Settant’anni dopoBuon compleanno Gerusalemme, “capitale eterna” di Israele

Il travagliato resoconto storico della città che è stata contesa e oggetto di invasioni, occupazioni, e non solo

Ludovic MARIN / AFP

«Considerando che con l’istituzione dello Stato di Israele, Gerusalemme diventa di nuovo la capitale; considerando che le difficoltà pratiche che hanno causato la sistemazione temporanea della Knesset e delle istituzioni governative altrove sono state per lo più rimosse e il governo sta effettuando il trasferimento delle sue istituzioni a Gerusalemme; la Knesset esprime l’auspicio che la costruzione della sede del governo e la Knesset a Gerusalemme procedano rapidamente sul sito assegnato dal governo a questo scopo».

Con questa dichiarazione, 70 anni fa il Parlamento israeliano proclamò Gerusalemme capitale di Israele. Il 23 gennaio 1950. L’indipendenza era stata proclamata il 14 maggio 1948; il 18 luglio 1948 si era conclusa quella battaglia di Gerusalemme che era iniziata dal dicembre del 1947. Era stata così divisa in due la città che il piano Onu di spartizione della Palestina aveva originariamente destinato a amministrazione internazionale sotto le stesse Nazioni Unite. A Israele era andato dunque l’Ovest; alla Transgiordania, poi divenuta Giordania, l’Est, con la Città Vecchia, lo storico Quartiere Ebraico e il Muro del Pianto. Nel novembre del 1948 i due comandanti Moshe Dayan e Abdullah el-Tell si erano incontrati di nascosto per stabilire le rispettive posizioni su una carta: in rosso le israeliane, in verde le transgiordane.

Il 25 gennaio 1949, a guerra non ancora formalmente conclusa, si erano tenute le prime elezioni. 46 seggi erano andati al partito socialdemocratico Mapai del primo ministro David Ben Gurion; 19 ai socialisti del Mapam; 16 all’alleanza tra quattro partiti religiosi; 14 allo Herut di Menachem Begin, antenato del Likud; 7 al partito liberale moderato dei Sionisti Generali; 5 ai liberali di sinistra del Partito Progressista; 4 alla lista degli ebrei sefarditi e orientali; 4 pure ai comunisti; 2 a una lista araba alleata al Mapai; uno a testa a una curiosa lista di ultranazionalisti filosovietici, a una lista femminista e a una lista di ebrei yemeniti.

Il 24 febbraio 1949 era stato poi firmato l’armistizio separato con l’Egitto; il 23 marzo con il Libano; il 3 aprile con la Transgiordania; il 20 luglio con la Siria. Lo Stato ebraico era così entrato in possesso del 79% del territorio del mandato palestinese: un 50% in più rispetto a quanto l’Onu aveva stabilito e gli arabi avevano rifiutato. Invece di creare nel rimanente 22% uno Stato palestinese la Cisgiordania era stata occupata dalla Transgiordania e Gaza dall’Egitto.

La capitale stava allora a Tel Aviv. Ma il 5 dicembre 1949 il primo ministro David Ben-Gurion aveva proclamato Gerusalemme come capitale «eterna» e «sacra» di Israele. E il 13 dicembre aveva ulteriormente specificato che solo la guerra aveva «costretto» appunto a stabilire a Tel Aviv la sede del governo, mentre «per lo Stato di Israele c’è sempre stata e sempre ci sarà una sola capitale – Gerusalemme la Eterna». Dunque, dopo la guerra si sarebbe fatto il possibile per creare le condizioni che permettessero alla Knesset di «tornare a Gerusalemme». E già all’inizio del 1950 tutti gli edifici di legislativo, giudiziario e esecutivo erano stati in effetti portati lì: eccetto il Ministero della Difesa, rimasto nel complesso di HaKirya, al centro di Tel Aviv.

Al governo c’era una coalizione a otto in cui accanto ai due partiti socialisti c’erano i due liberali, tre religiosi e la lista sefardita. E la decisione dell’esecutivo fu un compromesso tra coloro che chiedevano di dichiarare Gerusalemme capitale con una legge formale e coloro secondo i quali un simile passo non era necessario. Lo Herut propose un emendamento in base al quale la proclamazione sarebbe stata valida anche per la parte Est della città sotto controllo transgiordano, ma fu bocciato. Quindi lo Herut si astenne, come pure il Mapam. 60 membri della Knesset votarono a favore; due comunisti contro, preferendo piuttosto del mandato internazionale originariamente proposto dall’Onu. Un regime che peraltro avrebbe dovuto durare solo dieci anni, dopo di che il destino della città avrebbe dovuto essere stabilito per referendum dai residenti.

In base alla linea di spartizione, 12 dei 15 quartieri arabi della città erano finiti in mano agli israeliani, ma d’altra parte i 1500 residenti del Quartiere Ebraico della Città Vecchia erano stati espulsi. Dopo aver annesso Gerusalemme Est nel 1950 ed averla proclamata “seconda capitale” nel 1953, la Giordania impedì agli ebrei di visitare la zona, malgrado i termini formali dell’armistizio. Anche l’accesso ai luoghi santi cristiani fu limitato, e restrizioni imposte agli abitanti cristiani portarono anche molti di loro ad andarsene. Metà delle 58 sinagoghe della Città Vecchia fu trasformata in stalle o pollai, e il cimitero ebraico del Monte degli Olivi dopo 3000 anni fu smantellato, 38.000 tombe furono distrutte, e le lapidi riciclate per strade, latrine e strutture militari. A quel punto anche Israele per rappresaglia permise un parcheggio e bagni pubblici al cimitero musulmano di Mamila, in Gerusalemme Ovest. Nel 1966 il governo giordano inizio un progetto per trasformare il Quartiere Ebraico della Città Vecchia in un parco.

