20 anni dopoCombattere dopo avere perso. “Hammamet” non racconta una riabilitazione ma solo una fine

L’ultimo film di Gianni Amelio presenta un Bettino Craxi (Pierfrancesco Favino) negli ultimi mesi di vita, alle prese con la malattia e l’ansia di rivedere riconosciute le proprie ragioni, non solo i torti. Un film umano, politico, collettivo, che non vuole essere di parte

frame del film “Hammamet”

La villa è proprio quella di Bettino Craxi. Le strade di Hammamet sono proprio quelle di Hammamet. E la ricostruzione degli ultimi mesi di vita dell’ex presidente del Consiglio socialista, travolto dallo scandalo Mani Pulite e condannato due volte in Italia, cerca di essere il più possibile fedele alla realtà. Ma con un salto in più: l’ultimo film di Gianni Amelio, Hammamet, vuole essere al tempo stesso una cronaca di quei giorni, dominati dalla delusione, dal desiderio di rivalsa e dal progredire della malattia, ma anche una riflessione su quella che è stata una brutta pagina della storia politica italiana. Con una conclusione che non è una riabilitazione, ma un poco somiglia.

Non avendo a disposizione una storia, Amelio ha dovuto inventarne una. O meglio, ha costruito, attraverso la visita di un ragazzo, Fausto (Luca Filippi), figlio di un vecchio dirigente e amico di Craxi, un percorso narrativo.

Si entra così nella villa, custodita da soldati tunisini, e insieme nell’intimità di una famiglia, dove tra la devozione della figlia (Livia Rossi, rinominata Anita) e i maldestri tentativi del figlio (Alberto Paradossi) di far muovere le acque in patria, aleggia un’atmosfera di risentimento offeso e di malcelata attesa. Di cosa? Di tornare in Italia, di sicuro. Ma soprattutto, di vedersi riconosciute le proprie ragioni, e non solo i propri torti.

E allora si susseguono scene su scene, e scavi psicologici su analisi geopolitiche. Craxi, cioè uno strepitoso Piefrancesco Favino, è un nonno affettuoso, con un debole per l’impresa dei Mille. Ma anche un politico consapevole, che detta alla figlia analisi e memorie (registrando ad esempio il passaggio, lessicale ma anche psicologico, tra “popolo” e “gente”). È anche un uomo caritatevole che si occupa degli ultimi – ma, avverte, non è questo il lavoro del politico, che deve occuparsi invece «di tutti» – è il paziente malato, poi in agonia. Ma è anche il custode di una serie di misteri, «cose che non sa nessuno» e che rivela a Fausto davanti alla telecamera, il cui contenuto verrà celato agli spettatori – una delle poche situazioni in cui viene ricordato, o affiora, il lato “peggiore” del leader socialista, il mondo delle tangenti e della corruzione che ha rovesciato il sistema della Prima Repubblica. Un mondo che ritorna in seguito, altre volte, soprattutto quando verrà in visita un politico “avversario ma non nemico”, scena costruita su considerazioni dette a metà, scambi in cui prevale il non detto, il mondo “altro” tenuto fuori dalla villa di Hammamet, custodito nel passato, nelle aule di giustizia della lontana Italia, di cui Craxi vede la costa solo dalla spiaggia, ogni tanto, «quando il tempo è bello».

Non per niente il film si intitola Hammamet. È la visione parziale, come detto da più parti, di un ritratto. E solo per caso può sembrare una lettura benevola della figura di Craxi. Il film si muove, per scelta e per forza, in un periodo definito e di uno spazio racchiuso. È qui che, quasi in un laboratorio, il regista vuole cogliere le proprietà dell’elemento umano, isolandolo dalle altre. Quello che rimane, esclusa la storia e il contesto, è un precipitato di rabbia, rancore, pessimismo e illusione. Mano a mano, vengono meno all’ex leader (o «làder», “ladro”, come ironizzano in un immaginario varietà nel finale), le capacità di lettura della realtà, il contatto con la natura e gli opportunismi umani. Fino ad esplodere nell’ira contro Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio, ai suoi occhi «spregevole» per il poco che fa per aiutarlo. È il senso di abbandono che prevale. E la certezza della fine, umana. E poi politica.

Questa impresa di Amelio – un film che vuole essere al di sopra delle parti ma al tempo stesso umano e onesto – non è stata possibile al Paolo Sorrentino di Loro. Anche lì c’era un leader messo ai margini, confinato alla minoranza, perfino dubitoso di se stesso. Ma la somiglianza, che attinge al modello napoleonico, finisce qui. Berlusconi è visto e vissuto come una caricatura della politica e del potere (e il trucco di Servillo lo mette in chiaro). Craxi ne rappresenta una interpretazione, con gli abusi perpetrati e quelli subiti, le lotte per le idee e la morale. Un altro mondo, a guardarsi intorno adesso. E la nostalgia c’entra ben poco.

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