“Diffondete! Tutti devono sapere!”Condividere su Whatsapp i nomi dei contagiati o dare falsi allarmi è un reato

La diffusione di dati sensibili è punibile con la reclusione. In questi giorni, le chat di gruppo si sono trasformate in vettori di notizie d’ogni genere. Dal presunto infermiere che fa la radiocronaca dal reparto fino a chi indica con nome e cognome i contagiati

La diffusione di dati sensibili è punibile con la reclusione. In questi giorni, le chat di gruppo si sono trasformate in vettori di notizie d’ogni genere. Dal presunto infermiere che fa la radiocronaca dal reparto fino a chi indica con nome e cognome i contagiati

«Diffondente! Tutti devono sapere». Formule linguistiche che, in tempi di coronavirus, occupano i nostri smartphone. Ma bisogna interrogarsi su una questione: è legittimo “diffondere”? Tutti devono essere adeguatamente informati, ma pure in un contesto fiabescamente democratico, il diritto all’informazione ha un limite. In questi giorni, le chat di WhatsApp si sono trasformate in vettori di notizie d’ogni genere e specie. In men che non si dica, l’Italia degli allenatori e degli economisti è diventata l’Italia dei virologi e degli informatori: dal presunto infermiere zelante che fa una sorta di radiocronaca dal proprio reparto, con tanto di numeri e previsioni sui contagi, all’altrettanto presunto medico che dà consigli su come contrastare il Covid-19, dall’ignota mamma che, in preda all’ansia, nel gruppo “scuola”, vede casi sospetti e morti dappertutto all’altrettanto ignoto personaggio che, purtroppo, finisce col fare nome e cognome di qualche paziente realmente affetto dal virus.

È accaduto. Continua ad accadere. E chissà in quante parti d’Italia il diritto alla riservatezza e alla tutela della condizione di salute è stato imprudentemente e vergognosamente violato. In alcuni casi, su WhatsApp, circola pure la foto del soggetto e non mancano addirittura informazioni curriculari.

Qualcuno si è spostato dall’iniziale zona rossa, non rispettando il divieto di transito e causando la diffusione del virus? Forse, ma è compito delle autorità intervenire per far rispettare la giustizia. Istruire il classico processo da cortile mediatico e promuovere l’emarginazione del colpevole sono atti inqualificabili. Se poi si ha davvero un elevato senso civico, esistono le Procure, alle quali ci si deve rivolgere, naturalmente, per denunciare dei ‘presunti’ reati.

Il nostro diritto all’informazione e la tutela della nostra libertà sono garantiti proprio dallo stesso principio costituzionale, secondo il quale è obbligatorio preservare dall’ostracismo anche coloro che hanno commesso dei reati. «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», recita l’art. 2 della Costituzione.

La divulgazione di “dati sensibili” è punibile con la reclusione. Il legislatore è intervenuto In materia di protezione dei dati personali e sensibili e sulla libera circolazione dei dati stessi, attraverso le disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale al Regolamento Europeo 2016/679. Secondo il nuovo codice della privacy, la diffusione illecita di dati personali è punita con la reclusione da uno fino a sei anni.

Chi scrive su una qualsivoglia chat di gruppo, pur facendo da tramite, che il signor Marco Rossi è affetto da coronavirus, è sposato con la signora Laura Verdi e si è recato qua e là, violiamo la legge. E non c’è pandemia che tenga. Insomma, il generale stato di allarme non giustifica che gli esseri umani siano marchiati a fuoco o trattati come gli appestati manzoniani.

Eppure aumenta in queste ore il numero di coloro che non esitano a proclamarsi cronisti e, soprattutto, portavoce non autorizzati del mondo sanitario. Per costoro, è il caso di far notare che diffondere informazioni attraverso WhatsApp o altri mezzi simili non è sempre possibile, perché si potrebbe incorrere, anche in questo caso, nel reato di procurato allarme, disciplinato dall’art. 658 del codice penale: «Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci euro a cinquecentosedici euro».

Il cittadino comune, soprattutto in un momento di emergenza globale, non può sostituirsi all’Istituto Superiore di Sanità, alla Protezione civile e all’Organizzazione mondiale della Sanità, rischiando di danneggiare irreversibilmente l’equilibrio sociale. Questi sono i momenti in cui si scopre la debolezza di una democrazia, cioè quando i cittadini scambiano la libertà per il “potere”.

Il rischio è di incorrere in un “reato di pericolo”. Inviare un vocale nel quale si dice «chiudete tutti i balconi, stanotte disinfettano l’aria» appare – per quanto assurdo potrebbe sembrare il messaggio – l’annuncio di un imminente pericolo. E se qualcuno avesse contattato le autorità, queste avrebbero avuto obbligo di verificare la notizia. Turbando il lavoro di chi, in questi momenti, ha ben altro a cui pensare.

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Linkiesta Paper Estate 2020