Odissea finanziariaIl Fondo monetario internazionale lascia la Grecia, ma Atene resta nei guai

Il premier greco Mītsotakīs annuncia a Washington una nuova era per il suo Paese. Che però ha ancora il debito pubblico più alto dell’eurozona, ed è l’unico in cui il prodotto interno lordo pro capite è diminuito dalla crisi del 2008

STEPHEN JAFFE / INTERNATIONAL MONETARY FUND / AFP

Il premier greco cercava un gesto simbolico per dire al mondo che dopo dieci anni la crisi greca è finita. E l’ha trovato. Il Fondo monetario internazionale chiuderà presto il suo ufficio ad Atene. Lo ha annunciato Kyriakos Mītsotakīs dopo aver incontrato la direttrice operativa del Fmi, Kristalina Georgieva a Washington. La Grecia è tornato davvero un Paese sano? Sì, dopo sei anni di recessione Atene è uscita dall’ultimo dei tre salvataggi da 290 miliardi di euro complessiviconcessi dalla Banca centrale europea, il Fmi, e la Commissione europea (la Troika) nell’agosto 2018. Ma Atene è ancora soggetta alla sorveglianza post-salvataggio da parte dei suoi creditori e non è detto che il futuro sarà così positivo come se lo immagina il Il leader di Nea Dimokratia.

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco, dice il proverbio. E nel caso della Grecia anche se in questi anni il laccio è stato stretto molto dalle politiche di austerity c’è un buco nel fondo del sacco ancora troppo grande per dire che la sua economia si sia ripresa del tutto. La Grecia ha ancora il debito pubblico più grande d’Europa (181,2% del prodotto interno lordo), il più alto tasso di disoccupazione generale (16,7%) e giovanile (32%).

È vero, nel 2019 il Pil del Paese è cresciuto del 2,3%, la borsa di Atene (Athex) ha registrato il suo anno migliore dall’inizio del millennio e il governo ha rimborsato prima del previsto una parte delle tranche dovute ai creditori. I conti sono in regola, ma il Paese reale è stato completamente stravolto da dieci anni di tasse, tagli a pensioni e servizi e licenziamenti in massa di dipendenti statali. Secondo un’infografica del Sole 24 Ore su dati Eurostat, la Grecia è l’unico Paese in cui in tutte le sue aree il prodotto interno lordo pro capite è diminuito dalla crisi del 2008. Tutte le regioni elleniche, dal Peloponneso (-18,2%) all’Attica (-22.5%) sono più povere rispetto a dodici anni fa e occupano gli ultimi posti della classifica europea. Addirittura nelle isole dell’Egeo settentrionale c’è stato il record negativo assoluto: -31,7%. Non solo, dal 2008 al 2017 il potere d’acquisto dei greci è crollato del 30%, il peggior dato nell’Ue.

Per evitare una nuova crisi Mītsotakīs ha promesso di attuare un’agenda aggressiva di riforme per velocizzare la burocrazia e la giustizia in modo da attrarre investimenti di capitali stranieri. «Per dieci anni, siamo stati troppo concentrati sui nostri problemi interni. È giunto il momento di tornare con un’agenda lungimirante e di spingersi molto in là». Anche così si spiega anche l’accordo non così vantaggioso siglato con la Cina a novembre per altri investimenti nel porto del Pireo. A luglio il premier greco ha vinto le elezioni contro Alexis Tsipras promettendo anche uno shock fiscale che faccia crescere il Pil della Grecia del 4% all’anno.

Per abbassare le tasse ha solo un’opzione: ridiscutere con i creditori internazionali l’obbligo di mantenere l’avanzo primario al 3,5% del Pil fino al 2022, e 2,2% fino al 2060, due delle condizioni imposte per poter abbonare una parte del debito con i paesi dell’eurozona. Nel 2018 l’avanzo primario è stato addirittura del 4% del Pil, poco più di 7 miliardi, ma gli stessi economisti del Fondo monetario internazionale hanno ammesso ​​che un surplus così elevato potrebbe compromettere la crescita della Grecia. «Credo sia giunto il momento di discuterne con i nostri partner nell’eurozona. Siamo un governo credibile, stiamo attuando le riforme, abbiamo un ambiente economico con bassi tassi d’interesse, prendere denaro a prestito costa meno che in Italia. Non c’è motivo di essere limitati da questi surplus di bilancio così alti», ha detto Mītsotakīs a Washington. A dicembre il governo ha varato una legge di bilancio un po’ troppo ottimista in cui si prevede una crescita del Pil del 2,8%, notevolmente superiore al 2% di crescita stimato dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale.

Per dare respiro alla classe media Mītsotakīs ha previsto una serie di agevolazioni fiscali pari a 1,2 miliardi di euro, ma la vera scommessa del premier greco è quella di cambiare la narrazione sul suo Paese nei mercati internazionali, come ha ricordato al Financial Times: «Stiamo per uscire da un circolo vizioso ed entrare in un circolo virtuoso. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è un cambiamento radicale, per trasformare davvero la Grecia in una vera storia di successo. Non possiamo permetterci di confonderci ancora, abbiamo perso troppo tempo e troppo Pil per farlo ancora». Per guadagnare credibilità a Washingotn ha promesso di rimborsare in anticipo prestiti del Fmi nel 2020, come ha fatto nel 2019, restituendo in anticipo 2,7 miliardi di euro (mancano poco più di 6 miliardi).

Il problema per la Grecia è che il mondo ancora si ricorda quando nel 2009 il primo ministro greco George Papandreou appena eletto rivelò al mondo che per anni i governi avevano falsificato i bilanci per entrare nell’Eurozona. L’anno dopo il debito pubblico greco fu declassato al livello spazzatura e il Fondo Monetario Internazionale coinvolto dagli Stati Ue approvò una tranche di 110 miliardi di euro per salvare la Grecia. Arrivarono altre due operazioni di salvataggio che coinvolsero anche il meccanismo europeo di stabilità (Mes). L’ultima dopo un referendum chiesto e poi ignorato dalll’allora premier Alexis Tsipras che nel luglio 2015 nel giro di una notte accettò le nuove e più dure condizioni dei creditori. Non avrebbe potuto fare altrimenti. Mesi prima la situazione si era aggravata perché il governo greco non era riuscito a rimborsare alcune rate diventando il primo tra i Paesi industrializzati a fare default con il Fmi. Non a caso il Fondo ha smesso di concedere prestiti da metà del 2014. Quei soldi sono serviti per evitare un default che avrebbe contagiato tutta l’eurozona? Sì, anche se secondo uno studio dell’European School of Management and Technology di Berlino del maggio 2016, il 95% dei 216 miliardi di prestiti erogati fino a quel momento è servita per rimborsare vecchi debiti, pagare gli interessi e ricapitalizzare le banche greche. Solo 9,6 miliardi (il 5%) sono arrivati nelle casse dello Stato.

La strada è stretta ma è l’unica percorribile, visti i fondamentali. Arriverà un momento nei prossimi mesi in cui il Fondo monetario internazionale e i Paesi europei dovranno decidere se essere rigorosi con Atene o permettere al Paese di sforare dagli impegni assunti per non crollare. Intanto il 2020 si è aperto con una piccola speranza: il sentimento dei mercati finanziari in Grecia è salito per la prima volta a 109,5 punti. Non accadeva dal 2007. Da sei mesi è sopra la media europea come ha fatto notare il ministro delle finanze greco Christos Staikouras «La fiducia delle famiglie e delle imprese si sta gradualmente ripristinando. Il governo sta procedendo con costanti e rapidi passi verso l’attuazione del suo piano per una crescita più elevata e sostenibile».

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