Secondo mondoAttenzione, la crescita degli Stati illiberali è un problema anche per l’economia

Il “capitalismo autoritario” di Paesi come la Cina e la Russia soffre ancora di una grande vulnerabilità sotto il profilo della stabilità finanziaria. Ma se dovesse continuare a crescere e a consolidarsi, in futuro potrebbe invertire i ruoli nell’ordine mondiale

Pavel Golovkin / POOL / AFP

Sospeso – per ora? – il contenzioso con l’Iran possiamo tornare ai due confronti maggiori, quello con le ex potenze comuniste e quello con il populismo. Giusto per ricordare che oltre al Medio Oriente si hanno altri nodi non meno (o più?) intricati.

La Cina e – in misura molto minore – la Russia, agiscono come Paesi di “capitalismo autoritario” e non più come Paesi comunisti. Essi possono diventare, data la maggiore dinamicità del capitalismo autoritario rispetto all’economia pianificata del passato, un Secondo Mondo avanzato economicamente e politicamente illiberale.

I capitalismi autoritari del passato – la Germania e il Giappone – sono stati un’alternativa all’ordine liberale fino al 1945, ma da allora – a causa della devastazione militare – non lo sono più. Si noti che nonostante le loro caratteristiche illiberali essi non erano indietro nella produzione manifatturiera e nello sviluppo tecnologico rispetto ai Paesi liberali. Il loro limite era nella media dimensione, da intendere come spazio e popolazione.

Il passaggio della Germania e del Giappone all’ordine liberale è stato il penultimo grande mutamento nei rapporti di forza nel mondo, l’ultimo è la perdita da parte dell’Unione Sovietica di metà dei propri territori e delle proprie influenze militari.

Gli Stati illiberali – soprattutto quelli che dipendono dalle materie prime, che sono i più fragili economicamente, tradiscono un sentimento di grande vulnerabilità nei confronti di quelli liberali. Come percezione del loro modesto fascino culturale, certamente. Ma, soprattutto, perché i Paesi liberali sono il luogo sicuro dove le loro élite – solitamente “predatrici” – occultano i beni che hanno cumulato. Sarà un caso, ma il dittatore e/o l’autocrate preferisce Londra o la Svizzera come rifugio per i propri beni e la propria famiglia, e non certo un altro stato gestito con le caratteristiche del suo. Da qui le ricche donazioni e le assunzioni di professionisti e consulenti come lobbisti.

Fosse solo questo, perché si ha anche il tentativo di influenzare il corso politico dei Paesi liberali. Indebolendo l’Unione Europea, per esempio, la Russia conta di avere una maggiore influenza con i Paesi del Patto di Varsavia, che le facevano da “cuscinetto” in caso di guerra.

Alla sfida – di natura esterna – all’ordine liberale, quella delle due ex potenze comuniste, se ne aggiungono altre di natura interna.

Il benessere ha da tempo spinto le società liberali verso i beni “post materiali”. Una volta che i “beni materiali” – quali l’alimentazione, la salute, l’abitazione, l’educazione, e la pensione – siano – in misura più o meno completa – soddisfatti, ecco che si passa a quelli detti “post materiali”. I legami di solidarietà – dalla famiglia patriarcale al mutuo soccorso – erano il paracadute delle società povere. Una volta che il paracadute diventata lo “stato sociale”, che è per sua natura impersonale, i legami tradizionali possono sciogliersi e può emergere la libera scelta individuale. Da qui il desiderio di affermare l’eguaglianza di genere, di “razza”, di inclinazioni sessuali. Una parte della popolazione – legata ai valori tradizionali – si spaventa e vuole reagire alla ”decadenza”.

A ciò si aggiunga l’emigrazione che in alcuni Paesi – quelli senza ex-colonie da gestire come è il caso della Francia e del Regno Unito, ossia la Svezia, la Svizzera, e la Germania – è giunta in pochi decenni a pesare circa un quinto della popolazione residente.

La democrazia – o meglio la democrazia incapsulata nell’ordine liberale, che aveva, dal secondo dopoguerra, al centro l’impero benevolo degli Stati Uniti – è fiorita negli ultimi decenni in un numero sempre maggiore di Paesi per una condivisione dei suoi valori, oppure, o soprattutto, per il traino del suo successo economico e della vittoria nella guerra fredda? E che cosa accadrebbe se la dinamica corrente – i Paesi autocratici si affermano in campo politico e crescono in quello economico – si rivelasse duratura o abbastanza duratura?

I Paesi illiberali avrebbero un peso sempre maggiore nell’economia mondiale, e quelli liberali – ricchi in termini assoluti, ma meno ricchi di prima in rapporto ai Paesi emergenti – tornerebbero dove erano, ossia intorno alle due rive del Nord Atlantico, in Giappone, e nell’emisfero australe, fino alla fine degli anni Ottanta. In altre parole, avremmo un ciclo, partito con la vittoria nelle due guerre mondiali (calde), allargatosi con la vittoria nella terza (fredda), che è tornato al punto di prima per l’emergere degli sconfitti e dei loro imitatori nella succitata terza guerra (fredda). I vincitori e i vinti delle prime due guerre (calde), invece, continuano a stare dalla stessa parte.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta