Il trielloConfindustria festeggia i 110 anni a “Casa Mattioli”. E i candidati in corsa da tre potrebbero diventare due

Mentre sul palco delle Officine Grandi Riparazioni di Torino si parla della storia della confederazione, i probabili candidati Bonomi, Pasini e Mattioli si contendono i voti decisivi per presentare le autocandidature. E gli ultimi due potrebbero convergere per battere il numero uno di Assolombarda

Confindustria

Sotto lo storico tetto delle Officine Grandi riparazioni di Torino c’​è l’​erede di Vincenzo Boccia alla guida di Confindustria. Passeggia e parla con altri imprenditori nei 20mila metri quadrati dove fino agli anni Novanta si riparavano treni, guardando i muri di mattoni rossi alti 16 metri. Ma nessuno conosce ancora il suo nome. La colonna sonora che accoglie gli ospiti dell’​evento è di Ennio Morricone. Non a caso la prima canzone è quella del triello de “Il Buono il Brutto e il Cattivo”. Il 5 febbraio scadrà la presentazione delle firme per autocandidarsi e sono rimasti in tre a contendersi la leadership di Viale Astronomia: la vice presidente per l’internazionalizzazione di Confindustria Licia Mattioli, il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi e Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani.

L’​anniversario dei 110 anni della Confindustria alle Ogr di Torino, oggi diventata un’istituzione culturale della città con mostre e gallerie di arte contemporanea, è una tappa importante per capire chi vincerà il voto del 26 marzo. Volti tesi nella prima fila centrale, dove siedono i big. L’unico a sdrammatizzare è il presidente uscente, Vincenzo Boccia: «Prendiamola con leggerezza, va’» dice mentre cerca di far terminare a colpi di strette di mano il capannello di chi lo vuole salutare. «Ci sono due persone che non bisognava attaccare, e una sono io», riusciamo a carpire prima che un bodyguard ci mostri il posto riservato alla stampa.

Lasciamo il beneficio del dubbio, ma non sarebbe strano se si riferisse alla corsa per la sua successione e gli attacchi che ha subito per la sua gestione considerata blanda”, anche se in uno dei momenti più difficili del Paese: avere a che fare con il governo gialloverde. Sul palco è più diplomatico nel togliersi i sassolini dalle scarpe: «Il linguaggio di Confindustria, nei momenti difficili e in quelli meno, non è mai cambiato. Chi delegittima gli altri delegittima sé. Non è solo questione di stile, ma di responsabilità». Cita Goethe per parlare delle divergenze dentro Confindustria: «L’​importante non è andare d’accordo ma andare nella stessa direzione. Non conosco i poteri forti. Sono di Salerno, neanche capoluogo di provincia. Confindustria mi ha accolto senza far pesare le preferenze regionali. Dobbiamo tenerne conto. Se parliamo di merito agli altri dobbiamo guardare dentro a casa nostra». Un discorso potente. «Vincenzo è stato più “strong”​ del solito», commenterà un imprenditore alla fine dell’evento. Nel suo discorso Boccia cita e ringrazia otto volte Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria prima di lui da cui ha raccolto l’eredità: «Non dirò quanto è difficile fare il presidente di Confindustria e quanto tempo assorba perché non voglio spaventare chi mi succederà».

L’​impegno non sembra spaventare la “padrona di casa”​, la torinese d’adozione Licia Mattioli, imprenditrice nel settore dei gioielli, che guida l’​azienda omonima con 70 milioni di euro di fatturato, 260 dipendenti e 300 punti vendita nel mondo. Tutti gli imprenditori che dopo un’occhiata diffidente e la promessa di anonimato parlano con Linkiesta hanno solo belle parole per lei e qualcuno crede che possa riuscire a riportare Fca dentro Confindustria come promesso a microfoni spenti da chi la sostiene.

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Sul palco si alternano gli ospiti presentati da Paolo Mieli in versione conduttore di Rai Storia. Tra questi Romano Prodi nei panni dell’ex presidente dell’Iri. Critica le imprese che non hanno capito le sfide della modernità. Ma basta una frase per strappare un applauso: «Nonostante le resistenze interne, ho sciolto l’Intersend (l’organizzazione che rappresentava in Italia, in sede di trattative sindacali, le aziende dei gruppi statali IRI, ndr), perché ritenevo che il sistema industriale dovesse essere rappresentato da una sola associazione. L’​Italia sarebbe un Paese meraviglioso se ci fosse anche un solo sindacato».

Mentre la sala guarda pillole video che raccontano le tre fasi dei 110 anni di Confindustria, (1910-1957, 1957-1993, 1993-2020), Carlo Bonomi è il più attivo nelle retrovie a parlare con i colleghi imprenditori. Stringe mani nella penombra della sala principale e alla luce grigia di Torino che filtra nelle grandi vetrate che circondando la caffetteria del Museo. Attorno a lui si formano piccoli raggruppamenti. Il numero uno di Assolombarda sorride e ascolta le istanze di tutti. Anche così si è costruito una candidatura forte. È lui l’uomo da battere. A capo dell’associazione interna più influente, ha più voti potenziali di tutti gli altri candidati. Ma questo è il suo più grande difetto: pochi in Confindustria vogliono che Assolombarda comandi anche a Roma, rischiando di spazzare via l’attuale classe dirigenziale romana. Anche per questo i grandi commis delle aziende di Stato non si sono ancora espressi a suo favore. Ma a favore di Bonomi si sono espressi due rappresentanti del club romano Luigi Abete e Aurelio Regina.

Il terzo concorrente è Giuseppe Pasini. Il capo degli industriali bresciani si è candidato per primo, ma secondo gli addetti ai lavori non avrebbe le firme necessarie per potersi autocandidare. Dalla sua parte c’è l’asse Brescia-Sondrio-Lecco. Forse non abbastanza. «Il suo nome è stato pompato molto in queste settimane perché sembra che il prossimo presidente di Confindustria debba essere per forza un lombardo. E siccome molti non vogliono Bonomi, Pasini si è fatto avanti, ma per lui è dura».

Per ora Pasini ha assorbito nelle sue fila i voti del modenese Emanuele Orsini, presidente di FederLegnoArredo che preferisce ripresentarsi tra quattro anni per poter avere più chance di vittoria. Forse Pasini avrà qualche voto portato da Andrea Illy, ritiratosi dieci giorni fa. Ma il Nord-Est sembra già diviso in due: Pordenone e Treviso con Bonomi, mentre Vicenza, Verona e Belluno con Mattioli. La candidata ha in mano anche Piemonte, Liguria e il sud della Toscana. «Poi nulla è scontato, ci sono sempre degli scontri interni. Non mancheranno i soliti bastian contrari che non voteranno compatti. Ma è più probabile che Pasini si accodi a Mattioli che viceversa» ci spiega un addetto stampa. Anche a Linkiesta confermano l’indiscrezione uscita su Affaritaliani.it secondo cui tre imprenditori saranno estromessi dal voto in Consiglio generale il 26 marzo per designare il nuovo presidente di Confindustria. Un fatto non secondario perché se a votare saranno 179 e non 182 basterà avere 90 voti per essere ammessi al ballottaggio finale.

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