Imprese troppo piccoleL’economia italiana avrà bisogno di aiuti pubblici anche dopo la fine del coronavirus

Terminata la crisi, molte aziende saranno tenute artificialmente in vita perché incapaci di reggere da sole la competitività. Questo perché il lockdown prolungato sta aggravando i problemi strutturali del nostro sistema

Pau BARRENA / AFP

Supponiamo che l’intervento pubblico in corso – fiscale, come la spesa in grande deficit, e monetario, come l’acquisto illimitato di titoli di stato, intervento che è di molto maggiore di quello che si era avuto con la crisi precedente del 2008-2009 – abbia successo.

Supponiamo che, in qualche modo, l’intervento pubblico riesca a lenire gli effetti negativi della crisi, che trae origine dal corona virus. Supponiamo quindi che riesca a tenere in vita le imprese in difficoltà e ad aiutare le famiglie malmesse. 

Semmai così fosse, non sarebbe poi difficile immaginare il passo successivo, quello che, finita la crisi, prevede che molte saranno le imprese tenute artificialmente in vita e che le famiglie saranno comunque aiutate. 

Questo andamento (o rischio secondo un altro punto di vista) dovrebbe valere, in diversa misura, per tutti i Paesi, ma per l’Italia in particolare.

Il normale andamento delle imprese, con una quota che fallisce, mentre altre nascono e le sostituiscono, sarebbe, con questo andamento, bloccato. Si avrebbero così molte aziende “zombie”, ossia tenute in vita dall’intervento pubblico diretto, come gli  aiuti in varie forme, e dai tassi di interesse molto bassi. 

Lo stesso andamento dovrebbe valere per le famiglie in difficoltà. Il reddito di cittadinanza potrebbe non solo mantenersi, ma ampliare il proprio intervento, se l’occupazione riprendesse la  crescita ma a favore di chi è qualificato.

Su questo nodo si ha un gran dibattito. Dibattito che in Italia verte, oltre alle polemiche storiche sui salvataggi di Alitalia, sul nanismo delle imprese e sulla grande diffusione del precariato.

In Italia il fenomeno della frammentazione delle imprese, del lavoro autonomo, e di quello in nero, è più diffuso di quanto non sia negli altri Paesi avanzati. Come mai? Andiamo alla ricerca delle radici della frammentazione delle imprese e del precariato che ci caratterizza .

L’avvento della grande impresa è stato ostacolato in Italia fin dalla fine del XIX secolo dalla limitata estensione del mercato interno, dalla scarsità di capitali per l’investimento industriale. Si sono così potute affermate solo poche grandi imprese, cresciute peraltro in mercati protetti. Molto numerose sono, al contrario, le piccole imprese. 

In Italia la percentuale degli addetti alle micro imprese sino a 9 addetti e alle piccole imprese da 10 a 99 addetti era, pochi anni fa, pari a circa due terzi del totale degli occupati nella manifattura. In Francia, Germania, Regno Unito, e Stati Uniti la quota di occupati in queste classi di attività, invece, si situa fra un 30 e un 40 per cento del totale. 

Il nanismo non è proprio una novità. Nel 1927 il 50 per cento degli occupati nella manifattura lavorava nelle imprese fino a 50 dipendenti. Nel 1951 il 45 per cento. Nel 1961 il 45. Nel 1971 il 45 per cento. Nel 1981 il 60 per cento. Nel 1991 il 60 per cento. Nel 2001 il 60 per cento. Nel 2011 ancora il 60 per cento.

Il “nanismo” non però il frutto del caso. La Democrazia Cristiana dagli anni Cinquanta mirava ad infoltire i ranghi della borghesia minuta, come cardine dell’indipendenza economica in una società solidale. Lo Stato, come conseguenza, doveva promuovere la piccola impresa e combattere le forme di proprietà “antisociali”, come i latifondi e le grandi concentrazioni private.

Questa scelta strategica aveva, a sua volta, delle radici profonde. Una veloce e diffusa industrializzazione si può avere, e si è avuta, anche facendo leva su una base rurale. Molti dei numerosissimi imprenditori italiani erano ex contadini e piccoli proprietari, perciò dotati di capacità e senso imprenditoriale, spesso passati per le fabbriche prima di mettersi in proprio. 

Ciò accadeva soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, dove la frequenza di piccoli imprenditori coincideva con la piccola proprietà agraria e la mezzadria. Frequenza che si faceva meno fitta dove aveva predominato la grande proprietà, come nel Meridione.

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