La prima repubblica non si scorda maiLega e M5S ci hanno provato, ma la politica si divide ancora in destra, sinistra e centro

Il possibile accordo sul proporzionale tra Zingaretti e Di Maio è il fallimento del populismo grillino e leghista di proporsi oltre le vecchie categorie. La nuova legge elettorale imporrà a ciascuno di assegnarsi un ruolo, un segmento elettorale, un posizionamento

Il possibile ritorno al proporzionale – si parla di un accordo già stipulato tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti contribuirà a chiudere il tentativo, interessante ma rivelatosi illusorio, di costruire forze politiche di governo oltre le categorie novecentesche di destra, sinistra, centro. Il M5S si è adoperato fin dalle origini, in modo dichiarato, in questa direzione. Ma anche la Lega salviniana è un prodotto della stessa tendenza: l’aggettivo “sovranista” ha ridefinito un intero universo simbolico, strappandolo da ogni tradizione precedente, compreso quella di “partito del Nord”. In modo più timido ma altrettanto significativo il Partito Democratico ha depotenziato il termine sinistra e lo ha sostituito con più blandi sinonimi – progressisti, riformisti, democratici (e ovviamente antifascisti) – così come i movimenti dell’area moderata hanno rifiutato la fatale parola Centro, preferendo definizioni diverse (popolari, riformatori, liberali) nel timore di venire associati al pleistocene democristano.

C’era l’idea che gli italiani si fossero stufati di giudicare i loro problemi col metro della Prima e della Seconda Repubblica. Si pensava che quelle vecchie categorie non fossero più sufficienti a definire il perimetro di un partito moderno, anzi potessero ingenerare equivoci e allontanare elettori disponibili a esplorare nuovi campi. Probabilmente era vero. Il colossale successo del M5S nel biennio 2018-2019 ci dice che c’era spazio, nel Paese, per una proposta diversa e trasversale, che scavalcasse le antiche filiere in nome di un terzaforzismo radicale. E anche l’ascesa del salvinismo ci racconta la stessa cosa: in fondo la Lega ha occupato il campo dell’immaginario Partito della Nazione di cui si è a lungo favoleggiato nella legislatura 2013-2018. Tuttavia entrambi i tentativi appaiono falliti, probabilmente per il deficit di cultura politica dei loro artefici. La doppia diaspora del M5S – verso destra, con Gianluigi Paragone; verso sinistra, con l’ex-ministro Lorenzo Fioramonti – dimostra la pessima riuscita dell’amalgama, l’inesistenza di una sintesi. Il Carroccio ha proposto una narrazione nazionalista così estrema da sfasciare il giocattolo: si è fatta troppo simile all’estrema destra, ha attivato in Italia e in Europa anticorpi formidabili, si è giocata l’accesso al governo.

Altrove filiere politiche più strutturate e “pensanti”– basti pensare ai Verdi del Centro Europa oppure a En Marche di Emmanuel Macron – sono riuscite nell’intento di aggiornare il Novecento. Da noi si è fatto un gran pasticcio, che ha suggestionato anche le forze meno interessate all’attraversamento delle linee come Forza Italia o il Pd, spingendole a contaminazioni con i messaggi di successo “oltre destra e sinistra”: su immigrazione, lotta alla casta, giustizialismo, a un certo punto tutti hanno detto le stesse cose, salvo rimanere stupefatti quando un movimento non-politico come le Sardine ha ribaltato il messaggio e ha riempito centinaia di piazze.

La fine di questa fase confusionaria è imminente e sarà molto rapida, soprattutto se dovesse tornare il proporzionale che imporrà a ciascuno di assegnarsi un ruolo, un segmento elettorale, un posizionamento. Fallito il tentativo di generare cose nuove, il Piano B dovrebbe essere quello di aggiornare i vecchi arsenali, ricongiungendo con la modernità la topografia politica ereditata dall’altro Secolo e sfuggendo alla tentazione di riproporla in versione di caricatura. La difesa del ceto medio come la faceva Amintore Fanfani, la questione morale come la interpretava Enrico Berlinguer, il binomio legge&ordine nella versione di Giorgio Almirante, il sostegno all’occupazione con le assunzioni alle Poste o gli incentivi allo sviluppo con la Cassa del Mezzogiorno andrebbero seppelliti per sempre, anche come suggestione. Se è destino che tornino destra, centro e sinistra, almeno ce ne forniscano una versione 2.0.

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Linkiesta Paper Estate 2020