Pari opportunitàNell’emergenza ci siamo dimenticati i diritti dei disabili (ma anche prima)

Hanno avuto più difficoltà durante il periodo di quarantena. Ma anche più coraggio nell’affrontare situazioni difficili. Il Festival dei diritti umani di Milano ci ricorda che «non esistono cittadini di serie B»

arte
Photo by Steve Johnson on Unsplash

In questi mesi di emergenza in molti sono stati dimenticati. Alcuni più di altri. I bambini, le donne, e anche i disabili sono tra le fasce della società messe più in difficoltà dall’avvento del coronavirus. Con le scuole e i centri diurni chiusi, per molte famiglie le condizioni di vita e di convivenza si sono fatte estremamente difficili. E ora che la fase due è iniziata e gli occhi rimangono puntati sulla ripartenza economica, il rischio è che l’emergenza sanitaria si tramuti in emergenza sociale.

«Le persone con disabilità vivono doppiamente la segregazione», spiega a Linkiesta Danilo De Biasio, direttore del Festival dei Diritti Umani, dal 5 al 7 maggio in diretta streaming. L’edizione del festival di quest’anno è dedicata proprio alle disabilità e sulle battaglie per «abbattere barriere, superare limiti, contrastare gli stereotipi, affrontare tabù». Andando anche oltre l’emergenza coronavirus perché «da loro possono arrivarci degli insegnamenti preziosi, perché hanno sviluppato forme di resilienza e coraggio molti importanti», dice De Biasio.

«Non siamo una società civile se non ci occupiamo degli ultimi», osserva Annamaria Bertoli, vicepresidente dell’associazione italiana genitori. Durante l’emergenza molte realtà, soprattutto fra le associazioni e nel terzo settore, hanno dato la possibilità di ricevere assistenza a casa, e anche qualche amministrazione a livello locale ha consentito di mantenere servizi speciali. Ma si tratta di «iniziative sporadiche», dice De Biasio, mentre invece dovrebbe essere chiaro che «non esistono cittadini di serie B». Neanche in emergenza.

Il festival, così, rappresenta l’occasione per riportare l’attenzione su un tema che accompagna l’emergenza coronavirus, e, per tanti aspetti, la supera. Perché non si tratta soltanto dell’annoso problema degli insegnanti di sostegno per la didattica a distanza o dei problemi infrastrutturali e di accessibilità di edifici e mezzi pubblici. Il tema riguarda diritti molto più ampi, che per gran parte non sono riconosciuti per via di un’arretratezza culturale che è emersa in tutta evidenza durante questa emergenza.

«Quando abbiamo iniziato a ragionare sul festival, un anno fa, avevamo la brutta sensazione che si cominciasse a considerare le specifiche esigenze delle persone con disabilità come un aggravio di costi, come un fastidio. Lavorando con le associazioni, ci siamo resi conto che non si trattava solo di welfare o di altre problematiche contingenti, ma proprio di diritti, dell’essere accettati come persone», dice De Biasio.

Marcos Cappato è tra i tanti protagonisti di questa edizione. È originario del Brasile, ha 19 anni, frequenta un liceo delle scienze umane a Corsico, è appassionato di scrittura, musica e mondo dello spettacolo, e nel 2018 è stato nominato Alfiere della Repubblica dal presidente Mattarella per un suo cortometraggio sulla disabilità. «Le mie passioni hanno grande significato perché mi danno modo di raccontare una parte di me», racconta a Linkiesta. Il suo grande sogno è convincere le persone che «nessuno può dirti che non ce la puoi fare».

Le settimane di quarantena sono state dure anche per lui. «Una delle cose che mi hanno fatto più soffrire è stato perdere i contatti con amici e compagni di scuola, potersi incontrare e ridere insieme. Le cose che ho sofferto di più derivano dal fatto che prima di vivere e riconoscermi come disabile, mi riconosco come essere umano e ragazzo di 19 anni che ha bisogno di vivere bei momenti e di ridere anche di cose stupide, con le persone che ci fanno stare bene. Come tutti».

