I limiti dell’innovazioneCosì la pandemia ha smontato il mito del tecno-ottimismo

Per il 2020 avremmo dovuto avere la self-driving car e invece non abbiamo nemmeno le protezioni per i medici. Un bagno di umiltà che deve farci pensare cosa è andato storto

Il futuro? È fatto di automobili volanti in car-sharing. Razzi che in mezz’ora trasportano pendolari da Londra a Dubai. Uso massiccio della blockchain, anche per registrare tutti i passaggi produttivi di un capo di abbigliamento. Sono solo alcune delle tante previsioni (o promesse) sul cambiamento tecnologico dei prossimi dieci anni.

Altre, sempre raccontate in The Future Is Faster Than You Think, libro di Peter Diamandis e Steven Kotler, consistono in dispositivi granulari che analizzeranno il sangue da dentro, raccogliendo dati (e diagnosi) in tempo reale.

O farmaci in grado di far sparire le cellule che provocano infiammazioni, tanto da rallentare se non bloccare l’invecchiamento. Tra 12 anni si potrà raggiungere la “velocità di fuga della longevità”, in cui l’aspettativa di vita aumenta più del tempo che passa – è la pietra filosofale dei gerontologi (ne parlano dal 2004), il sogno dell’essere umano che brama sconfiggere la morte.

Sarebbe entusiasmante, se non fosse che, come fa notare Michael Skapinker sul Financial Times, siamo nel 2020, chiusi in casa, «senza poter viaggiare (altro che Dubai), devastati da un virus che fatichiamo a capire», mentre gli anziani muoiono e i medici non riescono nemmeno a trovare delle protezioni adeguate (altro che blockchain). E il vaccino è di là da venire. Oggi, il tecno-ottimismo appare fuori luogo.

Anche perché – per rincarare la dose – quelle di sopra non sarebbero le prime previsioni sbagliate.

Il 2020, anziché essere l’anno della pandemia (e della scoperta dei limiti profondi del nostro sistema sanitario nazionale) avrebbe dovuto essere quello delle auto senza pilota.

Dove sono? Troppe complicazioni, sia tecnologiche che etiche. Alcuni intoppi, addirittura, sono stati provocati dalle misure prese contro il coronavirus. Però arriveranno, assicurano, anche se un po’ in ritardo. Non faranno, per capirsi, la fine dei Google Glass, che avrebbero dovuto cambiare il mondo e sono stati classificati da più parti come la peggior tecnologia del decennio.

E non c’è stato nemmeno il boom della realtà aumentata: doveva essere il nuovo mondo dei contenuti digitali, almeno secondo esperti e futurologi, e non è riuscita a superare Pokémon Go.

Un discorso simile, anche se più complesso, riguarda le cryptocurrency e la blockchain. Il loro dominio negli scambi commerciali è, almeno per ora, rinviato. Mentre Libra, creatura di Facebook, se la sono dimenticata più o meno tutti.

Pensare alle prossime conquiste tecnologiche, insomma, non può più prescindere dal cosiddetto bagno di umiltà che vive l’umanità nelle ultime settimane.

Eppure, anche in questi momenti, più che ridicolizzare gli ottimisti del tech, la reazione migliore è mantenere un sano distacco. Anche perché le previsioni sbagliate di sorti magnifiche e progressive (poi andate a male) insegnano una cosa: quanto l’essere umano si sia dimostrato al di sotto del proprio potenziale.

In questo senso, l’assunto di base dei futurologi rimane interessante: Amazon ha cambiato il mondo dell’e-commerce, eppure ha usato una tecnologia nuova (internet) applicandola a una vecchia (gli ordini per catalogo via posta).

Cosa potrebbe succedere, si chiedono, facendo convergere insieme più tecnologie? Una meraviglia. Intelligenza artificiale, computer quantistici, sensori, realtà virtuale, biotecnologie, nanotecnologie, stampa 3D: sono tutte premesse (o promesse) per salti tecnologici ulteriori ed entusiasmanti.

Eppure, siamo in un mondo in cui per trovare un vaccino (e non è nemmeno sicuro che succeda) contro il coronavirus servirà, se va bene, almeno un anno. Anzi. In altri casi, cioè in assenza di emergenze di questa portata, il passaggio dal laboratorio alla farmacia richiede in media 12 anni. Come mai?

La risposta, procede Skapinker, si può trovare in altri due libri: Upstream, di Dan Heath, e Stealth, di Peter Westwick.

Il primo analizza l’incapacità cronica, e diffusa, di affrontare i problemi prima che diventino gravi. Più o meno quello che si è verificato negli ultimi mesi. Secondo l’autore, è il risultato strutturale di una mentalità basata su fallacie logiche, mancanza di coraggio, resistenza al cambiamento.

Individuare l’origine dei problemi – cioè andare upstream, a monte – è sempre la cosa più razionale. Eppure è difficile da organizzare: servono soldi da investire su operazioni che offrono scarse garanzie, politici da convincere e risultati da mostrare.

E poi, se prevenire è meglio che curare, è anche vero che i meriti di chi previene appaiono minori rispetto a quelli di chi cura (ecco la fallacia logica).

Questo aspetto ha influenzato lo sviluppo del meccanismo dei sistemi sanitari (soprattutto quello americano, ma anche in Italia si notano somiglianze): nel tempo hanno imparato a offrire risposte efficaci a singoli problemi anziché soluzioni generali alle loro cause. I dottori prescrivono inalatori contro l’asma, per capirsi, ma non si riesce a migliorare la qualità dell’aria.

La seconda pista è quella delle priorità, e Stealth dell’esperto di aeronautica Westwick, è un testo perfetto a questo proposito. L’autore racconta la corsa, a suo modo appassionante, dell’industria militare americana per realizzare i migliori bombardieri.

Un episodio che ha portato, a cascata, a progressi e avanzamenti importanti. Eppure la tecnologia impiegata è diventata obsoleta in poco tempo, causa cambiamento del contesto geopolitico (la fine della Guerra Fredda).

Anche questo è un aspetto centrale del cambiamento tecnologico, cioè l’agenda di chi prende decisioni e decide come spendere i soldi. Ricerca o reddito di cittadinanza?

Risolvere i problemi del futuro, comprese eventuali nuove epidemie, passa anche di qui. E, se va bene, magari si riuscirà a anche a volare da Milano a Dubai in mezz’ora.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta