BecomingEssere Michelle Obama

Con il pretesto di raccontare il book tour dell’ex First Lady, il documentario Netflix esplora la sua storia, dall’infanzia all’incontro con l’ambizioso Barack. Fino alla vittoria del marito alle elezioni, che arrivò come «un colpo di cannone»

Il libro è stato un successo: più di 10 milioni di copie vendute. Nel campo delle autobiografie, “Becoming” di Michelle Obama, ex First Lady, è diventato un record, forse assoluto (e per i maligni è per questo che il marito, Barack, non ha scritto il suo). E come da ogni libro di successo, ecco il film.

In realtà, un documentario: realizzato dalla regista Nadia Halgren per Netflix, ha come pretesto il tour di presentazione del volume e racconta, attraverso dialoghi e confessioni, tutto il personaggio. Ci sono gli anni dell’infanzia, passata nella parte sud di di Chicago («Non serve aggiungere altro»), poi l’adolescenza e i primi scontri con i tutor. «Diceva che puntavo troppo in alto».

Si parla anche dell’incontro con il marito, del calore che sentiva quando, da avvocata, sentiva la sua voce al telefono. Non immaginava che questo ragazzo ambizioso le avrebbe stravolto l’esistenza: «Uno tsunami che mi ha costretto a tenere duro», anche nei momenti più complessi del loro matrimonio.

Come è ovvio, non mancano gli otto anni alla Casa Bianca – e si dice, ma lei nega, che Joe Biden potrebbe riportarcela, scegliendola come vice, in caso di vittoria democratica.

Non sarebbe strano: non vuole tornare a Washington, dove ha dovuto affrontare difficoltà immaginabili. Le critiche, prima di tutto, continue e spietate. Il più delle volte a sfondo razzista: «Ti cambiano dentro», spiega. Ma anche la gestione delle comunicazioni, giorno dopo giorno: «Non potevo più parlare in libertà. Avevo sempre un testo da leggere». E questa perdità di spontaneità alla lunga diventa alienante. Vincere le elezioni era stato «un colpo di cannone».

Nella pellicola il marito fa capolino (e qualche battuta), compaiono anche le figlie, Malia e Sasha, e si fanno rivelazioni. A un certo punto quando il secondo mandato di Obama era finito, lei era scoppiata a piangere in aereo. «Era la tensione emotiva di otto anni», nei quali «avevo dovuto fare tutto alla perfezione». Ogni giorno, controllata da vicino dai giornali di tutto il mondo, senza potersi rilassare.

Quello che rimane – dal libro, dalla sua esperienza come First Lady e dal documentario stesso – è «capire che ciò che abbiamo in comune è profondo e reale». E, come si premura di sottolineare in una nota, «in questi giorni è difficile sentirsi radicati e o pieni di speranza». Soprattutto per una come lei che «ama abbracciare». Questa, spiega, «è una delle parti più difficili della nuova realtà: le cose che sembravano semplici, come andare a trovare un amico, sedersi con qualcuno che soffre, non sono più semplici».

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