però ci manca ancora la credibilità su queste leggi da parte dei cittadini. È diffusa la mentalità “tanto la fanno sempre franca”. Manca la reale applicazione della legge e la reale punizione di chi non la rispetta, in tempi certi e con pene certe».

Tra i problemi irrisolti elencati da Transparency, c’è in primis quello della presenza capillare della criminalità organizzata. Come dimostrano i recenti fatti di cronaca e le indagini giudiziarie, da Reggio Calabria a Torino, «la criminalità organizzata ancora spadroneggia nel nostro Paese, preferendo spesso l’arma della corruzione che oggi ha assunto forme nuove, sempre più difficili da identificare e contrastare efficacemente».

Altra questione rilevante è la regolamentazione delle lobby e dei conflitti di interesse. «Da anni sentiamo parlare di leggi che dovrebbero finalmente porre un freno e delle regole a due questioni fondamentali nella lotta alla corruzione, ma ancora il Parlamento tace. Solo tante promesse e audizioni che ancora non si sono trasformate in atti concreti», dicono dalla organizzazione. «La regolazione delle lobby è molto importante perché attraverso le lobby può passare la corruzione», spiega Carnevali. «Ci sono lobby che portano avanti desideri e istanze legittime. Purtroppo, non essendo regolamentate, in mezzo a quelle legittime possono nascondersi quelle illegittime. Ma evidentemente fa comodo a molti che resti tutto così».

Ancora una volta, quest’anno Transparency International, in audizione alla Camera, ha sollecitato l’adozione di una legge anche sul conflitto di interessi. In campo c’erano diverse proposte, da quella del Pd a quella dei Cinque Stelle, poi non se ne è fatto più niente. Con l’aggravante, fanno notare, della «recente abolizione degli obblighi di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici attuata dall’ultima legge finanziaria», che «non è certo un buon esempio di trasparenza».

E infine la gestione degli appalti pubblici, oggetto di attenzione di funzionari e imprenditori corrotti. Il presidente dell’Anac Raffaele Cantone ha più volte fatto notare che il famoso decreto “sblocca cantieri”, varato dal governo gialloverde e lasciato intatto da quello giallorosso, avrebbe «aumentato certamente il rischio di scelte arbitrarie, se non di fatti corruttivi», evidenziandone gli «aspetti pericolosi» per appalti e subappalti. «Un codice più efficace e un maggior coinvolgimento della società civile nelle attività di monitoraggio non potrebbero che giovare alle finanze pubbliche», mettono in guardia da Transparency Italia.

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