Verso la Casa BiancaLa grande crisi della sinistra globale alla prova del caucus dell’Iowa

Oggi parte il processo delle primarie Democratiche, con il voto nello Stato del midwest. Alla gran confusione ideologica tra le varie anime progressiste si aggiungono nuove regole che rischiano di non dare un vincitore chiaro, con grande beneficio per Trump

CHIP SOMODEVILLA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Il grande giorno è ormai arrivato. Oggi i Democratici americani dell’Iowa daranno il via ufficiale alle primarie per scegliere il candidato che, nella seconda metà dell’anno, sfiderà il presidente Donald Trump, cercando di impedirne la rielezione.

La scelta sarà fatta nei caucus, le assemblee di partito riunite per discutere e votare i candidati nelle palestre, nelle scuole, nei teatri o nelle sale parrocchiali. Qui gli elettori si dividono in gruppi che rappresentano i candidati. In una prima fase vengono eliminati i gruppi più piccoli – quelli inferiori al 15% dei presenti – e gli elettori vengono redistribuiti in un secondo round. Alla fine di questo round vince il gruppo più numeroso. A questo punto si sommano tutti i risultati dei caucus dell’Iowa, il partito calcola il rapporto tra i voti ricevuti e i delegati assegnati allo Stato. Il risultato finale di questa operazione dà il nome del vincitore.

In realtà, quest’anno, la partita appare assai più complessa che in altre occasioni nel passato. Secondo Lisa Lerer del New York Times, infatti, questa volta «potrebbero non esserci vincitori».

«Le campagne presidenziali non prevedono premi di consolazione – spiega Lerer – ma quest’anno i cambiamenti nelle regole del caucus volti ad aumentare la trasparenza forniranno molte più informazioni e daranno più opportunità ai candidati di sentirsi vincitori. Secondo le nuove regole, il Partito Democratico dell’Iowa dovrà comunicare diversi risultati: prima, i voti totali del primo turno di votazioni ai caucus, quando tutti si presentano; poi i voti totali finali dopo il “riallineamento”, quando i sostenitori dei candidati più deboli dovranno cambiare parte e sostenere quelli più forti. Infine, avremo la stima del totale dei delegati che ogni candidato ha vinto alla convention statale».

Ma i quattro candidati principali sono in questa fase a poche spanne l’uno dall’altro. Secondo i sondaggi degli ultimi giorni, in testa si trova il “socialista” Bernie Sanders con il 25%, seguito dal “centrista” Joe Biden con il 22%, il giovane Pete Buttigieg con il 17% e la progressista Elizabeth Warren con il 13,5%. Questa situazione ancora fluida unita alla complessità dei calcoli in sede di caucus potrebbe generare uno scenario confuso.

«Alcuni analisti – spiega Lisa Lerer – prevedono questo esito: Sanders vince il totale dei voti, Joe Biden vince il conteggio dei delegati e Buttigieg vince nelle contee rurali. Così tutti e tre potrebbero chiudere la sfida in Iowa dichiarando la vittoria. Sanders potrebbe sostenere di avere ricevuto il massimo sostegno perché votato dal più gran numero di elettori. Buttigieg potrebbe vantare una primazia in quelle contee che hanno votato per Donald Trump nel 2016 e che sono ritornate ai Democratici due anni dopo, rendendolo un concorrente più adatto per sfidare il presidente uscente nelle elezioni generali. Biden potrebbe obiettare di aver vinto sulla complessa macchina dei calcoli dei delegati che sono pur sempre quelli che alla fine decideranno la nomination».

I giornalisti che in questi giorni seguono la campagna elettorale in Iowa hanno segnalato non a caso alcuni strani movimenti nel corso della settimana. La candidata Tulsi Gabbard – data come fanalino di coda nei sondaggi con l’1,8% – è stata avvistata in un ufficio della campagna di Bernie Sanders. Contatti sarebbero in corso tra i promotori della campagna di Joe Biden e la squadra di un’altra candidata minore, Amy Klobuchar, che pure può contare su un 8,5% di consensi. Il periodo che precede il grande giorno è spesso dominato dalla costruzione di patti e strategie silenziosi. Il motivo? Ogni candidato deve raggiungere una soglia del 15 per cento in ogni caucus per poter proseguire la sua corsa. Pertanto i simpatizzanti dei candidati minori diventano appetibili per i candidati più forti. Ma secondo i sondaggi meno della metà dei cittadini coinvolti nei dibatti delle primarie dello Iowa ha già fatto la sua scelta.

L’altra grande questione riguarda la collocazione dei candidati sull’asse destra-sinistra e la conseguente capacità di competere con il presidente uscente Donald Trump. Da una parte ci sono i candidati che, in area “liberal”, sono definiti – non senza una punta di disprezzo – “moderati”. Parliamo di Biden e Buttigieg. Il motto del primo, “Vote Biden, Beat Trump”, spiega tutto. Joe Biden si propone infatti come il candidato con le migliori possibilità di sconfiggere il presidente Trump: la sua campagna è stata tutta concentrata su questo messaggio. In più promette agli elettori l’estensione della copertura sanitaria e la lotta ai cambiamenti climatici.

