Non è tutto rose e fioriLa “boria di partito” di cui il Pd deve liberarsi in fretta (se vuole avere un futuro)

Galvanizzarsi per aver sconfitto Salvini e aver vinto le elezioni emiliane va bene, ma non per più di un giorno. Perché, come Franceschini sa, l’Emilia non è l’Italia, e i Dem hanno un bisogno imprescindibile di riagganciare il Paese

Da Twitter

Nel Quaderno XIV degli scritti dal carcere, Antonio Gramsci metteva in guardia – concetto ripreso nei Quaderni svariate volte – da un atteggiamento superficiale dei gruppi dirigenti definito come “boria di partito”: “In ogni modo occorre disprezzare la ‘boria’ del partito e alla boria sostituire i fatti concreti. Chi ai fatti concreti sostituisce la boria, o fa la politica della boria, è da sospettare di poca serietà senz’altro”.

Con questa formula un po’ criptica il capo dei comunisti italiani intendeva criticare soprattutto i partiti socialisti e socialdemocratici degli anni Venti, “con un richiamo – spiegò poi Paolo Spriano – non solo alla disciplina e alla fedeltà necessarie ma alle soluzioni che il partito deve sapere indicare per i vari problemi sul tappeto; in altri termini, alla funzione dirigente, nazionale, che il partito può assolvere. Solo in questo caso si può dire che esso ‘è formato’”.

Banalizzando, si può dire che Gramsci stigmatizzava quell’atteggiamento che porta il partito, magari forte di un qualche successo, a perdere di vista la ragione stessa per cui esiste, che è quella, sostanzialmente, di fare i conti con la realtà come essa è, e non come si vorrebbe che fosse; il che rimanda a un’altra espressione, questa volta di Palmiro Togliatti, che diceva ai dirigenti: «Attenti all’analisi, se sbagliate l’analisi sbagliate tutto». Ecco perché la “boria di partito” non è solo un atteggiamento antipatico ma un problema intellettuale molto più insidioso, perché ti fa sbagliare l’analisi e quindi “tutto”. È un pericolo perennemente in agguato, non solo in politica ma anche nella vita.

La lunga premessa ci serve per chiederci se l’analisi del voto di domenica che stanno facendo i dirigenti del Pd sia corretta e il tono dei suoi argomenti giustificato.

Togliendo dalla discussione la legittima soddisfazione per quella che è la tutt’altro che scontata vittoria in Emilia-Romagna e anche la conseguente, ovvia polemica propagandistica contro il salvinismo finalmente sconfitto (grazie a una miracolosa saldatura del pragmatismo di Bonaccini e dell’idealismo delle Sardine), in talune manifestazioni di entusiasmo è balenato qualche lampo di “boria” se non addirittura una qualche idea che l’aria nel Paese sia cambiata.

Un uomo dell’esperienza e dell’onestà intellettuale come Pierluigi Castagnetti lo ha notato su Twitter: “A me dà un po’ fastidio la baldanza di alcuni dirigenti nazionali del PD. Questa affermazione è tutta merito di Bonaccini e della Sardine. Ma soprattutto le troppe sconfitte in altre regioni negli ultimi mesi consigliano contegno modestia e volontà di cambiare“. Castagnetti mette il dito nella piaga. Scampato il pericolo in Emilia, il resto d’Italia per la sinistra resta un problema enorme. Può confortare il Pd primo partito in Calabria ma è un dato per così dire estetico, dato che la destra era divisa in tre liste comunque ha stravincendo con la Santelli mentre il Pd ha perso diverse migliaia di voti. Dice infatti un parlamentare Dem meridionale attento come Salvatore Margiotta, proprio rispondendo all’ex segretario del Ppi: “È proprio così, Presidente. Sarebbe pericoloso se ci si convincesse che stia andando tutto bene. Peraltro, è anche leggermente offensivo che la sconfitta in Calabria, attesa, ma non per questo meno dolorosa, sia sostanzialmente derubricata dall’analisi del voto”.

Come erano d’altronde passate in cavalleria le sconfitte in Sardegna, Abruzzo, Basilicata; e sconfitte rischiano di essere quelle in Campania, Puglia, Liguria, Marche, specie se si sbaglieranno i candidati (vedi il caso Emiliano, contro il quale potrebbero scendere in campo Ivan Scalfarotto o Dario Stefàno rompendo il centrosinistra).

Va riconosciuto a Nicola Zingaretti il merito di aver mantenuto in queste ore un low profile, d’altronde coerente con il suo modo di fare politica che per lui è tessitura silenziosa più che pugni sul tavolo, più freno che acceleratore, pur scontando tutti i limiti d’immagine che questo comporta: e d’altronde fu proprio Zingaretti, alla vigilia delle primarie vittoriose, a dire che «il Pd non sarà più il partito della boria», dove la reminiscenza gramsciana significava chiaramente una frecciata a Matteo Renzi.

E tuttavia l’aria che tira dalle parti del Nazareno è esattamente quella alticcia di chi ha vinto alla lotteria e vede tutto rosa davanti a sé magari cullandosi nell’idea che chi ha fra le mani il biglietto vincente è certamente destinato a riceverne dalla sorte un secondo e poi un terzo. Basta parlare con quello che un tempo si chiamavano i “quadri”, farsi un giro nella parte sinistra del Transatlantico: facce distese e crasse risate – ci sta, ma giusto nel day after, poi anche basta.

Perché invece il Paese è sempre quello, nel bene e nel male. Non è cambiato. Lo sa bene Franceschini quando dice che «l’Emilia non è l’Italia», a cui aggiungeremmo che nemmeno l’Emilia sarà sempre l’Emilia del 26 gennaio, tutto è diventato contendibile, tutto è possibile, cioè tutto è maledettamente difficile. Per questo serve qualcosa che dopo la vitamina bolognese raddrizzi la schiena di un Pd ancora troppo curvo su se stesso: non un Congresso-passerella, per intenderci, ma qualcosa di serio che consenta al Pd di recuperare un pieno rapporto con la società italiana. Ed è una cosa che deve fare lui, il Partito democratico, perché nessuna sardina lo salverà una seconda volta.

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