In questo clima fu composta da Naomi Shemer Yerushalayim shel zahav: “Gerusalemme d’oro”. Una canzone che sarebbe diventata tra le più famose di Israele, e che lamenta appunto la distruzione dell’identità ebraica di Gerusalemme. «Gerusalemme d’oro, di bronzo e di luce,/ forse che io non sono un violino per tutte le tue canzoni?/ Come si sono seccate le cisterne d’acqua, la piazza del mercato è vuota,/ non c’è nessuno che visita il Monte del Tempio nella Città Vecchia,/ nelle grotte che sono nella roccia gemono i venti,/ e non c’è nessuno che scenda verso il Mar Morto sulla strada di Gerico». Commissionata dal sindaco Teddy Kollek per il Festival di Musica Popolare del 1967, fu eseguita il 15 maggio per il XIX Giorno dell’Indipendenza. Tre settimane dopo, il 5 giugno scoppiò la Guerra dei Sei Giorni. Il 6 giugno le truppe israeliane investirono Gerusalemme Est e il 7 giugno presero possesso della Città Vecchia. Sentendo per radio i paracadutisti che cantavano Yerushalayim shel zahav di fronte al Muro del Pianto, l’autrice aggiunse alla canzone una quarta strofa: «Siamo ritornati alle cisterne d’acqua, al mercato e alla piazza,/ uno shofar risuona sul Monte del Tempio, nella Città Vecchia./ e nelle grotte che ci sono nella roccia splendono mille soli:/ torneremo a scendere verso il Mar Morto, sulla strada di Gerico».

Il 27 giugno 1967 la legislazione israeliana fu estesa a Gerusalemme Est e al territorio circostante pur senza usare la parola annessione. Il 10 luglio il ministro degli Esteri Abba Eban spiegò che serviva a proteggere i luoghi santi di Gerusalemme. Ai residenti arabi fu comunque offerta residenza permanente e la possibilità di chiedere la cittadinanza israeliana, mentre l’amministrazione del complesso delle Moschee del Monte del Tempio restò sotto l’autoritò religiosa giordana. Il 18 aprile 1968 però un ordine di espropriazione raddoppiò le dimensioni del Quartiere Ebraico della Città Vecchia a spese di 700 edifici di proprietà araba, dei quali solo 105 erano appartenuto a ebrei prima dell’occupazione giordana.

Dalla Guerra dei Sei Giorni, tuttavia, se la popolazione ebraica di Gerusalemme è cresciuta del 155%, quella araba è aumentata del 314%, al punto che la proporzione di popolazione ebraica della città è calata dal 74% del 1967 al 64% del 2000. Nel luglio del 1980 una Legge su Gerusalemme ha dichiarato la città «completa e unita» capitale di Israele. Il consiglio di Sicurezza dell’Onu il 20 agosto del 1980 dichiarò la Legge di Gerusalemme «una violazione della legge internazionale» e «nulla e vuota», invitando i Paesi membri a ritirare la loro rappresentanza diplomatica da Gerusalemme per spostarla a Tel Aviv. 22 su 24 lo fecero subito. Costa Rica e El Salvador seguirono nel 2006.

In effetti anche l’annessione giordana di Gerusalemme Est era stata riconosciuta solo da Regno Unito e Pakistan. La posizione dell’Onu, in sostanza, sarebbe ancora ferma all’idea dell’amministrazione delle Nazioni Unite per 10 anni seguita da un referendum. Secondo gli Accordi di Oslo del 20 agosto 1993, lo status finale della città dovrà essere stabilito dal finale Trattato di Pace, quando sarà firmato. Per l’Autorità Nazionale Palestinese, Gerusalemme Est dovrà essere la capitale dello Stato palestinese. Nel 2000 un team di esperti convocati dall’allora primo ministro Ehud Barak ammise che la città avrebbe potuto essere di nuovo divisa, proprio nell’interesse di Israele. Ma nel 2014 Netanyahu ha promesso che «Gerusalemme non sarà mai più divisa».

Il 14 maggio del 2018 seguendo una promessa elettorale Trump ha spostato l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Due giorni dopo ne ha seguito l’esempio il Guatemala, su iniziativa del presidente Jimmy Morales: un evangelico fortemente filo-israeliano. Lo stesso ha fatto il Paraguay il 21 maggio, ma il 15 agosto il presidente Horacio Cartes è stato sostituito da Mario Abdo Benítez, e pur essendo questi dello stesso partito ha deciso il 5 settembre 2018 di riportare l’ambasciata a Tel Aviv. Il Brasile di Jair Bolsonaro, l’Ungheria di Orbán, l’Honduras, la Romania, la Moldova, il Togo e quattro piccoli Paesi del Pacifico hanno annunciato la volontà di spostare anche loro l’ambasciata a Gerusalemme. Ma per ora non ne hanno fatto niente.

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