Finora, viceversa, la campagna di Buttigieg non ha preso di mira direttamente il presidente Trump. Il giovane Pete – appena 38 anni – propone una «visione audace per la prossima generazione», presentandosi come l’alfiere di un movimento generazionale in marcia contro una capitale, Washington, «paralizzata da vecchi pensieri e vecchie lotte». Nelle sue proposte risuona l’eco delle aspettative dei Millennials: l’impegno contro l’avidità delle grandi corporation, la lotta contro i cambiamenti climatici e contro le guerre senza fine in cui è stata finora impantanata la politica estera americana.

Ai due candidati centristi fanno da contraltare i due campioni “liberal”, Elizabeth Warren e Bernie Sanders. «Negli ultimi mesi – avverte Astead W. Herndon del New York Times – la Warren sta sempre più strutturando la sua campagna intorno alla specificità di genere. In questo modo vuole tesaurizzare il fatto di essere ormai l’unica donna nella fascia più alta e competitiva dei candidati». E poi l’essere donna appare anche come un’alternativa squisitamente progressista al machismo dell’attuale inquilino della Casa Bianca. «Le donne vincono», dice il suo motto. «Di sicuro – aggiunge Herndon – ha influito anche la polemica di qualche giorno fa con il rivale Sanders accusato di averle detto in passato che una donna non poteva vincere la presidenza».

Ultimo ma non ultimo Bernie Sanders: il “grande vecchio” della sinistra americana, alla veneranda età di 78 anni sta svolgendo il ruolo che in questi anni ha avuto Jeremy Corbyn nel Regno Unito: una ideologia esplicitamente socialista, anticapitalista e statalista, l’attivazione di estesi movimenti giovanili che lo venerano nei comizi, grandi raduni di folle esultanti ispirate dai toni emotivi e romantici della “lotta”.

In questo momento Sanders appare perfino più forte di Joe Biden. Questa cosa preoccupa parecchio il resto del Partito democratico. Molti temono che l’eccesso di estremismo possa far vincere a Sanders le primarie, con il risultato di trovarsi con un candidato debolissimo contro Donald Trump. Il quale, non a caso, considera Sanders il suo avversario preferito: gli permetterebbe infatti di fare breccia nell’elettorato dei ceti medi americani spaventati dalle idee troppo radicali in tema di tasse e intervento del governo centrale nell’economia.

Nelle ultime settimane in cui la competizione in Iowa è rimasta in qualche modo semi-sospesa – visto che Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Amy Klobuchar, in quanto senatori, sono tornati a seguire il processo di impeachment a Washington – il conflitto tra l’ala radicale e quella riformista è stato animato da due donne.

Da una parte, Alexandria Ocasio-Cortez. La giovanissima parlamentare democrat del Congresso e animatrice della campagna di Bernie Sanders, nel corso delle celebrazioni in onore di Martin Luther King, ha attaccato il suo stesso partito accusandolo di non essere «di sinistra» ma di «centro conservatore» perché contrario alla sanità pubblica. Inoltre, ha accusato Jeff Bezos di Amazon per aver creato «una forma di schiavitù moderna». Scatenando così una serie di reazione piccate da parte di parecchi esponenti del mondo Democratico americano. Tom Elliot del The Federalist ha risposto così: «L’attuale Partito Democratico rappresenta idee di sinistra. Ciascun candidato democratico del 2020 propone una qualche forma di assicurazione sanitaria estesa, pagata con risorse del governo, sia essa la “Medicare for All” di Sanders e Warren, la “sanità pubblica per tutti coloro che lo vogliono” di Pete Buttigieg o l’espansione della “Obamacare” suggerita da Joe Biden. Tutti i candidati vogliono rimuovere le restanti restrizioni all’aborto, cancellare il debito studentesco esistente e tentare di stabilire un college gratuito per tutti. Queste proposte radicali dimostrano che il Partito Democratico non è “conservatore” in alcun senso».

L’altra donna sulla scena è stata Hillary Clinton. Intervenuta per criticare l’estremismo di Bernie Sanders, che fu suo avversario nelle primarie di quattro anni fa, ha insistito sul fatto che «a nessuno piace» e «nessuno vuole lavorare con lui» e soprattutto ha accusato il suo entourage di sessismo e maschilismo. Insomma, la competizione tra le due anime del partito in vista del voto in Iowa ha raggiunto la massima veemenza.

Per quale motivo? Lo Stato dell’Iowa è piccolo e, apparentemente, poco rappresentativo: solo 3 milioni di abitanti sui 327 milioni degli Stati Uniti, assegna appena 41 delegati su 3.979 nelle primarie democratiche. Eppure la sua influenza nella scelta dei candidati risulta enorme da sempre. È qui che nel 1972 i Democratici hanno istituito le primarie (seguiti quattro anni dopo dai Repubblicani). Da allora, per legge, è il primo a votare. E siccome può spianare la strada per la Casa Bianca, i candidati trascorrono giorni e giorni nelle sue 99 contee. Chi perde spesso si ritira dalla contesa. Ma chi vince qui ha ottime possibilità di diventare il candidato del suo partito. Ai Democratici, dal 1972, è successo 9 volte su 12: qui hanno cominciato a vincere Jimmy Carter, Walter Mondale, Bill Clinton, Al Gore, John Kerry, Barack Obama e, da ultima, Hillary Clinton. Il voto in Iowa, in ogni caso, farà la storia futura degli Stati Uniti. E, di conseguenza, anche la nostra.

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