Quello alla socialità è uno dei diritti di cui più si sono privati i bambini e ragazzi in questo periodo di emergenza. Un divario che rischia di aggravarsi, considerando la chiusura delle scuole. Il distanziamento sociale, per molte disabilità, è poi di fatto impossibile e controproducente. Eppure, Marcos sa vedere il lato buono anche in questa situazione. «Fortunatamente in una situazione così complicata, la tecnologia ci viene in aiuto.

Non solo per tenere i contatti con gli amici, che per quanto minimi sono fondamentali. Il fatto che oggi sia possibile fare scuola anche in questa modalità è una grande fortuna per me, perché mi permette di continuare coltivare i miei studi e di tenermi impegnato e attivo in questo momento in cui dobbiamo stare tutti fermi», racconta.

Sulla scuola, Marcos ha apprezzato le possibilità della didattica a distanza: «È stata una novità per tutti, però con il suo tempo ci si è adattati bene a una situazione complicata. Ho visto un grande lavoro tra i professori e anche una grande fatica, però se la stanno cavando egregiamente».

Marcos è grato anche per il tempo trascorso in famiglia. «Credo che prima di tutto questo si desse per scontato il tempo che si poteva passare in famiglia. Ora sappiamo che non lo è, perché ci sono famiglie che sono lontane in questa situazione. Personalmente, ho riscoperto il piacere di molti momenti di condivisione, come i giochi da tavolo, di cui rischiavo di dimenticare il valore».

Quella di Marcos è una delle tante storie che popolano il festival, tante storie di grande resilienza da cui c’è sempre qualcosa da imparare. Soltanto nella mattinata di giovedì, ad esempio, si alternano personalità come Ilaria Galbusera, campionessa di pallavolo per sorde, che tratta il tema dello sport come forma di inclusione, alla testimonianza di Veronica Tulli, cantante romana affetta da osteogenesi imperfetta, o “sindrome delle ossa di vetro”, Armanda Salvucci, che parlerà di disabilità e sessualità, e Giulia Lamarca, blogger di viaggi in sedia a rotelle.

«Noi non abbiamo mai pensato a un festival per parlare alle autorità, bisogna parlare alle persone», dice De Biasio. Per scardinare i luoghi comuni e le limitazioni, è da lì che si deve partire. Anche fra gli stessi ragazzi. Sono oltre mille gli studenti delle scuole che da tutta Italia si collegheranno al festival: in questo caso, la tecnologia ha consentito di arrivare dove altrimenti non si sarebbe potuto.

Per De Biasio, è anche un modo per trasmettere alle nuove generazioni i valori che, in quest’emergenza, sono stati fin troppo sottovalutati. «Io non posso convincere mille ragazzi che la disabilità non è uno stigma, però se per ciascuna di queste classi ne convinco anche solo un paio a porsi qualche domanda, ho portato a casa il risultato», dice il direttore. «Entrare nella testa di una parte di questi ragazzi può fare la differenza, perché potrebbero essere quelli che cambieranno lo stato delle cose».

Anche durante la quarantena si possono imparare lezioni positive, in previsione del rientro a scuola. «A settembre sarà un’occasione per quelle mancanze di essere colmate, finalmente potremo vederci e salutarci, anche se ci saranno le limitazioni del caso, per precauzione», dice Marcos. «Spero che questa situazione abbia un po’ aiutato la scuola ad andare verso un mondo più affiancato dalla tecnologia.

Soprattutto per ragazzi come me, la tecnologia può essere un grande alleato e spero che questa situazione possa avvicinare il pensiero delle scuole italiane verso un utilizzo del materiale tecnologico come sostegno e materiale su cui contare per tutti i ragazzi, ma soprattutto per aiutare persone con difficoltà come le mie».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter