Il marchio del perdenteMatteo Salvini e le controindicazioni della politica del citofono

Battuto in Emilia e in Calabria, il leader leghista è la prova di quanto la strategia Papeete non paghi. E adesso, anche nel suo partito, la resa dei conti può arrivare da un momento all’altro

Miguel MEDINA / AFP

Il marchio del perdente ora ce l’ha appiccicato addosso, l’uomo è forte ma non è vincente, e per un capo malato di vitalismo come lui questo è un brutto affare. Qualcuno, nella destra, prima o poi glielo farà notare, guarda che a giocare pesante la partita la perdi, almeno fuori dalle valli del nord, tutto questo urlare nelle piazze, in tv, ai citofoni non ci fa vincere e considera – potrebbe continuare quel qualcuno – che in Emilia-Romagna hai straperso, tu e la tua candidata fantasma, e in Calabria hai perso voti mentre vinceva la moderata berlusconiana Santelli. E dulcis in fundo guarda che Fratelli d’Italia c’è, avanza, funziona, potrebbe dire sempre qualcuno, o qualcuna.

Si dia dunque una regolata, il “Capitano”, che si sveglia d’improvviso un lunedì con la spalla lussata dopo una spallata finita male. Tempo ne ha quanto ne vuole, tanto non si voterà per un pezzo. Noi non sappiamo se Salvini sarà costretto ad ascoltare con più attenzione i Giorgetti e gli Zaia, ammesso e non concesso che i leghisti dal volto umano abbiano qualcosa da dire, ma quello che sin d’ora si può supporre è che nel retropalco della destra ci sia chi comincia a riflettere sugli insuccessi leghisti. Perché a Salvini gli è andata proprio male, in quella Emilia-Romagna che doveva essere la nuova linea del Piave e si è rivelata una mezza Caporetto, ridicolizzato a Bibbiano, simbolo di un’offensiva propagandistica da film horror, dove invece il Pd “mangia-bambini” ha trionfato (prenda nota anche Di Maio), e in Calabria ha visto il solito notabilato locale passare da Cinque Stelle direttamente a Forza Italia e Fratelli d’Italia, rendendo sempre più improbabile una sua paradossale egemonia al sud.

Il referendum su di sé continua a non funzionare, la politica come atto gentiliano andava bene negli anni Venti ma del secolo scorso, far mostra di poter fare 10 iniziative in un giorno entusiasma i tuoi ma non incanta gli altri. Ed è proprio questa politica in versione sudaticcia che gli porta consensi ma gli nega la vittoria, è la prosecuzione del Papeete con altri mezzi che seduce ma non sfonda, è la spacconata in diretta tv che ricorda più “I mostri” di Monicelli che attagliarsi a un aspirante alla guida del governo di un grande Paese. Ed è dunque come se Salvini rimanesse sempre al di qua di un minimo livello di decenza e decoro, abbarbicato su migliaia di palchi e palchetti a raccontare di un’Italia ammalata senza sapere come curarla, alla lunga molti si stufano e prendono cappello.

Allora, nessuno dice che la Lega è entrata in crisi, non ancora almeno, ma il dubbio che al “Capitano” perdente qualcuno possa togliere la fascia viene: e chissà se a quel qualcuno, o qualcuna, nella notte della sconfitta non sia venuto in mente di pensare a Salvini con un rotondo “ben ti sta”.

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