Aiutare chi ci aiutaIl lockdown ha avuto un duro impatto anche su psichiatri e psicologi

Sempre più italiani avranno bisogno di un supporto psicologico per affrontare i prossimi mesi: tra i più esposti ci sono i medici e gli infermieri

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Durante il lockdown, Cristina Di Loreto stava per cascare nella stessa trappola che da anni cerca di risparmiare ai suoi pazienti. «All’inizio ho lavorato per moltissime ore, rendendomi poi conto che ero veramente sul punto di andare in burn-out, di bruciarmi», spiega.

Cristina è una degli psicoterapeuti italiani che hanno trascorso questi ultimi mesi chiusi in casa, davanti a uno schermo, cercando di aiutare le persone a mantenere un equilibrio mentale, con il rischio di perdere il proprio. Un mese e mezzo fa durante una seduta ha avuto l’impulso di mollare il paziente e correre via, fuori in giardino. Non l’ha assecondato, ma è stato difficile.

Fin dall’inizio della diffusione del covid-19, istituzioni internazionali ed esperti hanno segnalato che all’emergenza coronavirus sarebbe seguito un altro tipo di epidemia: un’ondata di problemi di salute mentale causata dalle restrizioni alla libertà personale e dall’incertezza sul futuro. L’Italia non fa eccezione: secondo un’indagine condotta dall’Istituto Piepoli per l’Ordine degli Psicologi, il 62% degli italiani ritiene che avrà bisogno di un supporto psicologico per affrontare i prossimi mesi.

Tra i più esposti a disturbi come la sindrome post-traumatica da stress, sono i medici e gli infermieri. Psicologi e terapeuti stanno intervenendo, ma a quale prezzo? Come si ripercuoterà tutto questo sulla salute mentale dei professionisti dell’aiuto?

Cristina si mostra cauta con le previsioni: racconta di colleghi che hanno già rivalutato il loro stile di vita, realizzando di non voler tornare a una normalità che prevede dodici sedute di fila nello stesso giorno. «Bisogna fare prevenzione – aggiunge – sia per i sanitari, sia per noi psicologi, ci dobbiamo chiedere di cosa abbiamo bisogno».

Trentacinque anni compiuti in quarantena, i lineamenti decisi e un lieve accento toscano, la psicoterapeuta non ha l’aspetto di una professionista facilmente impressionabile. Dopo aver studiato criminologia, si è specializzata sul campo in psicologia delle emergenze. A due mesi dal terremoto del 2016, è andata ad Amatrice per formare gli operatori di polizia locale su come approcciare gli sfollati, scoprendo però che molti di loro erano essi stessi traumatizzati per aver perso la casa.

Spesso accade che i ruoli si sovrappongano, e il soccorritore vada soccorso. È successo anche con gli assistenti sociali che hanno lavorato dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova nel 2018. Quando Cristina li ha incontrati, nel dicembre di quell’anno, molti erano ancora scioccati dalle telefonate che arrivavano al numero verde per la ricerca dei dispersi.

In questi casi, il suo lavoro è arrivare con scopa e paletta per raccogliere i cocci psicologici di chi ha aiutato gli altri durante un’emergenza. Ha creato con alcuni colleghi un’associazione, Cerchioblu, che offre sostegno e formazione a forze dell’ordine, sanitari, volontari della Protezione Civile. Non è stata una scelta casuale. «Mio padre – racconta – era nella Polizia di Stato e ho osservato con gli occhi di una figlia quel che succede a chi dedica la vita a lavori così, i loro traumi».

Prima dell’emergenza coronavirus, la sua vita si divideva tra le ore con i pazienti in studio, l’associazione, i convegni, le trasferte; e i figli, una bambina di 4 anni e mezzo e un maschio di un anno e due mesi. Il lockdown l’ha costretta a trascorrere anche 14 ore al giorno al computer, per 60 giorni consecutivi, in ascolto non solo dei suoi pazienti, ma anche di persone nuove, che si rivolgevano a lei da tutta Italia.

Cristina collabora anche con Mindwork, una piattaforma che offre servizi di counseling psicologico online per privati e aziende, e che durante l’emergenza si è messa a disposizione per offrire delle sessioni gratuite.

In questi mesi si sono rivolte a lei persone in preda ad ansia, paure scatenate dalla crisi, a volte con il ripresentarsi di sintomi che credevano guariti da tempo, come attacchi di panico o varie fobie. Le sedute più difficili sono state quelle con chi la contattava dalle aree più colpite del Centro-Nord, e soprattutto con i familiari degli operatori sanitari.

La psicoterapeuta può immedesimarsi: suo cognato è un anestesista in un reparto covid di terapia intensiva, e ha scelto per tre mesi di vivere isolato dalla famiglia.

Per la prima volta, si è ritrovata a intervenire dall’interno della stessa emergenza che i suoi pazienti stavano vivendo, a vivere le stesse difficoltà. Come l’apprensione per un suo familiare che prima dell’epidemia aveva sofferto di una malattia dell’apparato respiratorio, oppure come spiegare ai bambini, ancora molto piccoli, che lei era casa, sì, ma che non poteva dedicarsi a loro perché doveva lavorare.

«Il problema dell’emergenza – spiega – è che senti che tutto va fatto subito. Diventa più difficile dirsi ‘Ora sto mangiando con i miei figli, rispondo dopo’».

Le è anche capitato in un paio di occasioni di dover rimandare le sedute perché ha sentito che quel giorno non avrebbe potuto aiutare al meglio delle sue possibilità. Poi, ha riconosciuto la situazione, è riuscita a riprendersi e ad adottare quelle contromisure che di solito raccomanda agli altri.

Ha ristabilito dei confini netti tra lavoro e vita privata, e ha iniziato un “diario della quarantena” per i suoi figli, in cui racconta i momenti vissuti insieme, come quando lei e suo marito hanno replicato in casa il giorno del loro matrimonio, indossando gli abiti della cerimonia.

La fase due per Cristina Di Loreto non è del tutto iniziata. Per il momento, continuerà a lavorare da casa. «Attualmente ho deciso di evitare di tornare in studio, ho preso una scelta radicale per tutelare la salute della mia famiglia e dei miei pazienti». La voglia di una vita in movimento non manca, anzi, ha già prenotato le ferie estive. Ma farà il tutto, dice, «con molta, molta cautela».

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