L’intraprendenza del guruMarco Montemagno spiega le dieci abilità per affrontare i lavori del futuro

L’esperto di comunicazione su Youtube spopola con il format “4 chiacchiere con” e una community di due milioni e mezzo di persone. Nel suo nuovo libro “Lavorability” racconta come reinventarsi nel mondo digital. E perché non possiamo fare a meno di starci

Marco Montemagno

Marco Montemagno è indefinibile. È italiano ma vive a Brighton, mezzo milione di persone (532mila per la precisione) sono iscritte al suo canale YouTube ma non è uno youtuber, ha fondato decine di start up ma chi lo segue lo considera un geniale super esperto del marketing più che un semplice imprenditore digitale. Per sette anni ha condotto una rubrica di tecnologia su SkyTg24 intervistando personaggi famosi come Jeff Bezos, Al Gore e Oliver Stone, ma non è un giornalista. Da pochi mesi ha creato il format rivelazione di YouTube, “4 chiacchiere con”, capace di attrarre lo star system italiano da Jovanotti a Fedez, da Roberto Saviano a Michelle Hunziker, ma non si considera un intrattenitore. E soprattutto, scherza quando lo definiscono uno scrittore. Anche se il suo ultimo libro, autoprodotto, “Lavorability – Dieci abilità pratiche per affrontare i lavori del futuro”, prima di uscire il 20 gennaio ha avuto 35mila preordini su Amazon. Marco Montemagno è l’esempio di come un imprenditore di se stesso partendo da zero possa diventare un brand di successo, capace di creare una community di oltre due milioni e mezzo di persone. Montemagno funziona non solo online, ma anche offline. Riempe con facilità teatri, università e librerie: a fine gennaio settemila persone hanno partecipato agli eventi del suo mini tour di 4 giorni tra Napoli, Firenze, Bologna e Milano. Giovani alla ricerca di un mentore del lavoro, donne e uomini che vogliono reinventarsi come imprenditori, fino ai curiosi del mondo digitale che vogliono capire le dinamiche dietro successi come TikTok, Fortnite e Netflix. Quella di scrittore è solo l’ultima di tante vite in cui Montemagno è riuscito a reinventarsi. Nella prima era un campione di ping pong. «Ho fatto il professionista fino ai 22-23 anni. Poi mi sono laureato. Ero nei primi cinque d’Italia che significa una pippa a livello mondiale perché il livello dei cinesi e svedesi era inarrivabile. Però potrei allenarmi per fare i campionati over 80. Se inizio ora arriverò in una forma strepitosa» dice con ironia Montemagno a Linkiesta, ovviamente in collegamento su Skype.

Nel tuo nuovo libro Lavorability sostieni che studiamo per lavori che non esistono e competiamo in mercati che saranno spazzati via. Sembra una catastrofe. Siamo spacciati?
Il mondo della tecnologia è schizofrenico, cambia in continuazione. Chi ci lavora sa che non esistono certezze. Per dire, in Italia un’app come TikTok viene considerata una cosa da ragazzini. Non fa in tempo a diventare la nuova moda del momento e ieri (lunedì, ndr) è già uscita un’app concorrente, destinata a fargli la guerra: Bite. Anche il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, esperto di tecnologia con un team di fenomeni al suo fianco, all’inizio non aveva capito la potenza della messaggistica o l’impatto delle foto di Instagram e la realtà virtuale. Ha dovuto comprare le società concorrenti per non soccombere. Se uno come lui non riesce a starci dietro immagina un essere umano normale.

E come facciamo noi comuni mortali?
Ci sono due modi per reagire a questo cambiamento: il primo è far finta di niente. Aspettare la buona sorte, lamentarsi e pregare.

Il secondo?
Prendere atto che il mercato è completamente stravolto e dopato. Prima c’erano pochi colossi. Ora ce ne sono una marea. E anche chi lavora nel mondo tech non ci capisce più niente. Però si possono avere dei punti fermi per surfare l’onda che arriva. Abilità pratiche e di buon senso per non farsi travolgere dal cambiamento.

Nel libro ne suggerisci dieci. Dall’importanza dell’irrazionalità al focalizzarsi sulle poche decisioni da prendere ogni giorno nel proprio lavoro. Qual è l’abilità più difficile da imparare per la mentalità italiana?
L’intraprendenza. Sembra un paradosso ma nell’Italia del 2020 la si confonde con una visione negativa dell’imprenditorialità. Il nostro Paese è strano: da una parte le piccole e medie imprese sono lodate perché esaltano il made in Italy, ma nella realtà dei fatti l’imprenditore è spesso visto come un capitalista sfruttatore. Il profitto è un peccato, se non addirittura un reato.

Spieghiamo la differenza.
L’intraprendenza significa avere gli occhi aperti e le antenne drizzate rispetto al cambiamento in atto. Vuol dire inventarsi una piccola attività che può andare di pari passo con il lavoro da dipendente in ufficio. Se ti piacciono gli scacchi puoi inventarti un sito per insegnare online. Oppure se vuoi fare il surfista, puoi vendere in Rete le tue tavole personalizzate per farti conoscere e ottenere degli sponsor. In Italia è molto difficile farlo. Ma dovremo adattarci perché un tempo la schizofrenia del mercato era solo relegata al mondo tecnologico, oggi c’è in tutti i settori.

Perché dovrebbe interessare a chi ha un posto fisso e un lavoro analogico?
Il digitale è un fiume che devi attraversare per arrivare nella “città” del lavoro. Vale per qualunque mestiere e ruolo. Nessuno ti vieta di essere un genitore fieramente analogico a cui non frega nulla di Instagram o dei videogiochi. Però quando tuo figlio di dieci anni arriva e ti chiede sei può installare TikTok o giocare a Fortnite, cosa fai? O hai una vaga conoscenza di quel mondo lì oppure non saprai cosa contiene lo strumento che tuo figlio usa 12 ore al giorno e che rappresenta l’unico argomento di conversazione con i suoi amici.

Facciamo un esempio per gli analogici senza figli.
Che tu voglia trovare lavoro, cambiarlo o inventartene uno nuovo devi avere una conoscenza di base degli strumenti digitali. Ormai non li usano solo gli smanettoni. Il rischio è di restare a piedi in un mondo dove la gente usa solo aeroplani. Rifiutare la tecnologia è una scelta, ma non vuol dire che il resto del mondo o i tuoi concorrenti si comportino come te. È un prezzo che paghi.

Se il digitale è un fiume da attraversare per arrivare nelle città del lavoro bisogna saper nuotare, cosa possono fare le università italiane per insegnare a nuotare?
Come dice il filosofo Umberto Galimberti bisogna chiedersi qual è il ruolo della scuola e dell’Università: preparare i giovani al mondo del lavoro o educare delle persone in grado di adattarsi e reinventarsi quando il contesto del lavoro cambierà? Nel breve periodo può sembrare vincente scegliere un’università in base alla logica del mondo del lavoro. Se c’è richiesta di programmatori, studio per diventarlo. Ma se tra cinque anni Facebook creerà solo software in grado di autoprogrammarsi questo ruolo diventerà obsoleto. A quel punto se la scuola ti ha formato come una persona a tutto tondo troverai una soluzione. Se hai studiato solo per eseguire quel compito sarai nei guai. Serve un bilanciamento, come succede nel Regno Unito.

Cioè?
Sempre più scuole inglesi offrono una formazione a 360 gradi. Si parla più di “anti disciplinarità” che di interdisciplinarità. Un ragazzo non impara solo le tabelline ma studia per diventare una persona completa: dalle lezioni di public speaking a quelle di senso critico fino all’intrapredenza o imprenditoria. Non dovrà per forza aprire un’impresa, ma se un domani quel ragazzo vorrà fare un’iniziativa concreta saprà come vivere nel mondo moderno.

Ecco, diamo a lui e altri lettori una mano: quale sarà il trend del 2020?
Ce ne sono almeno due. Del primo abbiamo già parlato: TikTok, un fenomeno in esplosione. I numeri sono sempre più alti. Entreranno le aziende e personaggi già affermati che si porteranno dietro un pubblico più alto d’età. Il pregiudizio “è solo per bambini” cambierà velocemente. Anche Facebook all’inizio aveva questa reputazione.

Cosa rende diverso TikTok da tutti gli altri?
Perché oltre al classico “feed” delle altre piattaforme cui appaiono in elenco i contenuti di chi segui, l’algoritmo di TikTok segnala anche contenuti a caso. E in base a cosa vedi personalizza i contenuti giusti per te. Ogni volta l’utente ha una scarica di dopamina, è come giocare al Casinò: tiri la slot machine e non sai cosa uscirà fuori. Funziona anche perché Tik Tok è solo video e si basa sulla musica, un elemento trasversale e cross-culturale. E poi su Instagram siamo pieni di immagini perfette, finte in cui ognuno fa vacanze meravigliose, possiede 7 aerei e sembra Brad Pitt. Perciò quando l’utente scrolla si sente un po’ più sfigato. Mentre su TikTok ci sono ancora immagini grezze che trasmettono una sensazione di spontaneità accessibile a tutti. Per ora.

Si parla sempre del boom dei podcast, ma poi alla fine non arriva mai.
Il mio è il podcast più ascoltato di business in Italia su Spotify e iTunes e posso assicurare che i numeri sono ancora piccoli. Ma è un fenomeno in crescita. Il pubblico è più di nicchia, intellettuale. Se vuoi una fruizione mordi e fuggi non ascolti un podcast di un’ora. Si tratta di un mercato ancora fatto di “lettori forti” o meglio, ascoltatori forti. Serve tempo.

E il secondo trend del 2020?
Quello che in gergo Google viene chiamato Ambient computing, è sempre in crescita. Tra poco non avremo più il cellulare o il portatile ma sensori distribuiti ovunque che creeranno una sensazione di conversazione permanente. Si entra in una stanza e un sensore ci dirà che le scarpe sono lì perché sa che le stiamo cercando. Appena saliti in macchina l’auto chiederà che musica vogliamo ascoltare. Sarà un trend in crescita, tutti si stanno buttando su questo settore della voce. Lo testimonia il successo degli smart speaker come Alexa o degli air pods.

A proposito di tendenze. Per anni hai pubblicato brevi video di pochi minuti in cui dai consigli efficaci di comunicazione, impresa e marketing. Ma da qualche mese stai spopolando su Youtube con tuo nuovo Format “4 chiacchiere con” in cui parli sulla poltrona per un’ora con personaggi famosi come Jovanotti, Fedez, Accorsi, Hunziker, Saviano.
Per sette anni ho curato rubriche tecnologiche su Skytg24 e per 15 anni ho moderato, organizzato o sono intervenuto nei più importanti eventi legati alla tecnologia in Italia. Dopo così tante interviste mi è venuto il rigetto perché sono quasi sempre “blindate”. L’amministratore delegato di una multinazionale quotata in Borsa che cosa mai potrà dire di così dirompente? Lo stesso in tv dove le domande sono preparate e i tempi sono contingentati: 30 secondi per una risposta e via con la pubblicità. L’intervista diventa finta e l’ospite parla per frasi fatte. Il miglior sloganista vince. Allora mi sono detto: siccome non ho un editore e nessuna esigenza intervisto persone interessanti che mi piacciono.

Il video inizia in medias res senza una presentazione, dialoghi di un’ora con poche interruzioni in cui si parla a ruota libera. In teoria il contrario dell’intervista classica e invece funziona. Perché?
Non mi va di fare il moderatore da talk show che determina chi ha ragione e chi ha torto, controbatte, mette in difficoltà. Se vuoi fare visualizzazioni basta litigare e urlarsi a vicenda. Non interessa l’utente a casa che cerca chiarezza. Non ho una scaletta e interrompo il meno possibile perché non so di cosa parleremo. Ma è questo l’obiettivo: parlare con una leggenda del settore e conoscere da zero il suo mondo.

Perché lo star system italiano fa a gara per essere intervistato da te?
Non è un’intervista, non sono un giornalista e soprattutto non cerco uno scoop. Mentre in alcuni programmi l’intervistatore non vede l’ora di cogliere in fallo l’ospite. E ormai non senti più una persona parlare con calma per un’ora. Nessuno dà la possibilità a Fedez, Jovanotti o Saviano di spiegare senza fretta il loro punto di vista su un argomento. Appena hai un po’ di popolarità hai subito qualcuno che ti odia. Non c’è più discussione. Le persone le conosci meglio se dai modo di parlare. Ma anche in senso negativo. Si può scoprire che un idolo è in realtà inconsistente. Provo a coinvolgere delle persone che fanno cose interessanti nel loro settore. Poi è l’utente a farsi l’idea.

Ci sono utenti ed hater. Da grandi comunità derivano grandi odiatori. Come gestisci gli attacchi di chi ti segue?
Mi aiuta il fatto di avere una certa età. Un ragazzino insultato e minacciato ogni giorno la prende malissimo. A 47 anni la vivo diversamente. Negli ultimi tempi sto passando alla compassione e alla misericordia. I miei hater hanno la sfortuna di odiare una persona che fa chiacchierate di un’ora. Sono costretti a guardare centinaia di ore di video per poter estrapolare un’immagine o un commento sbagliato e scrivere: “sei un pelato”. Vanno compatiti. Meglio che si sfoghino online piuttosto che offline. Ma i commenti dei social network sono diventati delle discariche.

In Rete sta girando la #DollyPartonChallenge: ovvero pubblicare le quattro foto diverse che usiamo per Linkedin, Instagram, Facebook e Tinder. Togliamo l’ultima perché sei sposato. Quali atteggiamenti consiglieresti per ciascuno di questi social network?
LinkedIn è come un ufficio. Lì non urli, non ti vesti da spider man. È un pubblico di professionisti di business. Quello che vale di più è un contenuto di approfondimento legato alle problematiche del lavoro, dell’ufficio o degli affari. LinkedIn è una piattaforma molto sottovalutata ma con grandi potenzialità. L’algoritmo di Facebook non premia contenuti di qualità: è un bar con contenuti frivoli e leggeri. I gattini per capirci. Ma ha raggiunto un punto di saturazione. Ha una marea di utenti, ma le persone iniziano a spostarsi verso altri social network. Purtroppo i commenti delle piattaforme sono zone deliranti senza controllo.

E Instagram?
Instagram è la casa degli italiani. Era nata come una piattaforma elegante ma ora è sommersa da chiunque. Funzionano i contenuti personali a metà tra il cazzeggio esagerato di Facebook e il contenuto professionale di LinkedIn. Il punto è che le piattaforme sono più o meno tutte uguali perché quando si iscrivono milioni di persone di fatto si ricrea il genere umano con tutte le sue sfaccettature. I social network si differenziano per numeri e per le esigenze delle varie comunità. Per esempio su YouTube ci sono delle community storiche che apprezzano certi argomenti che non funzionano su Instagram o Facebook e viceversa.

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