Viva il mondoNon voglio cambiare pianeta: il viaggio (e la libertà) secondo Jovanotti

Mentre in Italia si guardava sanremo, Lorenzo Cherubini percorreva in bicicletta la Panamericana, attraversando deserti e montagne. Ne è uscito un docu-trip (definizione sua) per RaiPlay, 16 puntate di storie, idee e canzoni inedite

Ha pedalato per 4mila chilometri lungo la Panamericana, un mese di viaggio, 200 ore sulla bicicletta. Al ritorno, ha consegnato 60 ore di girato: video e riprese fatte da solo, con iPhone e go-pro. Un progetto nato per gioco e diventato un racconto, che diventa «un lungo film» a episodi da 15 puntate (più una).

Così Jovanotti ha fatto nascere “Non voglio cambiare pianeta”, nuovo format di docu-trip per RaiPlay, visibile da venerdì: viaggi e storie, colonna sonora autoprodotta (e ci mancherebbe) insieme a brevi clip, paesaggi lontanissimi, gambe bruciate dal sole e tramonti mozzafiato. Una celebrazione del movimento e dell’esplorazione: mentre noi guardavamo Sanremo, lui attraversava il deserto di Atacama («per i ciclisti è una leggenda, un luogo chiave», spiega in conferenza stampa), superava le Ande, incontrava persone e luoghi, «quelli dove non ti fermeresti mai, che ti danno epifanie e, nel mio caso, anche ispirazione». E componeva un diario di viaggio parlato: «Usavo la telecamera come Castaway il pallone. Ci parlavo, raccontavo tutto quello che mi capitava». Oppure la fissava per la soggettiva dalla sua bicicletta, battezzata Hyppogrife – dall’Orlando Furioso.

«”Vivi come un ventenne”, mi ha detto il mio amico Gabriele Muccino. Io penso che non sia vero. Viaggiare e partire da giovani ha un senso – il più delle volte di tipo iniziatico, qualcosa che ti prepara alla vita. Quando hai 53 anni, una famiglia, una carriera, una azienda che ti ruota intorno è tutto diverso. In un certo modo, è qualcosa di più ricco». Oltre alla passione per il movimento, «che mi accompagna da sempre, prima ancora della musica», c’è quella per la bicicletta: «Io sono un fanatico del Giro – e sapere che quest’anno non si fa mi manda nella disperazione».

Perché l’ultimo viaggio di Jovanotti dall’altra parte del mondo, forse, è stato anche il suo ultimo dall’altra parte della storia. Lo ha capito al suo rientro a casa. «A Fiumicino mi hanno puntato una pistola per la febbre», cosa che gli ha fatto pensare che la situazione fosse più grave di quanto immaginasse leggendo i giornali da laggiù. Poi si è chiuso in casa e ha passato due settimane di quarantena riguardando i suoi video e incidendo la colonna sonora, «sbilanciandomi con cover, a volte molto coraggiose. Come “Montagne verdi”». È stata «una parentesi di libertà, di bellezza» in mezzo a un periodo che, per altri versi, lo mette in difficoltà.

Meglio tornare ai ricordi: ad esempio, gli incontri speciali, «come Jorge, con cui abbiamo cantato brani italiani in mezzo a Vallenar, nel Cile, città di minatori», o come i militari «che hanno dato ospitalità per la notte». La dimensione del viaggio è quella dell’epifania, dell’avventura, «del far rimbalzare la propria vita su pareti nuove e vedere che risposte dà», del mettersi alla prova e della soddisfazione nel vedere che «si riesce», in un percorso dove «non ho mai bucato e ho cambiato – ma era previsto – la catena solo una volta».

Quello che si è portato dietro, olte alle immagini, sono «pensieri». Sulla natura, per esempio: «che è la cosa più sovrannaturale che c’è». O sulla libertà, «ben diversa dalla liberazione. Perché la seconda è l’azione che porta alla prima. Per questo è importante celebrare il 25 aprile: ci ricorda che la libertà va sempre conquistata, e mantenuta», perfino in un periodo così contraddittorio. E sulla viralità: «Quando sono partito questa parola aveva un significato positivo, voleva dire click, condivisioni. Ora abbiamo visto che è il contrario. Forse era prima che sbagliavamo: anche quella viralità, cioè la diffusione delle informazioni, dei clic, non è mai stata positiva. Era tossica. Aveva una componente dannosa, pericolosa», che faceva sballare «come tante cose tossiche» ma che distoglieva dalla giusta direzione. «Come nei viaggi, anche in questo campo serve una guida».

Ma per uscire da questo tempo incerto, al momento, guide non ce ne sono. Jovanotti è preoccupato. In quarantena, dice, non si può fare musica. «Perché è qualcosa che avviene tra le persone, non tra il musicista e la sua cassa». Si può fare una colonna sonora, semmai, «dei momenti passati, su cui si proiettano i ricordi», ma non sul tempo presente. Questo è un periodo di crisi anche per l’ispirazione. «Sono curioso semmai di vedere come andrà. Noi musicisti partiremo per ultimi, se mai, con i concerti e gli spettacoli. Anche se è superflua, la musica è un superfluo necessario. Non so come andrà – penso nessuno – ma ci saranno novità, cambiamenti, nella forma e nella sostanza. Questa vicenda ci sta toccando nell’intimo». Per adesso, si può andare all’indietro e rivedere le pedalate di qualche mese fa. «Sono puntate divertenti, leggere. Fa anche ridere».

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