Mode che non passanoSorpresa, il nuovo autore best-seller si chiama Omero

Libri, film, video. A cadenza regolare, le storie della mitologia greca tornano a circolare, accompagnate da polemiche e riflessioni. L’ultimo esempio è “Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno” di Matteo Nucci

È stato il massimo dei cantori, il primo dei compositori di tragedie. Anzi: «Il padre e il perpetuo principe di tutti i poeti del mondo», come diceva Giacomo Leopardi. Addirittura per Benedetto Croce era il portavoce «dell’idea della volontà eroica», qualsiasi cosa fosse. Il suo lavoro si presenta come «un prodigio inspiegabile» (Werner Jaeger), già completo, perfetto. Il cui influsso «non è affatto limitato» (Pasquali). E per fortuna che non è nemmeno mai esistito.

Omero è tornato di moda, di nuovo. Non passa stagione che non esca un libro, un film, una raccolta di poesie ispirata ai “suoi” poemi. A confermare, tra i luoghi comuni, che non c’è niente di più inedito del già edito. E che i classici sono i libri che tutti conoscono senza averli mai letti. Del resto, quanti sanno dire come si conclude l’Iliade?

Questa fascinazione collettiva (che divertiva già Voltaire) lascia spazio, anche oggi, a numerose opere di divulgazione, riprese, adattamenti e riproposizioni.

L’ultimo, in ordine di tempo, è Matteo Nucci, che con “Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno” (Einaudi) presenta il secondo appuntamento della nuova collana “VS”, dedicata alle dicotomie e ai dualismi.

In Omero ce ne sono quante se ne vuole: due poemi, due protagonisti. Uno irruento, uno calmo, uno forte, uno intelligente. La progettualità (Odisseo) e l’azione (Achille) «Sono gli archetipi dell’umanità, caratteri che si possono ritrovare in qualsiasi epoca storica», spiega l’autore a Linkiesta. «Questo spiega il fascino delle opere di Omero: superano le epoche storiche, prescindono dal contesto in cui furono create. Sono storie eterne».

Prima di lui, nel 2017, lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson aveva pubblicato “Un’estate con Omero”, un elogio sotto forma di riflessione, dove esortava tutti a imparare a memoria i versi, citarli come salmi e canticchiarli quasi fossero canzoni.

Un viaggio immaginario nel passato e, come si scopre da questo documentario in cui l’autore solca il Mediterraneo sulle tracce di Odisseo, anche reale.

Omero è vivo, insomma, e fa discutere. Lo dimostrano anche le polemiche per l’irriverente traduzione dell’Odissea della classicista Emily Wilson, del 2017, la prima donna della storia a farla in inglese. Ha svecchiato il testo dei suoi quasi tremila anni, ha suscitato le ire degli accademici ma ha incontrato anche le lodi di molti lettori.

Risultato? Un successo, tanto che, durante la quarantena, ha pubblicato video di se stessa mentre ne recita alcuni passaggi (e dove Atena ha gli occhiali da sole).

A lungo andare, insomma, si ritornerebbe sempre lì. Alla grecità, come dimostra il caso editoriale di Andrea Marcolongo, la quale al successo de “La lingua geniale” ha aggiunto “La misura eroica” e “Alla fonte delle parole”, in cui per li rami dell’etimologia arriva a sondare il senso delle parole, e forse delle cose.

A questa si è affancata, già da qualche tempo, l’uscita di “Siamo tutti greci”, di Giuseppe Zanetto.

E grecità, come è ovvio, vuol dire Omero: il materiale classico funziona (va detto, un po’ ha giocato anche la selezione dei secoli: dei vari spin-off dell’Iliade, l’Odissea ha prevalso per meriti conclamati) e si presta a riadattamenti e riletture.

Lo facevano già gli antichi (cosa altro sono, altrimenti, alcune tragedie di Euripide?), figurarsi se non lo fanno i moderni, da James Joyce e Alfred Tennyson fino a Luciano De Crescenzo e alle serie televisive prodotte da Bbc e Netflix in cui Achille, tra le polemiche, era interpretato da un attore di colore.

Il richiamo di Omero funziona: «Soprattutto adesso, periodo in cui si sente il bisogno di tornare a temi forti. Basta con il pensiero debole, fluido. Abbiamo bisogno di capire chi siamo, cosa vogliamo. Serve la sostanza». E questa «è legata all’essere umano, al suo carattere. Non alle contingenze».

Forse il valore del mito greco, gira e rigira, è proprio questo: essere slegato dalla storia e dai dettagli. Perciò importa poco sapere o no che l’Iliade si chiude con i funerali di Ettore. L’essenziale è altro. E per fortuna non passa di moda.

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