Nomine sovranisteLa Rai non è la Bbc, ma il disastro non è della Rai, è del Pd

In coerenza con la stravagante tattica della continuità col Conte 1, il Partito democratico si fa fregare, dicono le cronache, da un patto Di Maio-Meloni per rendere la tv pubblica più nazional-populista

Vorremmo tutti la Rai come la Bbc o come Bankitalia, anche se ci accontenteremmo di averla perlomeno come Radio Radicale, ovvero una piattaforma giornalistica e culturale autonoma, autorevole e credibile. Ma la televisione pubblica italiana non è la Bbc né Bankitalia, e nemmeno Radio Radicale, è semplicemente la Rai, la Rai tv. C’è poco da fare o da riformare, soprattutto c’è poco da scandalizzarsi per le nomine di direttori e di dirigenti che da sempre seguono l’aria che tira al governo e le stagioni politiche. Certo, in passato c’erano le formule geniali, per quanto asfittiche, della Prima repubblica: una rete a me, una a te e la terza ai comunisti. Oppure, ai tempi della Seconda repubblica c’erano le scelte filo governative nei tg, ma con il diritto di tribuna per l’opposizione. E tutto sommato non c’è stato nulla di strano nemmeno di recente, quando col Conte uno Saxa Rubra è stata trasformata in un megafono populista-nazionalista per spacciare Di Maio e Salvini come dei veri statisti e Putin e Trump come eroi civili.

Nato il Conte due, con il Pd al posto della Lega, sarebbe stato dunque normale aspettarsi un riequilibrio dell’indirizzo politico della televisione pubblica su posizioni più europee e più occidentali, e meno sovraniste e meno dettate dall’amore improvviso della destra italiana per la Grande Madre Russia.

Invece, niente: il Tg2 è rimasto oltre cortina e il presidente della Rai che twittava le fake news sulle cene sataniche di Hillary non ha perso il suo posto.
Anziché porre la liberazione della Rai dal sovranismo e dalle fake news come condizione per avviare l’alleanza di governo, cosa che avrebbe fatto qualsiasi forza politica sensata, il Pd non ha fatto niente di niente, in splendida coerenza con la stravagante strategia della discontinuità continuata o della continuità discontinua, insomma con la tattica di lasciare la palla ai babbeiacinquestelle al fine di convincerli a costruire un’alleanza strategica e con l’altrettanto grottesca idea di mantenere il programma di governo nazionalista di Salvini, assieme a quello populista di Di Maio, per assecondare il sentimento prevalente espresso nei sondaggi.

Quindi, nessuna battaglia su prescrizione e quota cento, zero sui decreti sicurezza e dignità, e nemmeno una parola su Marcello Foa e la Rai. In termini tecnici si chiama capitolazione.

Sennonché, colpo di scena, leggendo i giornali di oggi si apprende che l’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini, nominato da Salvini e da Di Maio, ha deciso di cambiare la Rai e di riequilibrarla politicamente. Ma non in modo da renderla più aderente alla maggioranza politica che sostiene il governo, oltre che più aderente al buon senso, ma al contrario aumentando la rappresentanza sovranista, affiancando ai sovranisti residenti di Salvini anche quelli di una donna, italiana, cristiana che di nome si chiama Giorgia e di cognome fa Meloni. Sembra uno scherzo, ma in realtà è una tragicommedia, non solo per la più grande industria culturale del paese, per i suoi utenti e per i suoi contribuenti, ma più precisamente per il Pd: il primo partito nella storia dei governi mondiali a rinunciare al proprio programma, a mantenere le più orrende promesse dell’opposizione e, non ancora soddisfatto della debacle politica e morale compiuta, capace anche di farsi fregare sulla Rai da un presunto patto Di Maio-Meloni per rafforzare l’area sovranista e populista dentro la televisione pubblica.

Per questi motivi, forse è davvero arrivato il momento di sciogliere il Pd.