La versione di ElsaFornero risponde a Landini. Abolire la riforma delle pensioni vuol dire danneggiare i giovani

Dopo le stoccate del segretario Cgil, è tornata al centro della polemica la legge firmata dall’ex ministra del lavoro. Ma quota 100 è un flop e le proposte alternative sono per lo più «controriforme populiste» che scaricano gli oneri di spesa sulle generazioni future

Tra fuochi incrociati o da un franco tiratore, volente o nolente, Elsa Fornero è un bersaglio ambito. Si tende infatti a riconoscere il 2011, anno in cui, per l’appunto, fu licenziata la legge Fornero, come l’anno zero di tutti i mali di carattere pensionistico e previdenziale. Ieri Lega, Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e lo stesso Partito Democratico, molto critico nei confronti della riforma contro la quale ha approvato numerose leggi per permettere a determinate categorie di aggirarne le disposizioni; oggi Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Tutti con la stessa passata e presente necessità di abolire, superare o cancellare dai manuali di economica la riforma Fornero.
Ad oggi, con Quota 100 in vigore e i primi bilanci alla mano, la storia però è cambiata, e chi sosteneva la necessità di non toccare la legge pensionistica, ricordando che la spesa italiana per le pensioni era già ai tempi la più alta di tutti i paesi sviluppati, attende solo il momento più opportuno per dire “ve l’avevo detto”.

Elsa Fornero, gli ultimi dati disponibili etichettano Quota 100 come un fallimento. Come spiega questo risultato?
Non credo che Quota 100 si possa definire un fallimento, credo invece che si possano definire molti italiani decisamente più saggi di alcuni politici che pretendono di rappresentarne gli interessi. Vorrei tuttavia aggiungere prudenza a questo giudizio generale, perché proprio il governo ha confermato la volontà di non modificare Quota 100 nel 2020 e nel 2021, pertanto è anche possibile che molti cittadini che avrebbero potuto fare richiesta nel 2019 abbiano scelto di posticiparla in vista di un’aggiunta all’importo delle pensione calcolato in base agli anni di lavoro. Mi risulta inoltre che gli ultimi mesi hanno mostrato un aumento delle domande, quindi da un lato introdurrei una prudenza nella lettura dei dati, dall’altro premierei la saggezza dei cittadini.

Nonostante i bilanci di Quota 100, anche se parziali, la sua riforma resta sempre il capro espiatorio…
Sono rimasta molto sorpresa e dispiaciuta del giudizio di Maurizio Landini espresso nell’intervista a La Stampa, che liquida la riforma come un mero taglio della spesa che non ha, parole sue, niente a che fare con la previdenza. Possiamo ricordare, con molta pacatezza, che oggi il sindacato rappresenta in gran parte gli anziani, non più i giovani. Detto ciò, se Landini pensa veramente questo, significa che è molto concentrato sul presente o addirittura sul passato, e gli sfugge completamente la visione prospettica del Paese, con le sue difficoltà sia per la demografia sia per l’economia. Così facendo, Landini non dà peso all’onere che certe regole previdenziali impongono alle generazioni future, salvo poi stupirsi se queste generazioni cercano altrove le opportunità che non hanno nel nostro Paese. Questa lettura credo inoltre che si possa estendere alle molte proposte che vedo circolare ultimamente, prive della vera premessa per fare buone pensioni: ovvero il lavoro.

La paura di un domani senza pensione e la mancanza di un lavoro oggi….
Le pensioni come noi le abbiamo congegniate sono un patto fra generazioni: questo patto si regge su giovani che hanno lavoro, che guadagno un reddito adeguato, che versano contribuiti i quali sono utilizzati per pagare le pensioni. In un contesto dove tali giovani tendono a diventare meno numerosi della generazione anziana, hanno difficoltà lavorative, hanno redditi insufficienti, dire che bisogna salvaguardare le pensioni significa scaricare su di essi anche un onere che si aggiunge a quelli che già hanno per affrontare una situazione economica inadeguata. Il nesso tra lavoro e pensioni, consequenzialmente, dovrebbe spingere i governi a fare di tutto per allargare la base di lavoro di coloro che sono nella condizione di lavorare. È questo il vero assente nelle proposte di politica economica che sento.

Pensionamento anticipato, risparmio di risorse per lo Stato, ma totale mancanza di una garanzia pensionistica per i giovani. È davvero così impietoso il confronto tra Quota 100 e la sua riforma?
Ci tengo a sottolineare che, oltre al fatto che Landini nell’intervista sia stato molto ingeneroso, il passaggio nel quale mi accusa, con la mia riforma, di aver aumentato diseguaglianze e non aver risolto i problemi, classifica il suo giudizio come non vero. Questo perché, rispondendo alla sua domanda, a differenza della riforma di Salvini, la legge del 2011 ha messo l’equità tra le generazioni al centro; in secondo luogo, ha cercato di ridurre i privilegi (anche se Landini non li nomina), ancora presenti in grandi quantità. Il passaggio al contributivo è stato infatti fondamentale per rendere trasparenti le posizioni di ciascuno e capire chi riceveva di più di quanto versato, o quando si era di fronte a delle misure di solidarietà (che è in parte l’azione pubblica), poiché molte persone possono aver avuto una vita lavorativa sfortunata. Distinguendo inoltre chi è più ricco e i casi in cui decade l’accesso ai privilegi statali: inclusi quelli verso i sindacalisti, che non sono giustificabili da una persona che abbia a cuore un minimo di giustizia distributiva.

Oggi come oggi, che caratteristiche dovrebbe avere la prossima riforma pensionistica?
La riforma del 2011 ha cercato di consolidare il sistema contributivo, che era un buon modello ma inserito con tempo biblici. La nostra legge non era perfetta, anche perché scritta in pochi giorni, ma poteva essere migliorata grazie ai pilasti che la sorreggevano: introdurre flessibilità senza scaricare tutto l’onere sulle generazioni che hanno scarsissima voce in politica.
Con l’avvento del populismo, poi, si è cercato di non dire le verità scomode ai cittadini, in tal modo, più che riforme, quelle venute dopo sono piuttosto delle controriforme che guardano al passato e che ignorano i cambiamenti dell’economia e del mondo del lavoro. Di fatto, nel caso in cui invece restassimo con la legge attuale o alzassimo l’asticella a 62, faremmo numerosi passi indietro. Quello che una riforma deve fare è guardare ai giovani, rispettare l’equità, guardare alla sostenibilità: avrò fatto male, ma questi erano i criteri che ispiravano la nostra legge.

Da spettatrice esterna, invece, come giudica la linea di politica-economica adottata fin qui dall’attuale esecutivo?
Anch’io appartengo alla schiera che pensa che non avere Salvini al governo sia comunque un vantaggio. Detto questo, non per forza il parere in merito all’operato del governo deve essere positivo. Forse sarebbe stato opportuno mettere più risorse di quelle poche che restavano, dopo l’operazione di non aumento dell’Iva, sull’abbattimento del cuneo fiscale, distribuendone un po’ tra lavoratori e imprese. Tre miliardi sono comunque un passo nella giusta direzione, questa va riconosciuto. Dopo di che, vedo una generale operazione nostalgia: l’idea che bisogna retrocedere nel caso delle privatizzazioni, l’idea che lo Stato possa fare quasi tutto, significa non dare, e questo è compito della politica, delle priorità sulla base delle risorse a disposizione. Il mio è un giudizio grigio, in quanto credo che aver allontanato Salvini non possa essere un motivo sufficiente per governare. Se continua lo sbilanciamento del Paese ci condanniamo al declino, una strada che per giunta percorriamo da quasi vent’anni

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