Confusione ChigiEcco il dossier per riaprire l’Italia che Conte ha scelto di ignorare

Un documento tecnico dell’Inail, assieme a un protocollo delle parti sociali, con le strategie di contenimento del contagio nei luoghi di lavoro e avvio della fase due è stato inviato al presidente del Consiglio, il quale però ha preferito prendere tempo e nominare un’altra task force

Handout / Palazzo Chigi press office / AFP

Sulle scrivanie circolano «troppi documenti». Molti anche «discutibili», dicono dal mondo delle imprese. Nel dossier sulla fase due, quello della ripartenza, il governo sembra navigare a vista. Diviso tra le raccomandazioni del famigerato comitato tecnico-scientifico e i suggerimenti di task force, associazioni di categoria e sindacati, al lavoro per capire come organizzare fabbriche e uffici nel periodo di convivenza con il virus. Dopo aver prolungato il lockdown fino al 3 maggio, lunedì Palazzo Chigi ha elaborato con le parti sociali un ulteriore possibile schema di riapertura, ipotizzando la ripartenza di aziende agricole e pezzi del made in Italy (tra moda, auto e metallurgia) già tra il 18 e il 20 aprile, a patto che si seguano i protocolli sindacali. Ma di certo, la babele di comitati, esperti e consulenti nominati da Palazzo Chigi e ministeri non aiuta a trovare la sintesi.

In queste ore, ognuno fa la sua proposta. Le bozze delle norme consigliate per la sicurezza sanitaria nelle aziende si moltiplicano. E in questa confusione, la settimana scorsa il governo ha preferito fare marcia indietro, prolungando la quarantena anche dopo il 14 aprile – tranne qualche eccezione – proprio quando invece il mondo imprenditoriale si aspettava la riapertura di un maggior numero di attività manifatturiere, sulla base delle nuove linee guida sulla sicurezza che Palazzo Chigi stava elaborando.

E un dossier pronto su cui costruire la ripartenza c’era. La bozza del documento tecnico “recante misure di contenimento del contagio da Covid-19 nei luoghi di lavoro: strategie di prevenzione e rimodulazione per una eventuale Fase 2”, elaborato dall’Inail (che ha un suo rappresentante nel comitato tecnico-scientifico), era già stata inviata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per una valutazione. Nel testo, grazie ai dati in possesso dell’istituto, viene stilato un “indice di pericolosità” di lavori e mansioni, sulla base del distanziamento previsto, addensamento lungo le linee produttive e coinvolgimento di soggetti terzi nelle attività. E alla fine – seguendo lo schema del protocollo firmato da Confindustria e sindacati lo scorso 14 marzo – vengono date indicazioni sullo scaglionamento delle entrate e uscite nei luoghi di lavoro, organizzazione degli spazi comuni e dei turni.

Mancava da completare solo il capitolo della mobilità, cioè su come evitare assembramenti sui mezzi pubblici nel tragitto verso le aziende, quando tra mercoledì e giovedì il governo ha comunicato di voler fare dietro front. Palazzo Chigi ha preferito prendere altro tempo. L’annuncio è arrivato prima dai sindacati. E poi dal governo, con la nomina della nuova task force dei 17 esperti guidata da Vittorio Colao, che ora dovrà elaborare un altro documento con le «soluzioni urgenti ed efficaci» chieste da Giuseppe Conte per organizzare le riaperture.

Il governo non se l’è sentita, dicono molti imprenditori. E qualcuno aggiunge: «Tutto sembrava pronto per la stesura di nuove linee guida, invece la preoccupazione che si favorisse la diffusione del contagio ha indotto governo a ritornare sui propri passi e a lavorare ancora sui codici Ateco». Un criterio «rassicurante» che è servito nella prima fase di emergenza, ma che non soddisfa neanche più le organizzazioni sindacali.

Lo stesso segretario della Cgil Maurizio Landini ha invitato a spostare l’attenzione non su «quando» ma su «come aprire». Il faro da seguire continua a essere il protocollo del 14 marzo, sulla cui impalcatura è stato anche costituito il nuovo protocollo di sicurezza di Fca. La logica di imprese e sindacati è che «non è importante quello che produci, ma che ci siano le condizioni per lavorare in sicurezza». Quindi: controllo della temperatura all’ingresso, distanze minime tra i lavoratori, una dotazione di almeno due mascherine per turno e turni di lavoro flessibili e scaglionati per evitare assembramenti.

Ieri era previsto un nuovo incontro della task force dei 17 in videoconferenza con il presidente del Consiglio. E in settimana dovrebbe partire il confronto con imprese e sindacati, nella speranza che si faccia una sintesi tra le bozze di documenti che circolano. Le bocche dei componenti sono cucite. Hanno un codice da rispettare e sarà solo Colao a parlare a cose fatte.

Ma tanti imprenditori sono pessimisti. «Così non va», è la voce comune. Anche perché resta da sciogliere ancora il nodo della sorveglianza sanitaria nelle aziende non appena si rientrerà al lavoro con i nuovi criteri. In base allo Statuto dei lavoratori del 1970, il datore di lavoro non ha competenza sanitaria sui lavoratori. Ma se si dovrà misurare la temperatura dei dipendenti all’ingresso, fare test e tamponi, bisognerà immaginare una deroga per affrontare l’emergenza. Dopo il no del Garante della Privacy, da più di un mese le imprese si sono rivolte alla Protezione Civile per avere l’autorizzazione, ma senza ricevere risposta. E ora tutti si attendono un’autorizzazione della Presidenza del Consiglio per poter partire in sicurezza, monitorando lo stato di salute dei lavoratori, ma senza che si finisca alla fine per essere sanzionati.

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