MonologrammiImmergiti con me nell’eterno abbraccio delle attinie

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

da pixabay

Devo dirtelo, perché c’eri anche tu. Poi c’ero io. Stavamo così, abbracciati sul letto come un gruppo scultoreo in carne umana. Tutt’e due su un proprio lato (hanno un lato le umane e gli umani?), tu sul tuo lato sinistro, io sul mio lato destro. Tu, che sei generosa, mi avvolgevi come chi si tuffa abbracciando le proprie ginocchia, solo che abbracciavi me, c’ero io in mezzo a te, le tue ginocchia sotto le mie ascelle. Così lungo le tue cosce, che risalivano oblique il mio tronco, le mie braccia discendevano aderenti. Così il tuo sesso si apriva sul mio, laggiù. Così che… Così che le tue labbra profonde, come se il tuffo fosse avvenuto e tutto di noi come le alghe fluttuasse, così che le tue labbra profonde fluttuavano sul mio sesso.

Tu conosci le attinie? Andiamo a guardare. Ecco: sono un genere di animali marini appartenenti all’ordine cnidati antozoi sessili… Sessili, hai capito? Sessili. Ora, lasciamo perdere cnidati antozoi e tutto l’eccetera di celenterati, lasciamo perdere tutta la competenza che con un click su internet fai tua in un attimo, lasciamo perdere. Ma sessili, questa parola. Cos’è? Sanno qualcosa di noi? No, non qualcosa, ne sanno di più. Sessili: non c’entra niente il sesso o non c’entra ancora. Andiamo a cercare.

È tattile internet? “Digitale” definisce due cose: 1) rappresentar con numeri, manipolare con numeri (sempre le mani), oltre il fatto che qui il termine “digitale” deriva da “digit”, inglese, che sta per “cifra numerica”, mutuato da dito, con il quale si conta; 2) che attiene alle dita. Anzi tre: un’erba, una pianta si chiama così, assai tossica, e qui digitale deriva da ditale, per la somiglianza del fiore con questo oggetto per le dita, sempre le dita. Tutto attiene alle dita. Allora, è tattile internet?

Ovvero raggiungiamo il risultato diteggiando, digitando digitali, utilizzando le nostre frenetiche, tremanti, dita voraci? Pare sempre, risalendo all’etimo delle parole, di risalire fino alla nostra adolescenza curiosa e forsennata che fuor di senno però cerca un senno. E nell’etimo di “etimo” c’è proprio questo: cercare quanto è vero o come è vero quel che è vero in quel che pare vero. Con le dita, credo.

Insomma, sessile, aggettivo, dal latino sessilis, derivato da sedere, il verbo, stare in posizione di seduta. In zoologia gli animali, generalmente acquatici (e noi non siamo per la più parte fatti d’acqua?), limitati nel movimento (e non è forse il nostro abbraccio un limitarci?), ancorati a un qualche tipo di substrato solido. E l’elemento nel quale essi sono li muove con i suoi movimenti, generalmente l’acqua ma anche l’aria o anche, credo, il nostro abbraccio che come un elemento ci sovrasta e circonda. Creiamo con l’abbraccio un elemento? Credo di sì, sì, che ci circonda e diventa il nostro elemento.

E noi stavamo così, giacenti, noi, substrati delle nostre attinie sessili, femminile tu, maschile io. Ecco, guardiamo le figure, le attinie: e sì, sono sessili nella loro posa, ma anche sessi, precisi precisi, si aprono e anche si erigono, tutt’e due le cose. Come noi tutt’e due.
Insomma, la tua attinia, mossa dal nostro abbraccio come dall’acqua, fluttuava sulla mia in basso, secondo l’anatomia umana, mentre lassù, in alto, noi ci baciavamo, là dove avevamo la testa (dove avevamo la testa?), producendo umidori in alto e in basso, perché siamo fatti d’acqua e pure la secerniamo in varie forme scorrevoli e umorali.

Così quel contatto, quell’oscillare, quel flottare d’attinie fecero avvenire l’atto. Così, senza parere, anche senza sapere (perché, cosa sappiamo?), senza ragione (la ragione di chi?) avvenne la cosa. La cosa! La tua attinia tutt’attorno alla mia, la mia che nella tua s’immerse. Così, come se nemmeno noi c’entrassimo nulla con noi, noi essendo soltanto il substrato solido delle nostre attinie sessili, ossia ancorate a noi come a due scogli. Commovente, no? Sì, quel muoversi assieme in adesione appassionata. “Le viscere si commuovono” quando tanto desiderio ti assalta “d’essere una volta con costei”, scrisse Machiavelli con tanta esattezza.

Ma perché parlo al passato come se fosse avvenuto nei secoli, quindi lontanamente e però sempre?

Perché è così. Quello che avviene veramente, avviene una volta, e quella volta avviene per sempre. Poi non può essere nemmeno scritto quel che avvenne, no, non tutti sanno vederle le parole, leggerle sì, ma leggerle è come leggere le istruzioni, roba da foglietti e non da pagina (pagina: da pangere ossia congiungere). Deve apparire come figura, quel che avvenne, sulla pagina aperta e però congiunta, questa, e anche a rilievo, una di quelle pagine indimenticabili dei libri indimenticabili (quali, oh, quali?), fantastici o, meglio, fantasticati poi che furon veri.

Un monologramma, ecco, come qui, qui dove le parole, l’insieme delle parole sono figure, come un insieme di piume, penne, colori, zampe, becchi, velli, manti, musi, code, ciuffi, petali, steli; e come l’attinia, imitata anche dai fuochi artificiali, coi suoi sbuffi, coi suoi rapidi fiori espansi e ritratti, con le sue stelle, l’attinia che tanto somiglia al tuo sesso (sia glabro sia folto) e al mio tutt’assieme.

Ma sono cose che si scrivono sui giornali, queste? E non intendo queste cose di sesso ma queste cose di rapporti tra parole.

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