Dopo FioramontiDue ministri ma meno soldi, mentre i ricercatori protestano in piazza

Lo stesso giorno in cui Azzolina e Manfredi sono stati “battezzati” dal governo con un decreto ad hoc, dottorandi e studenti hanno manifestato in tutta Italia contro il «crollo dell’investimento pubblico» nelle università. Sugli striscioni: «Nuovo ministro vecchi problemi»

Il governo riunito a Palazzo Chigi per sdoppiare il ministero dell’Istruzione tra la scuola di Lucia Azzolina e l’università e la ricerca di Gaetano Manfredi. E gli studenti e i ricercatori in mobilitazione negli atenei, da Torino a Lecce, da Pisa a Roma, per reclamare più fondi per il mondo universitario. Nello stesso giorno in cui i due neoministri sono stati “battezzati” dal governo con un decreto ad hoc, sindacati, dottorandi e studenti hanno protestato in tutta Italia con assemblee e flash mob contro il «crollo dell’investimento pubblico» nelle università. Dopo le dimissioni natalizie di Lorenzo Fioramonti, motivate proprio con la mancanza delle risorse necessarie agli atenei nella legge di bilancio, il problema rimane. «Nuovo ministro vecchi problemi», è uno degli striscioni agitati tra le strade della città universitaria della Sapienza di Roma, dove i ricercatori si sono mostrati tutt’altro che fiduciosi che lo sdoppiamento del Miur possa ora rappresentare la chiave di svolta per gli atenei italiani.

«Dopo che si dimette un ministro per mancanza di fondi, se la soluzione trovata è lo spacchettamento del ministero vuol dire che non hanno colto i problemi dell’università», dicono gli studenti in corteo. E se l’ex ministro grillino chiedeva quel miliardo che non è arrivato, dalle piazze la cifra chiesta è di un miliardo e mezzo per riportare l’università almeno alle condizioni economiche in cui era dieci anni fa, prima dell’avvio dei tagli. «La manciata di milioni stanziati con questa legge di bilancio suona come l’ennesima presa in giro», dicono dai megafoni i ricercatori. Due i miliardi complessivi destinati dal governo all’istruzione, in gran parte rivolti alla scuola. All’università vanno circa 70 milioni, di cui 25 per creazione di una ancora non ben nota Agenzia nazionale della ricerca. «Ripetono sempre che i giovani sono il futuro, ma trovano soldi per tutto tranne che per noi. Il nuovo ministro Manfredi stanzi subito almeno 1 miliardo per l’università», è la richiesta che arriva dalle piazze.

L’Italia oggi investe complessivamente meno dell’1% del Pil sulla ricerca, rispetto alla media dell’1,5% dei Paesi considerati dal rapporto Ocse “Education at Glance” del 2019.

A Roma, alcuni tra assegnisti di ricerca, studenti e ricercatori precari si sono incatenati davanti al rettorato della Sapienza. A Potenza è stata organizzata una assemblea in ateneo. A Bari è andato in scena un flashmob. La mobilitazione è nata dall’appello dei “Ricercatori Determinati” di Pisa, raccolto dal sindacato Flc della Cgil, dai dottorandi dell’Adi e dagli studenti del coordinamento Link.

La scelta di Gaetano Manfredi, rettore della Federico II di Napoli e presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, come ministro dell’Università e della Ricerca «non appare come un segno di rottura rispetto alle idee che hanno dominato a Viale Trastevere negli ultimi dieci anni», dicono dall’Adi. «La priorità assegnata ai poli di eccellenza mentre il resto del sistema crolla, il controllo della produzione scientifica tramite discutibili esercizi di valutazione, il mantenimento di fasi fortemente precarie nella carriera dei ricercatori ecc.». Ma «ciò che ci preoccupa maggiormente è la totale assenza dei due governi Conte in tema di finanziamenti necessari alla tenuta del sistema universitario». Fioramonti, racconta Renata Vinci (Adi), «l’anno scorso era venuto alla nostra manifestazione e ha detto che si sarebbe battuto per ottenere almeno un miliardo. L’ex ministro veniva dal mondo della ricerca, Manfredi è un rettore, lo valuteremo sui fatti».

L’associazione dei dottorandi da tempo ha prodotto una proposta di riforma del sistema di reclutamento universitario che supera la formula dell’assegno di ricerca e delle altre tipologie di contratti precari. Una proposta in gran parte assorbita dal ddl Verducci, depositato in Parlamento qualche mese fa e per ora rimasto carta morta. Da un’indagine della stessa organizzazione è emerso come oltre il 90% degli assegnisti di ricerca dopo uno o due contratti venga espulso dall’università. Nel 2018 erano 68.428 le persone assunte a tempo determinato, contro le 47.561 a tempo indeterminato. «L’università si regge sul personale precario, non riuscendo neanche più a garantire le attività base della didattica», spiega Camilla Guarino di Link.

Altro nodo, poi, è quello del diritto allo studio. Pur raddoppiando il fondo, con 16 milioni in più, le risorse sono insufficienti a garantire tutte le borse di studio e gli alloggi agli universitari fuori sede idonei. Solo l’11% degli studenti iscritti oggi beneficia di una borsa di studio. «Tante regioni oggi non garantiscono le coperture per le borse e gli alloggi», dice Guarino. La richiesta che arriva dalle piazze è di 200 milioni aggiuntivi per il fondo.

La patata bollente ora passerà nelle mani del neo ministro Manfredi. Ma prima si dovranno espletare alcune procedure formali. Per ufficializzare lo sdoppiamento del ministero il consiglio dei ministri ha varato un apposito decreto legge, che dovrà essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale e, solamente a quel punto, i nominati potranno essere convocati al Quirinale per il giuramento. Ma la strada che porta allo spacchettamento del Miur non si esaurirà in poco tempo. Per far decollare le nuove strutture, saranno necessari i regolamenti di organizzazione dei due dicasteri da adottare entro il 30 giugno 2020. I ricercatori, insomma, possono attendere.