Rialzarsi insiemeLe imprese di comunità sono un’opportunità per far ripartire il paese

Le sperimentazioni socio-economiche di alcuni cittadini, che si basano su processi di partecipazione e di gestione delle attività a vantaggio del territorio possono essere un modo innovativo e sostenibile per rivalorizzare la microeconomia locale

Il momento che stiamo vivendo a causa del Covid-19 ci porta a riflettere su come la nostra vita sia cambiata drasticamente e sull’incertezza del futuro. Il dibattito che ne è scaturito ha allargato il ragionamento agli “stili di vita” e alla necessità di dare spazio a modelli di produzione e consumo più sostenibili.

Riemerge così, con rinnovato vigore, il bisogno di ritrovare una propria identità, di condividere beni e servizi, ma anche problemi e legami sociali, di riscoprire la prossimità e lo spirito di auto-organizzazione delle comunità.

Un bisogno che vede sempre più persone impegnarsi nell’aiutarsi reciprocamente superando la distinzione tra fruitori e produttori di un servizio, dando vita a nuove forme di solidarietà e sostegno reciproco, riscoprendo così quell’insieme di valori spesso indeboliti, se non addirittura persi, a causa di un mondo sempre più globalizzato e individualizzato.

Un dibattito, quello attuale, che interrogandosi sulle strategie necessarie per ripartire in sicurezza guarda con diffidenza alle città e alla loro densità, rimettendo al centro il ruolo delle aree rurali e montane. Se per anni le città hanno rappresentato un polo di concentrazione di individui e attività economiche, oggi sempre più persone stanno guardando con occhi diversi ai piccoli borghi come luoghi dove trovare potenziali opportunità di vita.

Tuttavia, in queste riflessioni, spesso, non vengono messi in evidenza due aspetti fondamentali. Il primo aspetto è che riproporre la vecchia dicotomia centro-periferia / città-campagna implica non dimenticare il problema delle disuguaglianze territoriali e delle aree marginali, diventate tali proprio per il venire meno di servizi essenziali (es. educativi, sanitari, di mobilità, accesso a internet) e di opportunità lavorative, cause principali dello spopolamento di numerosi borghi in tutto il Paese.

Il problema non è decidere dove vivere e lavorare, se in una città caotica o in un borgo tranquillo, ma di avere la reale possibilità di poter fare tale scelta. Oggi, questa possibilità è spesso negata dalla carenza di servizi e opportunità che caratterizzano molte aree interne. Un problema ancora più rilevante in questi mesi di isolamento dovuti al Covid-19.

Il secondo aspetto, spesso ignorato o sottovalutato nel dibattito attuale anche dai commentatori più attenti, è che esistono già numerose progettualità dal basso, spesso di natura sociale, dovute a processi di auto-organizzazione delle comunità. Esiste un’Italia che resiste, che “non ci sta”, come evidenzia il giornalista Francesco Erbani (L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso, Einaudi, 2019).

Una serie di iniziative di sperimentazione socio-economica fondate su modelli organizzativi innovativi a matrice comunitaria. Nuove organizzazioni che, facendo leva sulle proprie identità e specificità locali hanno avviato processi di rigenerazione socio-economica di luoghi abbandonati.

Tra queste esperienze troviamo le imprese di comunità. Esse sono l’espressione della capacità degli abitanti di un dato luogo di auto-organizzarsi per ripensare insieme il proprio modello di sviluppo attraverso l’avvio di processi di partecipazione e di gestione delle attività a vantaggio del territorio. Le imprese di comunità mostrano nuovo slancio soprattutto in questo periodo di incertezza diffusa, dove si riconosce nell’auto-organizzazione delle comunità la chiave per rispondere alle future necessità sociali ed economiche del nostro Paese.

Proprio di alcune di queste esperienze si dà conto nell’ultimo Rapporto di ricerca di Euricse, Imprese di comunità e beni comuni (2020). Il Rapporto – che ricostruisce la distribuzione geografica delle imprese di comunità, i principali settori di attività in cui operano, i diversi modelli organizzativi adottati e le motivazioni della loro costituzione – rappresenta una prosecuzione dei lavori realizzati da Euricse su questo tema negli ultimi dieci anni. 

L’obiettivo del Rapporto è approfondire la rilevanza delle imprese di comunità nel rilanciare da un punto di vista socio-economico numerosi territori italiani. Grazie agli elementi emersi durante la ricerca, il Rapporto propone alcune riflessioni su come sbloccare le potenzialità delle imprese di comunità e come sostenerne il consolidamento.

In esso, si evidenziano una serie di indicazioni che oggi, a causa del Covid-19, risultano ancora più rilevanti e che dovranno essere considerate con maggiore attenzione pensando, alla funzione che le imprese di comunità potranno ricoprire nel prossimo futuro. Queste imprese possono rappresentare uno strumento strategico proprio per superare la situazione di emergenza e di difficoltà che stiamo attraversando e per ridefinire le attuali dinamiche sociali ed economiche.

Una comunità che si ri-progetta con l’intenzione di dare risposta ai propri bisogni riesce, sfruttando e valorizzando le proprie specificità locali, anche a riconfigurare il ruolo che gli attori pubblici e privati possono svolgere. Una cooperazione, questa, che può essere massima espressione di un vitale radicamento territoriale.

Veri e propri presidi locali in grado di garantire numerosi servizi essenziali (es. cura e assistenza socio-sanitaria, consegna a domicilio di beni di prima necessità, produzione di generi alimentari) all’interno dei piccoli borghi in cui operano e soddisfare le esigenze dei loro abitanti.

Ciò che la situazione attuale deve portare veramente a far riflettere è che è necessario ripensare i modelli di sviluppo oggi prevalenti, basati sulla massimizzazione del valore economico che un bene o un servizio genera, e mettere in discussione le strategie politico-economiche basate sull’accentramento delle attività economiche, sociali e di welfare in particolari aree come per anni sono state quelle metropolitane.

Nel dibattito sul “ritorno ai territori rurali e montani”, le imprese di comunità dimostrano che le aree interne sono già luoghi di innovazione sociale, dove nuove imprese nascono, si specializzano e si diversificano. Non hanno bisogno di essere viste solo come alternative alle aree metropolitane. Questi luoghi possono essere una guida per “indicare nuove strade” per ridisegnare lo sviluppo del nostro Paese grazie al contributo di innovatori sociali agenti del cambiamento.

In sintesi, le imprese di comunità già contribuiscono a ripensare la catena di produzione del valore economico e sociale, e di conseguenza l’organizzazione della vita socio-lavorativa, in funzione dei luoghi di vita e dei reali bisogni che esprimo le comunità locali. 

Grazie a queste imprese si assiste a un cambio di paradigma nel quale attori pubblici, economici e sociali cooperano tra loro per produrre beni e servizi nell’interesse generale delle rispettive comunità (es. sanità, energia, acqua, mobilità, telecomunicazioni, attività economiche). E da questa loro specifica e originale capacità si deve ripartire. 

Se la ripresa dall’attuale situazione sarà lunga e impegnativa, essa potrà, al tempo stesso, rappresentare un’occasione per ri-prendere in mano le sfide economiche e sociali del nostro tempo e per cambiare il modo di governare i processi di sviluppo ripartendo proprio dalle comunità e dal loro coinvolgimento attivo nella trasformazione della società.

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