Il tramonto del populismoGuai, errori e nemici di Di Maio, il leader sempre più contestato dagli stessi Cinque Stelle

Il Movimento è alle prese con un fallimento locale, nazionale e spirituale. Sotto accusa la gestione del capo politico, incosciente nel sottovalutare le regionali e primo responsabile di una linea politica ormai smarrita

Ci sono matrimoni longevi e indissolubili, altri invece pieni di litigi e tensioni, e altri ancora di convenienza, ovvero senza amore ma legati da un vincolo più forte: il bene della prole. In questo frangente, i consorti in questione sono Pd e Cinque Stelle, mentre il figlio l’Italia tutta (che di bene ne trae assai poco dalla situazione). E come nei migliori matrimoni-compromesso gli scogli da superare arrivano tutti insieme, senza una scienza esatta. Per il Movimento, infatti, l’inizio del 2020 si candida senza dubbio come peggiore parentesi della storia del partito: la flessione dei consensi ha incontrato una contrazione della leadership interna di Luigi Di Maio, la sete demagogica ha reso molti annunci storici mere picconate istituzionali, la connessione locale è ormai storia secondaria, i manifesti anticasta un boccone amaro da digerire. La forza pentastellata, quindi, è lampante che ormai nella coppia al governo ricopra una posizione cagionevole, frutto di una politica autolesionista che parte proprio dal criterio con il quale sono state preparate le prossime elezioni regionali.
Indegna di un paragone con le campagne elettorali degli sfidanti dem e leghisti, quella dei Cinque Stelle è stata fin dagli inizi una corsa a perdere. Il candidato governatore in Emilia-Romagna, Simone Benini, ha preso atto fin da subito della palese rinuncia del suo gruppo a competere sul territorio e del fatto di essere lasciato da solo di fronte a un destino non troppo felice (5-7% secondo i sondaggi). È vero anche che la marginalità del Movimento non è una sorpresa: alle regionali, dove vince il candidato (e la coalizione) che prende più voti, il partito di Beppe Grillo non è stato mai particolarmente competitivo. Come è giusto notare, però, che la partita romagnola ricopre un ruolo ingombrante anche nella dialettica nazionale, quella dialettica che ha visto battere piazze e palazzetti sia da Salvini sia da Zingaretti, quella stessa dialettica che ha registrato un Luigi di Maio quasi fantasma.

L’eterno secondo, l’eterno capitan futuro che prima con Di Battista ora con Conte deve lottare in casa per farsi riconoscere sul posto di lavoro, l’atteggiamento di Di Maio lancia i Cinque Stelle nell’incertezza assoluta. Alle sue spalle nel frattempo si recitano – secondo voci vicine ai big – le promesse verso nuovi papabili leader i quali dovranno fare i conti con il peso ingombrante di 100 espulsioni e continui cambi di casacca. Si aggiunge di fatto alla lista dei transfughi ribelli il senatore Luigi di Marzio che, dopo Francesco Urraro, Ugo Grassi, Stefano Lucidi e Lello Ciampolillo, passa al gruppo Misto; defezione che per giunta andrà a ingrassare la possibile espulsione di circa una decina di candidati dopo le lettere inviate dai probiviri pentastellati a seguito del nodo restituzioni.

Insomma, una voce quella Di Maio che si affievolisce giorno dopo giorno, lasciando spazio a trame covate in seno di chi, ai tempi della formazione del governo Conte bis, è stato un grande escluso, come Danilo Toninelli, o di chi, forse troppo poco servile per gli standard del Movimento, denuncia le magagne Cinque Stelle senza troppi fronzoli. Ci ha pensato Nicola Morra, di fatti, ha gettar benzina su una settimana di per sé già infuocata per il ministro degli Esteri, interdetto anche di fronte ai dubbi legittimi sulle candidature per i facilitatori regionali – per assurdo più importanti di un diretto appoggio ai candidati attuali -, cioè di coloro che avranno il compito di far crescere l’organizzazione in ogni singola regione. A ogni modo, Morra si è dissociato dalla candidatura di Francesco Aiello in Calabria, dove il Movimento correrà da solo verso un‘altra probabile sconfitta, in quanto presente un cugino di quest’ultimo in odore di ‘ndrangheta. Il risultato è stato che in poco tempo Morra è stato assalito dagli Attivisti Anonimi calabresi del Movimento, capaci di chiedere, alla sede centrale, la testa del senatore come segno di una conduzione autoritaria. Che dire? Non c’è male come trattamento per uno degli esponenti di spicco del partito.

Del resto non è stata più morbida la sentenza interna che ha condannato, pardon, che ha indotto a un’autoesclusione il candidato forte in Liguria, Fabio Tosi, dalla piattaforma Rousseau: il mea culpa per aver “omesso di segnalare tutte le proposte di legge di cui sono stato primo firmatario” stride non poco con l’elefante nelle stanza che vede Tosi, tra i consiglieri regionali, come colui che, pur non abbandonando il Movimento, ha in passato criticato esplicitamente la linea ufficiale di Alice Salvatore (e Luigi Di Maio) sull’alleanza col centrosinistra.

Alleanza che percuote inoltre le fila europeiste dei Cinque Stelle, le quali si concedono in tutto e per tutto al commercio sociale delle idee dem votando, solo qualche giorno fa, il Global compact in aula a Strasburgo, emendamento presentato dall’eurodeputato del Pd Pierfrancesco Majoirino e co-firmato dai dem Andrea Cozzolino e Giuliano Pisapia, che dice sì al piano delle Nazioni Unite per una “immigrazione ordinata”. I tempi cambiano, e quel Movimento che nel 2018, sulla spinta leghista, portò l’allora governo Conte a non partecipare alla conferenza di Marrakesh per firmare lo stesso accordo, oggi si mostra diverso, forse più moderno. Ma sia chiaro: coltivare i buoni rapporti con la spalla di governo è diverso dal prendere un posizione concreta sull’immigrazione. Proprio lo scorso fine ottobre, infatti, sempre a Strasburgo i Cinque Stelle si sono astenuti dal voto che chiedeva porti aperti alle Organizzazioni non governative che soccorrono persone in mare, dimostrando in quel contingente la loro vera inclinazione: quella di una demagogia al servizio della democrazia.

Siamo di fronte pertanto a un rope-a-dope, ovvero una tecnica resa nota da Muhammad Ali nel celebre Rumble in the Jungle del 1974 contro George Foreman, nella quale una delle parti, il Pd in questo caso, si mette di proposito in una posizione apparentemente svantaggiosa, cercando in tal modo di ottenere la vittoria finale anche dai colpi sbagliati o a vuoto dell’altro, come per esempio la riforma sulla prescrizione. La mossa si basa sullo stile di gioco, viceversa, dei Cinque Stelle, che al momento sono alle prese con un fallimento locale, nazionale e spirituale in grado di valorizzare perfino un partito immobilista come quello di Zingaretti. L’arbitro assoluto? Il premier Conte. Mentre chi se non i cittadini italiani possono essere il pubblico (fin troppo) pagante.