Non è mai tutto bianco o tutto neroEcco perché la riapertura dell’altoforno 2 dell’Ilva è una buona notizia

Il giudice del riesame del tribunale di Taranto ha annullato il provvedimento che aveva disposto il blocco dell’attività. Si tratta di un dato positivo, perché rispetta la “ragionevole proporzionalità” tra tutela del diritto al lavoro e quello alla salute

È sempre difficile dire quanto i provvedimenti giudiziari siano le spie di un cambiamento politico o quanto siano semplicemente anch’essi un puro effetto del momento storico. Qualcuno potrebbe obiettare che i magistrati sono impermeabili al contesto, ma ci crederebbero in pochi. I giudici e i pubblici ministeri la sera come tutti si siedono davanti a un computer o guardano i talk show. Ciò che avviene, il clima del tempo, lo Zeigeist, lo respirano e fatalmente lo assorbono.

Sotto questo profilo la lettura della ordinanza con cui il Tribunale di Taranto, in veste di giudice del riesame, ha annullato il provvedimento di un altro collega che aveva disposto il blocco dell’attività dell’altoforno 2 dell’Ilva è istruttiva. Vediamo di capire: intanto il capitolo scritto dal Tribunale riguarda un diverso segmento di una vicenda complessa che si era rovesciata sul tavolo dell’agitata convivenza politica Cinquestelle-Pd, allorché a metà novembre Arcelor aveva notificato al governo italiano la sua decisione di abbandonare l’impianto di Taranto dopo il mancato rinnovo dello scudo penale a favore degli amministratori.
La società era venuta a trovarsi stretta tra l’incudine di proseguire l’attività come richiesto dal governo che le aveva venduto Ilva e il martello giudiziario di più procure (Taranto e Milano) che battevano sia sul fronte del pericolo ambientale causato dal funzionamento degli impianti sia sulle gravi conseguenze penali derivanti dall’abbandono dell’attività. In contemporanea, i commissari straordinari dell’ex Ilva spa, titolare del contratto di affitto con obbligo di acquisto stipulato dall’azienda gruppo Arcelor Mittal, portavano la società Indiana davanti al Tribunale civile di Milano per scongiurare lo scioglimento dell’obbligo contrattuale richiesto da questi ultimi.

Strada facendo ai rappresentanti dell’ex Ilva si era pure aggiunta la procura ambrosiana che aveva anche aperto un fascicolo penale per una invero problematica accusa di danneggiamento della produzione nazionale, reperto storico del codice fascista, tirato fuori innanzi alla Patria in pericolo. C’è da dire che la vivace reazione in sede legale della società indiana, venutasi a trovare impigliata in una situazione paradossale quanto obiettivamente insostenibile (perseguita sia in caso di chiusura sia in quello di prosecuzione dell’attività), deve avere sortito i suoi effetti perché davanti al giudice civile i commissari e i nuovi amministratori dell’azienda hanno trovato una prima intesa e soprattutto hanno manifestato la volontà di un accordo ragionevole.

Con un unico e non secondario problema nel frattempo aggiuntosi: la chiusura dell’altoforno 2 determinata dalla decisione del giudice di Taranto Francesco Maccagnano – dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella avvenuta nel 2015 – che aveva respinto la richiesta di Ilva in amministrazione straordinaria della proroga dell’uso degli impianti, onde consentire la messa in sicurezza degli stessi e la loro bonifica.

La decisione è stata un’ulteriore mazzata, in quanto il programma di recupero sottoposto dagli ex amministratori aveva incontrato il placet della procura. Il rifiuto del giudice di Taranto poneva lo Stato italiano in una difficilissima situazione, perché tra i vari argomenti opposti dalla difesa Arcelor c’è anche l’obiezione che i problemi ambientali legati all’attività industriale non erano stati risolti dalla precedente amministrazione straordinaria, i cui incaricati sono stati sostituiti in blocco a primavera dell’anno passato.

E infatti sono stati i nuovi commissari a impugnare il provvedimento del giudice di Taranto, accolto da un diverso collegio in sede di appello, il che consentirà l’atteso happy ending della trattativa avviata tra lo Stato e Arcelor. Va detto che il blocco disposto dal giudice Maccagnano poggiava su qualche non secondaria argomentazione, la più importante delle quali era una sentenza della Corte costituzionale: investita dalla questione di costituzionalità della legge 92/15 che consente la prosecuzione di attività dell’esercizio dell’attività di impresa degli stabilimenti di interesse strategico nazionale anche se sottoposte a sequestro penale, «quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori» sulla base dell’adozione di un piano di sicurezza predisposto dall’azienda responsabile, la Consulta l’aveva bocciata.

Il giudice di Taranto ha ritenuto che il tempo già concesso all’ex Ilva è stato più che sufficiente, e invocando una relazione tecnica del custode giudiziario che aveva segnalato il persistere di situazioni di rischio, ha deliberato lo stop dell’impianto con gravi ricadute sulla possibile riuscita della trattativa principale. La decisione del Tribunale tarantino è dunque giunta provvidenziale ma sarebbe banale liquidarla come una decisione politica, il provvedimento è accurato e molto ben motivato con un concetto fondamentale chiaramente espresso nelle sue 21 pagine: la vita dei lavoratori non va svenduta all’interesse aziendale, ma il rischio, purché ragionevole e contenuto, è qualcosa con cui convivere. Usando una bella immagine del giudice, non si può arrestare un aereo che cade ma si deve evitare che accada.

Nel caso dell’Ilva, le analisi sul verificarsi di eventi a rischio nell’impianto oscillavano da statistiche di sei sinistri ogni diecimila anni formulate dai consulenti di Ilva a quelle di sei sinistri ogni mille anni avanzata dal custode giudiziario nominato dalla procura, con possibilità di ulteriore miglioramento una volta terminato il programma di sicurezza approvato dalla procura. Al Tribunale è sembrato sufficiente per garantire «la ragionevole proporzionalità» tra tutela del diritto al lavoro e quello alla salute.

La “ragionevolezza” è importante nel diritto e nella vita politica: essa è la laica accettazione delle imperfezioni umane, dei limiti della natura e della necessità di far convivere tante ed a volte troppe cose. Ciò che emerge dalle 21 pagine del Tribunale di Taranto è soprattutto la demolizione di false apocalissi, di luoghi comuni e di integralismi che mascherano con la paura un sostanziale rifiuto della società moderna e delle sue contraddizioni. E vale per l’ambiente come per la sicurezza o per fenomeni come l’emigrazione.

Un insegnamento che va applicato anche altrove e che sarà uno dei temi portanti della vita politica del futuro, non solo in Italia. Intanto è consolante che ci siano da Taranto segnali di cambiamento culturale.